Satellite Inn - e-mail, 01-07-2006 Intervista

17/07/2006 di

Sette anni. Tanto separa il nuovo disco dei Satellite Inn, “In The Land Of The Sun” (una valida raccolta di alternative country), dal suo predecessore. A pensarci bene, quasi un’altra era: gli mp3 erano ancora una roba da sfigati del computer, i videofonini si trovavano solo su Nathan Never, e con un modem ISDN si scorrazzava veloci e superbi per le – già affollate – autostrade telematiche del web. Per Stiv Cantarelli, voce della band, questi sono stati anni di consensi, fallimenti, attese, cambi di formazione e ripartenze. Perché l’indie è così. Un toro indomabile che non fa mai sconti, neanche di fronte al talento (direbbero i Non Voglio Che Clara). Un gioco d’azzardo che può lasciarti col culo per terra. Ma anche un’avventura da vivere fino in fondo, alla faccia del mondo intero.



Stiv Cantarelli, sette anni dopo. In un mondo che va alla velocità della luce, te la sei presa comoda per far uscire il seguito di "Cold Morning Songs".
Be’, forse un po' troppo comoda, in effetti. In questi sette anni il gruppo è passato attraverso una serie di esperienze che hanno contribuito al rallentamento della produzione musicale. Il fallimento della nostra prima etichetta, la MoodFood Records, non ci ha certo aiutato in questo senso. La MoodFood era un'etichetta indipendente con un bel po’ di mezzi (soprattutto se comparata alle etichette indie odierne, armate più di buona volontà che altro...) per un gruppo sconosciuto come i Satellite Inn. Eravamo abituati bene, insomma, e la ricerca di un'altra etichetta americana di quel livello ci ha preso un sacco di tempo e fatto sprecare un sacco di energie. Oltretutto, la continua attesa che qualcosa succedesse ci ha tolto ogni residua voglia di riproporci sul mercato... almeno, alle condizioni di gran lunga inferiori che ci furono proposte ai tempi. Aggiungici anche la scelta, abbastanza radicale, di passare da full-band a duo e il quadro che ha originato questa "attesa" è abbastanza completo. In realtà, dal 2002 abbiamo ricominciato attivamente a proporre la nostra musica dal vivo con la nuova line-up e, con un solo demo (ottenuto rimasterizzando una trasmissione radiofonica registrata live in studio), abbiamo ricevuto consensi e ottimi riscontri ovunque, che ci hanno dato la possibilità di aprire per un sacco di complessi importanti come Willard Grant Conspiracy, Califone, Dirty Three, Howe Gelb, Piano Magic, The Silos... e senza far uscire dischi. Sotto questo punto di vista abbiamo avuto la possibilità, durante un lungo periodo di attesa, di capire cosa volevamo suonare e come volevamo farlo, di sviluppare un suono personale, veramente nostro e in cui potevamo riconoscerci senza risultare derivativi (cosa che rappresentava un po' il nostro limite nel recente passato). Col senno del poi, direi che ne è valsa assolutamente la pena visti i risultati che abbiamo raggiunto con “In The Land of The Sun”, che è la cosa migliore che abbiamo mai scritto. Poi, è anche vero che amiamo lavorare con lentezza. Io non riesco proprio a forzare l'uscita di una canzone e, benché sia uno scrittore abbastanza prolifico, mi piace lasciare riposare i miei pezzi prima di dare loro una veste definitiva. “In The Land of The Sun” è stato registrato in 52 giorni, ma c'è voluto un anno e mezzo di riflessione, confronti e anche scazzi tra noi prima di riuscire a trovare il momento giusto per registrarlo. Non posso pianificare, insomma, di registrare un disco l’anno. Ho archivi enormi di canzoni già composte ma aspetto sempre l'ispirazione del momento per andare avanti, anche perché mi stufo abbastanza facilmente della mia musica, soprattutto quella registrata o suonata troppo spesso dal vivo.

