DUTCH NAZARI - Contro i cliché sul rap italiano Intervista

foto di copertina Jessica K Prandini, le altre foto sono di Enrico dalla Vecchia - dutch nazarifoto di copertina Jessica K Prandini, le altre foto sono di Enrico dalla Vecchia - dutch nazari
13/04/2017 di

"Amore povero" è il primo lp di Dutch Nazari, il rapper lanciato da Dargen D'Amico per cui la definizione di "cantautorap" calza a pennello. Abbiamo parlato del nuovo lavoro, di figurine Panini, di strani cocktail e di gente che sviene sui divanetti delle discoteche, ma soprattutto di come ribaltare con l'ironia e una penna affilata certi cliché della musica rap. Dutch sarà ospite del MI AMI Festival, venerdì 26 maggio, vi consigliamo le prevendite qui.

Partiamo dal cauntautorap, una definizione coniata da Dargen, per farti ripercorrere per l’ennesima volta il percorso del tuo background musicale.
Sì, è un termine che mi piace molto, lo trovo calzante per definire il genere di musica che faccio. In realtà penso di avere un background musicale che è comune a molti altri ragazzi della mia generazione. Ho iniziato ad ascoltare rap con l’ondata del 2003\2004 quando i Club Dogo erano usciti con "Mi Fist" e Fabri Fibra con "Mister Simpatia", due album che ho macinato sull’autobus nel tragitto per andare a scuola e che hanno agito come vere e proprie esche verso il mondo dell’hip hop. All’epoca avevo all’incirca 15 anni e a quei tempi si usava Bearshare, un programma per scaricare musica che è stato fondamentale per ampliare le mie conoscenze. Cercavo i “feat” con gli artisti che mi piacevano come Bassi Maestro o La Pina, poi mi scaricavo le discografie complete dei rapper che non conoscevo, ad esempio è così che ho scoperto Mister Baba. È pur vero che, come in tantissime altre famiglie italiane, a casa mia si ascoltavano soprattutto i cantautori, in auto quando si andava in vacanza e la domenica mattina quando mio padre era a casa dal lavoro. Molto De Gregori, un po’ di Guccini e Rino Gaetano, ma nella mia formazione è stato fondamentale soprattutto Lucio Dalla. A un certo punto ho dovuto ammettere di essere naturalmente la commistione fra questi due diversi orientamenti musicali.

Quindi ogni rapper che scriva di proprio pugno le sue canzoni è da considerasi un cantautore o è il mood, l’atmosfera di alcuni componimenti a fare la differenza?
Questo è un argomento molto interessante. Cioè, un cantautore per essere tale deve anche scrivere le sue canzoni o è abbastanza essere un autore? Perché ad esempio “29 Settembre” è una canzone che Battisti ha scritto per gli Equipe 84 in un periodo in cui non era ancora sicuro di fare l’interprete ma che alla fine cantò lui. Quindi in un certo senso anche Battisti era un cantautore ma forse semplicemente non sentiva la necessità di interpretare i suoi testi . È una tematica molto sensibile nell’ambiente hip hop, ci è stata inoculata questa idea che il vero MC canta solo versi propri e, di conseguenza, un’ abitudine che ho adottato senza neanche ragionarci troppo è stata quella di tagliare le strofe cantate da altri rapper nelle mie canzoni durante i live. Con il tempo questa idea ha perso di senso. Se c’è una strofa o una canzone di un autore che mi piace perché non cantarla? In fondo l’interpretazione aggiunge sempre qualcosa. Con Sick & Simpliciter, il mio produttore, abbiamo deciso che per il tour di "Amore Povero" imparerò tutte le strofe di Willy Peyote, Frah Quintale, Wairaki.

