Offlaga Disco Pax - e-mail, 01-05-2005 Intervista

20/05/2005 di

Una volta il PCI arrivava a percentuali elevate, ora il Socialismo Tascabile arriva alle 2000 copie e va subito in ristampa. ROCKIT non poteva esimersi dunque dall’andare ad intervistare il gruppo più chiacchierato del momento: non tanto per le chiacchere in sè – quelle vanno e lasciamole andare – quanto per la meraviglia della sorpresa.

Davvero siete in ristampa dopo la prima tiratura di 2000 copie?
Max: Santeria/Audioglobe, la nostra etichetta, ha iniziato a distribuire il disco nella prima decade di Marzo e ha quasi esaurito la scorta in poco più di un mese. Per questo ha deciso di ristamparlo. Siamo rimasti sorpresi.

Daniele: In realtà le abbiamo comprate tutte noi…

L'ironia. Liscia, amara, tagliente, autoreferenziale. Un ingrediente fondamentale del vostro cocktail?
M: L’ironia riguarda solo alcuni testi ed è presente spesso nella mia scrittura, che tende a sdrammatizzare anche i momenti peggiori.

Gli altri ingredienti: le bellissime pause asincrone e fuori luogo, l'enfasi ben giocata e quella tragica voce reggiana a sporcare l'insieme e insieme a caratterizzarvi in maniera netta. Funziona?
M: Sono cose che misteriosamente accadono. Molto misteriosamente, per quanto mi riguarda. In generale io non sporco mai. Sono un (ex) ragazzo pulito e perbene.

Enrico, la scelta sonora, almeno per quanto riguarda le programmazioni, è clamorosamente asciutta e poco accondiscendente, poco modajola, pur in un ambito ultimamente abbastanza frequentato. Davvero ben fatta. E’ il migliore tappeto per le parole? E’ stata una soluzione cercata e voluta o un esito naturale?
Enrico: Prima di tutto ci tengo a dire che di programmato c'è ben poco in tutti i sensi, trattandosi di strumenti veri e propri passerei al termine “manipolazioni”. Siamo partiti dall'idea di non utilizzare un batterista per rendere la dimensione sonora il più soffice possibile. Per caso mi sono imbattuto a distanza di poche settimane della nascita del progetto in una tastiera Casio che dal basso di venti euro di spesa prometteva una buona funzionalità ritmica. Da lì è venuto tutto molto spontaneo in fase compositiva, mentre in studio l'unico brano con cui si è giocato con gli arrangiamenti stato “Cinnamon”. Durante la masterizzazione ho dato come esempio stilistico a cui rapportarci “Closer” dei Joy Division, che come tutti gli album registrati da Martin Hannet mantiene dimensioni in certi casi glaciali, secche, in continuo bilico e contrasto tra suono concreto e sintetico. Credo si possa notare sulla voce stessa, presentata come tale senza riverberi di turno. Non so dire se questo sia il miglior tappeto, lo studio continua.

E la scelta di delegare tutto il 'caldo' alle sole chitarre di Daniele?
D: Come per il resto della musica è stato un esito naturale, nessuna scelta fatta a priori. Mi piace usare più di un delay per volta. Più che caldo definirei il mio suono “morbido”, ma non starebbe a me giudicarmi.

E: E' tragico ripensandoci come trovi caldo il suono del moog rispetto a certe sue chitarre! Quello è il suo modo naturale di suonare, pedalino più pedalino meno. Abbiamo molti gusti in comune, senza contare le paternità di certe influenze (ah ah). E’ normale che si sfoci in una complementarietà di fondo.

Max, non sei un “giovanissimo artista emergente”. Com'è l'esordio oltre i trentacinque anni?
M: Decisamente non sono nato per stare sul palco e non mi sarebbe mai venuto in mente di salirci fino a due anni fa, anche se pian piano mi sto abituando a questa cosa. Per anni i concerti li ho visti da sotto, dove sicuramente mi sento molto più a mio agio.

Domanda da evitare. Quanto il materiale 'raccontato' è autobiografico, quanto “letterario”, quanto entrambe le cose?
M: Non mi sento scrittore e non sono capace di scrivere cose che non sento mie, vissute sulla mia pelle o comunque a me vicine. Le storie che raccontiamo sono vere, alle volte anche nei dettagli più marginali. L’unico brano “letterario” è “Cinnamon” e infatti non l’ho scritto io, mi sono solo limitato a limare in lunghezza un racconto di Arturo Bertoldi, storico fondatore del movimento per il Socialismo Tascabile.

Cavriago è casa e sfondo per le storie. Cosa altro?
M: Noi non siamo di Cavriago, siamo tutti e tre nati e cresciuti a Reggio Emilia, dove viviamo. Jukka Reverberi è di Cavriago, noi no. Cavriago è un comune limitrofo alla nostra città e dista nemmeno dieci chilometri, ma non è la nostra casa. Il suo busto di Lenin in piazza è una specie di “stargate” personale (questa l’ho rubata a qualcuno ma non mi ricordo a chi) per esplorare con occhi polarizzati il nostro passato molto presente e non così presente per un sacco di altre persone.