Perché i Satellite Inn sono dovuti andare in America per poter pubblicare un disco in Italia?
Ai tempi (si parla del 1998) ci sembrò la cosa più saggia da fare. In Italia non esisteva una scena che avesse anche un minimo interesse per i gruppi alt-country, in più cantare in inglese non era considerato "cool" come adesso. La scena indie c'era, è vero, ma non era neanche minimamente paragonabile a quella odierna. Internet e autoproduzioni di qualità a prezzi bassissimi erano ancora poco diffuse, ai locali si mandavano ancora le musicassette... La scelta era tra vivere o morire, o meglio tra rimanere la band (pur brava) locale o ampliare i propri orizzonti, anche a costo di fare un salto nel buio. In America la scena alt-country era in ascesa, c'era interesse da parte di media e pubblico, in più non era un mercato troppo vasto o troppo fuori portata. Oltretutto, Uzeda e Three Second Kiss (che ho sempre amato) ce l'avevano fatta, pur in ambito diverso. Mi sono detto: perché non provarci? Fortunatamente, è andata benissimo (fino a quando è durata). Senza quella esperienza, i Satellite Inn non sarebbero nemmeno la metà del gruppo che sono ora.

Come vedi la scena indie italiana di oggi, rispetto a quella che avete trovato quando è partita la vostra avventura?
Mah, non saprei dirti. Ai tempi conoscevo poco la scena indie. I Satellite Inn non sono mai riusciti ad entrarci, perché quelli nella scena alt-country americana sono stati in assoluto i nostri primi passi in una qualsiasi scena musicale che non fosse quella locale. Oltretutto, dopo l'esperienza americana, abbiamo volutamente evitato di esservi coinvolti (nell'indie italiano), probabilmente sbagliando. La verità è che ho sempre considerato l'ascoltatore italiano medio (di rock, mainstream o underground non importa) fondamentalmente esterofilo, per cui ho sempre cercato di indirizzare la mia musica (non solo con i Satellite Inn) in una direzione diversa da quella seguita dal generico "gruppo italiano". In poche parole, visto che quasi tutti consideravano buono solo ciò che veniva da fuori, ho pensato che "passare da fuori", cioè fare bene all'estero per avere riconoscimenti a casa mia, fosse la soluzione in grado di far diventare i Satellite Inn un "buon gruppo" in senso lato anziché un "buon gruppo italiano" ed avere molte più porte aperte. Per cui la mia conoscenza della scena italiana risale a quando ero solo un ascoltatore diciassettenne, ma con quella non si possono fare paragoni. Ai tempi fare un disco (qualsiasi) ed avere un'etichetta, anche in Italia, era il coronamento di una carriera. Adesso nello stesso tempo si possono produrne 20 album con 1/10 del budget e mille volte superiori come qualità. Per quanto riguarda l’attualità, la mia idea è che sono stati fatti passi da gigante rispetto al passato, ma che ancora manchi l'elemento essenziale per costruire qualcosa che duri: il pubblico che compra i dischi. Oggi mi sembra che la scena di cui anche i Satellite Inn fanno parte, in Italia, sia per la maggior parte composta da addetti ai lavori che, se da un lato alzano il livello qualitativo dell'organizzazione aggiungendo la passione, dall'altro non contribuiscono alla crescita della scena sotto il profilo finanziario. Ergo pochi comprano dischi, per cui viene a mancare quella copertura di base che permette alla scena di crescere e sopravvivere autonomamente senza dover per forza, ogni volta, ricominciare da zero nel momento in cui l'interesse per un certo tipo di canzoni cala. Attualmente penso che tutta la scena indie italiana stia vivendo una specie di "stato di grazia" a livello organizzativo, di esposizione e di qualità della proposta. Ma se non cresce l'interesse per la musica "in generale", in Italia, questo momento è destinato a finire. Chi potrà passerà al mainstream, gli altri scompariranno e si dovrà ricominciare da capo. E' sempre stato così.

Il disco s'intitola "Nella terra del sole", ma in copertina il cielo è grigio e non sembra presagire nulla di buono o, tantomeno, di solare. C'è un motivo particolare?
C'è, ma è meno "oscuro" di quello che pensi. Il cd è stato registrato nello studio di Dario (Neri, il secondo Satellite Inn) che si trova in una località vicino a Forlì chiamata, appunto, Terra del Sole. Da lì lo spunto per il titolo dell’album e dello studio (che si chiama Land of the Sun Studio). La foto è stata scelta successivamente alla realizzazione del progetto, poiché è stata fatta l'estate scorsa a Dublino dalla mia ragazza. Il cielo coperto ci è sembrato un'ottima rappresentazione dell' anima del disco, sia per il contrasto titolo-immagine in copertina che per le atmosfere piovose delle canzoni.