Willy Peyote, Wairaki, Frah Quintale, sono amici di vecchia data o esponenti della scena della tua città natale. C’è un artista italiano che magari non hai neanche mai conosciuto con cui ti piacerebbe veramente collaborare?
Per quanto riguarda il rap ascolto con molto interesse quel gruppo di ragazzi che vengono definiti trap. Il mio preferito è Rkomi, ha un sacco di idee ed un modo personalissimo di esporle, sta riscrivendo le regole del gioco con stilemi completamente innovativi e una credibilità vocale rarissima. Poi adoro il mondo del cantautorato indie, la mia ultima passione è Giorgio Poi. Il suo album è uno dei più belli negli ultimi tempi.

Tu e Sick & Simpliciter vi occupate rispettivamente di testo e produzione. Per convivere artisticamente bisogna avere gli stessi gusti?
Abbiamo un criterio estetico paragonabile e un grandissimo rispetto del gusto altrui ma poi, quando siamo a casa da soli, in realtà ascoltiamo cose molto diverse. Quest'atteggiamento ha anche i suoi risvolti positivi, attraverso i nostri dibattiti musicali ci scambiamo vicendevolmente nuove scoperte. In linea di massima io presto più attenzione alla parte autoriale degli artisti, ai testi, sia che siano in italiano o in altre lingue, dal rap americano a Stromae. Luca ovviamente sta più attento alle componenti strumentali, ad esempio ascolta molto Bonobo.



A me piaci come rapper ma, con tutte le differenze del caso, la prima volta che ti ho ascoltato (vuoi per la somiglianza fisica, vuoi per le tue origini australiane o per i temi che avete in comune) ho pensato di avere a che fare col Chet Faker italiano. Hai mai pensato di sperimentare un altro genere musicale?
Addirittura Chet Faker, grazie, forse sarà per la barba. Comunque è la prima volta che posso affrontare questa tematica in un’intervista ufficiale. Non so se avrai notato ma “Amore Povero” è uscito solo a mio nome pur essendo di fatto un album mio e di Sick & Simpliciter. In realtà abbiamo due progetti musicali, uno è questo, in cui Dutch Nazari è il frontman, ma Luca ha un bel po’ di canzoni pronte in cantina. Appena riusciremo a organizzarci meglio usciremo anche con questo nuovo progetto a suo nome in cui io parteciperò sempre prestando maggiore attenzione alle linee vocali e ai testi, ma con una proporzione di importanza ovviamente rovesciata a suo favore.

Sono note le tue passioni per la poesia e il teatro, quanto queste discipline hanno realmente influenzato la tua musica? Sei più bravo nelle gare di freestyle o in quelle di slang poetry?
Il teatro più che influenzare realmente la mia musica è stato una fortunata coincidenza. Frequentavo un liceo classico ritenuto un po’ quello della Padova bene, con un programma teatrale e una linea educativa più “antica”. Non trovandomi molto a mio agio decisi di espatriare al Liceo Scientifico Alvise Cornaro, poco fuori Padova, una scuola forse più facile e frequentata da ragazzi meno impostati. Il progetto teatrale qui era una ficata sperimentale pazzesca. Durante quel corso conobbi Stefano Corno in arte Buzz. Avevo più o meno 16\17 anni e lui fu il primo che vidi fare freestyle, questa cosa mi impressionò un sacco. Non conoscevo ancora il freestyle e forse a quei tempi non era ancora uscito "8mile". Stefano è anche stato il primo ad introdurmi nel mondo del rap padovano, conosceva gli MC più grandi di noi, e da lì a un anno fondammo la Massima Tackenza. Invece il mio incontro con la poesia dal punto di vista veramente “fisico” è avvenuto quando ho conosciuto Burbank, un poeta veneziano che studiava a Trento come me. Lui mi ha introdotto al mondo della slang poetry. Esiste addirittura una lega italiana, la L.I.P.S., un’organizzazione di eventi veramente capillare. Ogni anno si tiene la finale del campionato a Genova. Una sera, proprio in uno di questi eventi provinciali a cui ero andato solo per seguire Burbank, un mio amico, anche lui rapper, Bomber Citro, si iscrisse alla gara. Un po’ per scherzo un po’ per orgoglio alla fine mi iscrissi anch'io. Quella sera vinsi. Da lì in poi ho capito quanto in realtà la poesia fosse in qualche modo compatibile con quello che già facevo.