"Brutta bestia, l'invidia". Nel magico mondo della musica italica, semisommersa o meno, c'è qualcuno per cui ne nutrite? Invece, con attitudine più positiva, a chi va la vostra ammirazione?
D: Si cerca di evitarla l’invidia, in quanto peccato capitale. Ah ah! Suonando da diversi anni e lavorando in un negozio di dischi ho potuto vedere gruppi che non meritavano riuscire a fare molta strada e gruppi che invece avevano veramente qualcosa da dire non riuscire a combinare granché. Il mercato musicale vive di regole proprie che non ci è consentito conoscere. Nutro molta ammirazione per Paolo Benvegnù e uno dei miei gruppi preferiti sono gli Scisma, ancora oggi che non esistono più. Apprezzo molto il lavoro delle Forbici Di Manitù, con cui sto collaborando per il nuovo disco, e poi di OvO, Settlefish e Jennifer Gentle.

E: L'invidia è verso chi ha la possibilità di suonare all'estero, provvederemo in qualche modo. Ammirazione per chiunque si dedichi alla musica con assoluta sincerità e desiderio di comunicare davvero qualcosa. Nomi? Al momento Settlefish, Disco Drive, Uochi Toki, Death Of Anna Karina. Alcuni di questi suonano spesso fuori dall’ Italia… M: Ammiro la storia coerente e inossidabile dei Diaframma e di Federico Fiumani e trovo che “Conflitto” degli Assalti Frontali sia un disco irripetibile. Baustelle, Kyrie e Paolo Benvegnù sono tra le migliori cose che ho sentito negli ultimi tempi tra quelle che hanno scelto di esprimersi in italiano, mentre Matteo dei Uochi Toki al momento è veramente di un altro pianeta rispetto agli umani. Adoro anche l’ironia rumorista degli OvO, dal vivo sono assolutamente imperdibili. Invidio la facilità con cui tanti artisti si sentono adeguati al loro ruolo.

Affinità e divergenze con i compagni Zamboni e Ferretti?
E: Si narra che Annarella facesse la smorfiosa con mio zio prima di avventurarsi in zona Cccp. Da piccolo cantavo “Emiliaparanoicaaa!!” a mia madre, che porta lo stesso nome della città, regione e via in cui vivevo. "Compagni Cittadini Fratelli Partigiani" è un non album d'esordio strepitoso. Alias più che affinità o divergenze è una parentela territoriale ed affettiva, ma non biologica.

D: Trovo molte divergenze, nei suoni, nei testi, nel presentare la cosa. Le affinità si potrebbero ricondurre al territorio e al tempo.

M: Grandissimo gruppo e confronto improponibile.

Politica e musica. Dichiarate di non volervi occupare troppo di politica “contemporanea” (affermazione fatta a margine di un concerto per la chiusura della recente campagna elettorale). E' vero? Se è così, del socialismo diventato tascabile resta solo la fascinazione, indubbiamente forte ma fortemente retrò?
E: Nel quotidiano ci interessiamo di politica, mantenendo idee diverse tra di noi. Partendo da questo presupposto sarebbe poco sincero o superficiale proporre una visione unitaria esattamente come sotto uno stesso simbolo spesso poco sinceramente vanno a braccetto partiti diversi.

M: Siccome raccontiamo storie e la politica contemporanea difficilmente potrebbe ispirarne molte visto come sta messa. Il problema di riuscire a stabilire chi è dei tre che sta più a sinistra non incide più di tanto con il vissuto del gruppo. Al massimo si scherza sul fatto che quando ci fermiamo in Autogrill io compro l’Unità, Enrico il Manifesto e Daniele tonnellate di ovetti Kinder e altre schifezze industriali molto indigeste. Il collettivo ha una dialettica interna vivacissima… Dani dai, passa la cioccolata.

Tra chi “racconta storie”, i Massimo Volume o chi altro?
E: Philip K. Dick, Burroughs.

M: L’ultimo romanzo di Emidio Clementi è bellissimo. Mi piacciono molto anche Paolo Nori, Giuseppe Caliceti, Silvia Ballestra e Jonathan Coe.

D: Sicuramente Baudelaire, Poe, Lovecraft e Maupassant. Sono molto legato alla letteratura dell’ottocento. Nel contemporaneo Lucarelli o Ammaniti. Musicalmente ci sono bellissime storie nei primi De Gregori e De Andrè.

Com’è (e come sta) l'Emilia, oggi? Un quadro parziale nel libro di Berselli o quello di Zamboni, la musica, la riconferma bulgara di Errani, i sessanta anni dalla Liberazione, mille altre cose, ciò che cambia e ciò che non cambierà mai...
M: Benino, grazie.

Ancora: "Dove volete arrivare"?
M: Siamo nati senza nessuna pretesa. E’ una dimensione che vorremmo preservare il più possibile.

E: Vorrei crescessimo senza troppe pressioni e intromissioni dall'esterno, o semplicemente senza curarcene.

D: Vorrei riuscire a tornare a Parigi anche quest’anno. Per il resto spero che il nostro maturare musicalmente non si fermi.

A chiudere, una domanda sbilanciata e un po' apprensiva: non fate finta, vero? Non è solo un'efficacissima posa, vero?
E: Se avessi assistito a qualsiasi delle prime o anche recenti sessioni in sala prove allibiresti quanto noi riscoprendoci qui oggi. Non viviamo di musica, non avevamo in programma di arrivare a questo punto, il che ci rende certamente più soddisfatti e sorpresi di chi è costretto a calcolare ogni mossa per sbarcare il lunario.

M: Siamo quello che si sente sul disco, che si vede e ascolta sul palco, che si legge nei testi e nelle grafiche. Siamo fieramente imperfetti.

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