Foto Profilo: Dropp Intervista

DroppDropp
10/06/2016 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissimi e nuovi artisti italiani. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto. I protagonisti di oggi sono i Dropp, band che viene da Torino e che ha da poco pubblicato il suo LP d'esordio per White Forest Records. Ci hanno raccontato del lungo periodo di gestazione dietro questo disco, di percorsi alla ricerca di un suono che fosse il più naturale possibile e di concerti magici vissuti sotto la neve di Parigi.

Nella presentazione che accompagna il disco definite "Patterns" come "il perfetto punto di arrivo di un percorso iniziato anni fa giunto finalmente ad una maturazione". Molto emblematicamente il primo pezzo del disco si chiama "All Past Paths". Quali sono questi "percorsi del passato" che hanno contribuito a definirvi come band?
Ce ne sono stati molti, alcuni di noi suonano insieme ormai da quasi dieci anni per cui sarebbe complesso elencare tutte le trasformazioni che sono avvenute. Sicuramente abbiamo cercato di prendere il suono che avevamo nel precedente EP "New Paris" per portarlo a maturazione ma senza farci schiacciare da quello che avevamo fatto in precedenza. "All Past Paths" è stato un modo per chiudere i conti con una parte della nostra vita, come singoli e come gruppo. Ci piace molto pensarla come un traghetto, dai synth morbidi e soffocanti dell’inizio all’esuberanza finale, dalla nostra storia come gruppo nato parecchi anni fa ad una nuova maturazione e consapevolezza capace di slegarsi dal passato.
 

(traghetti del passato verso l'Ypsigrock)

Di contro, "All Future Paths" è la poster-track dell'intero lavoro e il pezzo che rappresenta al meglio quello che sono i Dropp oggi. Avete scritto che questo brano vi ha aiutato a liberarvi da idee e preconcetti che vi stavano accecando in fase di scrittura. Vorrei capire a cosa vi riferite e in che maniera è arrivata questa epifania improvvisa?
Dovevamo liberarci da qualche pregiudizio che ci eravamo inconsciamente imposti. Per farti un esempio, avendo due batteristi cercavamo di inserire una gran quantità di parte ritmica all’interno dei pezzi anche a scapito del resto ma non riuscivamo mai a far quadrare le cose. Eravamo pieni di idee su come le cose andassero fatte salvo poi renderci conto che non c’era alcun modo al quale dovevamo rispondere per fare musica. Abbandonare pregiudizi di questo tipo è stato fondamentale e "All Future Paths" ce lo ha fatto capire una volta per tutte. Più che un’epifania è stato un processo graduale al quale siamo arrivati dopo più di un anno e mezzo. Visto ora potrebbe sembrare una banalità ma per noi non lo è stato, c’è voluto il nostro tempo.

(traccia finale di "Patterns" e Zaza)

Già da qualche anno non vivete più tutti nella stessa città. Come e soprattutto dove sono nate queste canzoni?
In realtà fino alla scrittura di "Patterns" vivevamo tutti a Torino, solo da quest’anno non siamo più tutti nella stessa città, sparsi tra Marsiglia e Torino. Ad ogni modo sono nate nell’arco di due anni ma in particolare durante le estati, a casa di Giorgio, in una specie di accampamento della durata di un paio di settimane. Il cuore dell’album è venuto fuori però durante la caldissima estate 2015, Torino era praticamente invivibile con un’aria fermissima e senza un filo di vento. Non proprio l’ideale in generale e ancora peggio per il nostro tipo di musica. In qualche modo siamo riusciti a resistere alla tentazione di cambiare genere e fare qualche cosa di più adatto al clima!

(durante una delle estati di scrittura di "Patterns", su un monte)

Sull'artwork del disco spicca l'immagine frammentata del duomo di Torino. Esiste un posto nella vostra città che pensate possa descrivere efficacemente la vostra musica? 
Probabilmente un posto specifico no, ma ci siamo accorti di come la città sia entrata moltissimo all’interno del disco. È quell’aria elegante e severa che si svela gradualmente a chi ci vive. Sa essere opprimente ma allo stesso tempo in grado di dispiegarsi all’improvviso. Credo che in qualche modo questa attitudine sia entrata sotto pelle nella nostra musica.

(Torino austera e severa)

Una delle dimensioni in cui riuscite a esprimervi al meglio è sicuramente quella live. C'è qualche artista, in Italia e all'estero, che vi fa piacere citare come fonte di ispirazione?
Abbiamo sempre cercato di continuare a suonare come band, avere le batterie live e la voce. È una cosa che per qualche motivo ci ha ossessionato fin dall’inizio della storia dei Dropp. Anche i brani trovano il loro giusto posto quando suoniamo live quindi sì, è sempre stata molto importante. Ce ne sono molti che continuiamo a citare con piacere dai These New Puritans a Koreless, passando per Vaghe Stelle o i Dyd per quanto riguarda l’Italia. Parecchi anni fa tre di noi andarono a vedere i These New Puritans al Centre Pompidou di Parigi sotto la neve e fu un’assoluta rivelazione, suonavano con un’intera orchestra ed un coro e una miriade di percussioni. Quello fu sicuramente uno dei concerti più belli che abbiamo mai visto, che ci siamo portati dietro come una pietra miliare e che ha esercitato su di noi una forte influenza.

(Il giorno dopo un nostro concerto a Roma, davanti al genio messinese degli arancini Famulari)

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