Chi ti ha fatto la copertina dell’album e che significato ha?
Per il progetto grafico dell’album ho avuto la fortuna di lavorare con Enrico Dalla Vecchia e Jacopo Baco, in arte Baco Krisi, anche lui rapper, due artisti eccezionali nonché miei cari amici. Hanno collegato l’idea del titolo dell’album, l’amore povero, col fuoco nel suo duplice significato: l’amore che divampa e il fuoco come risorsa che, in mancanza d’altro, ci permette di sopravvivere. Il fuoco ci da il calore, la luce, ma è un fuoco non a caso evocato con i fiammiferi, forse la maniera più economica per accendere un falò. La struttura è molto semplice, un cubo, ma è anche una di quelle figure che si dicono impossibili, alla Escher, e si ricollega al concetto di amore come qualcosa che razionalmente non si può sempre spiegare.



Al primo ascolto pensavo che “Caramelle” fosse un’allegoria di qualche storia d’amore, in realtà parla veramente del tuo rapporto con la nicotina in termini sentimentali, ripercorrendo tutti i momenti belli trascorsi insieme. A questo punto ti chiedo: le Benson le fumavi per colpa di Cremonini? Ed è cambiato qualcosa nel tuo percorso creativo dal momento in cui hai smesso di fumare?
No, non è stata colpa di Cremonini. Quando ho iniziato a fumare i prezzi delle sigarette erano molto differenti poi i prezzi di tutte le marche si sono notevolmente livellati. Le Benson erano quelle che facevano meno schifo tra quelle con i prezzi più bassi. Per quanto riguardo lo smettere di fumare penso sia più una condizione mentale, il fatto di pensare che fumare ti mancherà in diversi momenti in cui accenderti una sigaretta era più un abitudine che una necessità, forse per questo ho ripercorso tutti gli attimi belli che avevamo passato insieme. La nicotina è una dipendenza in questo senso, ti sembra che senza non potrai più affrontare determinate situazioni con la stessa serenità, compreso lo scrivere. In realtà poi quando smetti non cambia nulla.

È nata prima l’idea di eseguire un tour per le stazioni o la canzone stessa? I treni sono un argomento ricorrente nelle tue canzoni, che significato hanno nella tua musica e nella tua vita?
Avevamo la canzone pronta e l’idea del tour ci è venuta abbastanza naturale. Sia io che Luca nella nostra vita, quando studiavamo, abbiamo fatto i pendolari. I treni mi hanno sempre affascinato come luogo, sono posti in cui vanno tutti ma in cui in realtà nessuno si conosce. Sono luoghi di aggregazione ma di aggregazione individuale e non sociale come le piazze in cui si è consapevoli di essere parte di una società. Non volevo usare questo termine intellettualistico ma i treni sono a tutti gli effetti un non-luogo.

Magari mi sbaglio ma ho collegato l’immobilità del video con un verso della canzone “mi sembra che tu già manchi un po’ come per portarsi avanti nel caso te ne andrai”.
Il video in realtà l’abbiamo girato 2 o 3 volte sperando ci passasse dietro un treno. Non so se è un po’ emo come aneddoto ma quel verso mi è venuto in mente quando una sera, mentre ero sul divano, la mia ex ragazza mi disse questa frase ”mi manchi già”. Mi colpì molto, in realtà in quel momento eravamo seduti assieme.



Che cocktail è “Gin Jack Havana Cointreau”?
Anche dietro questa canzone esiste un aneddoto simpatico. A Padova c’è una serata rap che si tiene ogni anno in cui i migliori interpreti delle città del Veneto si sfidano in una battle di freestyle, una specie di contrada. Quell’anno aveva vinto proprio Padova e uno dei 4 rapper che la rappresentavano, Samurai, bravissimo, era decisamente in mood di far festa. Gli chiedemmo cosa stesse bevendo e ci rispose un “gin Jack Havana Cointreau”. Ci fece un po’ strano perché lui è molto giovane e questo cocktail ci sembrava una bomba atomica, lo assaggiammo e in realtà era buonissimo. Lo racconto a Rockit per futura memoria, è particolarmente buono se ci si aggiunge un pizzico di Lemon Soda, potrebbe risultare un filo pesante altrimenti. La sera stessa è partita la storia di questo jingle “gin Jack Havana Cointreau a-ah”e il giorno dopo in studio con Wairaki nel giro di 6\7 ore avevamo registrato il pezzo. In questi giorni mi stanno arrivando un sacco di foto di gente che lo beve.

In vari passaggi del tuo album sottolinei quanto ormai l’apparenza conti più del contenuto delle canzoni. Sembri costantemente volerti sottrarre alla gran parte dei cliché che affliggono i rapper. Tu fai rap ma non ti poni come rapper, ti poni come artista, ed è questo che, a mio avviso, ti contraddistingue dagli altri autori perché implica una visione del mondo più profonda.
Ok, a proposito di stereotipi, io non ho nessun problema nell’essere definito un rapper, lo sono, il problema degli stereotipi risiede in chi deve classificarmi, se pensa che la definizione di rap debba veicolare un determinato tipo di contenuto nelle mie canzoni. A livello di scrittura invece gran parte del mio lavoro consiste proprio nel sottrarsi agli stereotipi. Quando mi rendo conto di essere incappato in un luogo comune tendo sempre a schivarlo o, se proprio non posso, di ribaltarlo. Mi sono reso conto che questo approccio alla scrittura mi dava molto più soddisfazione, uno dei tòpoi del rap e la propensione all’iperbole nella forma del “tu sei così scarso che”. Ad un certo punto del mio percorso artistico ho come riflettuto su quando parlare dei proprio limiti personali fosse in realtà molto più vero. C’è un verso di un mio vecchio brano, “Risorgere”, del 2011 che dice “il mio rap vale due soldi come un topolino alla fiera dell’est”, non c’è nessun tu, nessuna accusa, effettivamente a quei tempi il mio rap valeva veramente due soldi e nessuno comprava ancora i miei cd. Quella è stata forse la scintilla che mi ha fatto cambiare approccio.

Un altro luogo comune del rap a cui non sei minimamente legato è l'ossessionedei soldi, dell’identificare il talento con il successo. Se non bastasse il titolo del tuo album possiamo citare un verso di “Come Battisti”: “se volevo essere valutato per quanto sono bravo a vendere lavoravo a un concessionario d’auto”. 
È un discorso complesso; ogni frammento, ogni citazione isolata rischia di essere incompleta, quel verso infatti continua così “cos’è arte cos’è cultura, voler vivere di sole parole come i ciarlatani”. Non mi piace morire di fame ma è un argomento che cerco sempre di trattare con ironia. Quel che mi preoccupa di questa attitudine rap del money making è l’impatto culturale, non tanto che tale artista voglia veramente farli questi soldi. Il problema non è che il talento venga premiato, in questo non c’è niente di male, il problema è che tu stai facendo arte, cultura e diffondi esclusivamente questo messaggio. Per citare sempre un verso di "Come Battisti" “Le parole sono ingredienti sullo scaffale puoi usarle come ti va”, è quindi lecito parlare di soldi, ma dovresti renderti conto che potresti usarle per dire qualcosa di più interessante.


Con Dargen si può parlare di affinità elettive, in fondo trattate gli stessi argomenti. Oltre a produrti e ad averti ovviamente influenzato quando hai iniziato ad ascoltarlo in che altro modo ha agito sulla tua scrittura e sulla tua musica?
Quando ti parlavo prima di quella scintilla a livello di scrittura, di allontanamento dagli stereotipi, mi riferivo certamente a “Di vizi di forma virtù”, un album tecnicamente altissimo ma con un contenuto esattamente opposto alle consuetudini del rap e, soprattutto, molto personale. Il primo disco che mi ha fatto veramente pensare che questa cosa si potesse fare e farla bene. Ovviamente poi ci siamo conosciuti e siamo diventati prima amici e poi colleghi. Dargen me lo sono letteralmente portato in studio, è stato a Padova 4 giorni ed ha dormito a casa dei miei genitori. I testi sono tutti opera mia ma mi ha dato una grande mano sulle linee vocali, proprio a livello interpretativo, un campo in cui, a mio avviso, è fenomenale.

Vuoi parlarci del tuo progetto “R.A.P. Revolution Art Poetry” e del tuo viaggio in Palestina che ha anche dato vita ad una canzone, “Jenin”? 
Questo è un altro degli avvenimenti che ha sigillato l’amicizia tra me, Luca e Burbank. Burbank aveva vinto un bando regionale a cui aveva partecipato con un suo progetto sul ruolo della poesia nei territori occupati. Io sono subentrato in seguito come rapper e ci ha seguiti anche mio fratello, Nicholas Nazari, che fa il regista. Prima di partire ho fatto un po’ di ricerca e sono riuscito a scoprire i nomi principali dei rapper di quelle zone, Burbank ha ovviamente fatto lo stesso con i poeti. In Cisgiordania la situazione è completamente ribaltata, la poesia ha una tradizione secolare e i poeti vivono come star mentre i rapper non sono visti di buon occhio e, come genere musicale, esiste da pochissimo. I primi video cominciarono a circolare solo dopo gli anni 2000. Il primo rapper a rappare in palestinese è stato Rami GB. Lentamente si stanno conquistando i propri spazi, anche se devono costantemente lottare contro i pregiudizi, il rap è vissuto come una forma di imperialismo culturale, tu che non sei americano dovresti dedicarti alla poesia non al rap. È una dialettica che ho trovato molto interessante.

I tuoi testi trapelano un orientamento politico chiaramente di sinistra ma non così coinvolto. Abbracci un’ideologia ma non ti rispecchi nelle persone che dovrebbero rappresentarti o ci sono altri motivi?
La politica in Italia è stata presa in maniera un po’ erronea negli ultimi anni. Il tipico approccio alla politica stigmatizzato da Gaber ormai non esiste più, non esistono cose di destra o di sinistra in politica, esistono contenuti. Le distinzioni tra destra e sinistra sono un po’ sfumate negli ultimi anni e la gente è ovviamente confusa. A sinistra specialmente c’è stata una deriva di contenuti. Le ideologie invece proprio non mi mancano. Negli anni 2000 andavano di moda le post ideologie, ma è abbastanza evidente che la post ideologia è a sua volta un’ideologia, sul piano concreto senza un ideologia non ci si può muovere. Se tu rinunci ad un'ideologia rinunci di avere un’idea di cosa sia giusto e di cosa sia sbagliato.

Il Volpi di cui canti è veramente il Volpi che penso io, Sergio Volpi, per anni capitano della Sampdoria?
Nell’anno fatidico delle figurine credo giocasse nell’Udinese o nel Bari. L’essenza di quella canzone è -non me ne vogliano i diretti interessati- che non fossero esattamente dei campioni, la loro fama è dovuta alla scelta della Panini di renderli artificialmente rari costringendo milioni di ragazzi a spaccarsi di Big Babol. Questo era un cavillo, una legge dichiarava impossibile rendere così rare delle figurine, ma la Panini era riuscita ad aggirarla vendendo cicche. In qualche modo hanno veramente contribuito a creare il mito di questi calciatori.

In “Divanetti” canti questa frase “la vita è come la musica ne devi seguire il ritmo, c’è chi la vive freestyle e chi ha il testo già scritto”, tu come vivi la tua vita?
Come personalità mi piacerebbe avere il testo già scritto, infatti non sono mai stato un mostro del freestyle, ma a volte non ce l’ho e allora si va in stile libero. Nel peggiore dei casi svengo sui divanetti.

Tag: intervista rap italiano

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