Sfogliando il libretto incluso nel cd ci sono dei racconti abbinati ad ogni brano. È sbagliato parlare di concept album?
“In The Land of the Sun” è un concept-album, anche se non è nato come tale. E' basato sulle figure di Ed, Tim e Josh, i componenti di una band punk rock in giro, a bordo di un van, in un luogo che in questo caso sono gli Stati Uniti ma che potrebbe essere qualsiasi altro posto del mondo. La storia si snoda attraverso una serie di piccoli racconti di vita quotidiana sulla strada, tra una località sconosciuta e l'altra, un club e l'altro, nell'attesa della prossima data. Un argomento che, bene o male, ogni persona che si avvicina alla musica con passione tale da decidere di salire su un palco probabilmente conosce bene. L'idea è arrivata per caso, io sono un amante delle short stories di Raymond Carver e John Steinbeck, ma anche di James Joyce. Soprattutto, sono un avido lettore di tutti i road diaries che riesco a trovare sui siti dei complessi che amo, ma anche di quelli che seguo solo raramente. Li considero, diciamo, una forma d'espressione che unisce tutto ciò che conta per me nella musica: suonare, scrivere, esibirsi da vivo. Già da qualche tempo avevo cominciato a sperimentare l'inserimento di piccole storie nei miei pezzi come testi degli stessi, con lo scopo di andare oltre la tipica forma-canzone dipendente da rime e parole simili. Poi, discutendo della cosa con Dario, è arrivata l'idea di integrare le liriche con alcuni miei racconti. A quel punto, tutti i pezzi hanno trovato una collocazione. I testi delle canzoni sembravano scritti apposta per completare le storie, così come le storie aggiungevano un ulteriore elemento in grado di aiutare a comprendere meglio i testi stessi. Aggiungici che le atmosfere di “In The Land Of The Sun” ci sono sembrate perfette per "musicare" le sensazioni derivate dalle parole, ed il gioco è fatto. Diciamo che l'idea di creare una piccola "colonna sonora" ai miei racconti è piaciuta ad entrambi, così abbiamo deciso di proseguire su quella strada anche quando il disco è stato realizzato, con la stampa del libretto e l'impostazione grafica che ricorda le vecchie pubblicazioni della Adelphi.

Musicalmente "In The Land Of The Sun" è godibile, ma è un po' faticoso riuscire ad entrare subito nei brani, che mancano di quell'immediatezza che permetterebbe loro di colpire subito. È un risultato voluto oppure sono io che non sono riuscito a decifrare bene il vostro lavoro?
Guarda, io sono assolutamente un fan della musica di immediata assimilazione. Non per niente Beatles e Beach Boys sono tra i miei gruppi preferiti, ma di solito non riesco a capire quanto è difficile "entrare" nelle canzoni che scrivo oppure se mi suonano più o meno immediate. Posso solo dirti che sia io che Dario scriviamo così. E' lo stile che abbiamo maturato negli anni, quello che ci viene naturale. Chiaro che la componente cinematica dei brani, fatta di lunghi spazi tra le note e di atmosfere che spesso rallentano, è un taglio che abbiamo di proposito voluto dare ai nostri pezzi e che, probabilmente, questo tipo di impostazione rende necessario un ascolto più attento e magari ripetuto, ma posso assicurarti che è assolutamente casuale. Magari non sarà così per il prossimo disco. Di certo, lo stile di queste canzoni mi sembra perfetto per “In the Land of the Sun”, perché la lettura dei testi, e delle storie, richiede tempo. Quel tempo che il dover ascoltare più attentamente la musica ti concede.

I brani hanno un sapore molto americano, nel senso buono del termine. Come reagiscono gli statunitensi quando sentono un forestiero che si avventura nei loro territori sonori?
Innanzitutto grazie per il "senso buono": oggi è davvero difficile avventurarsi in certi territori senza scontrarsi con lo stereotipo dell' americanista convinto o dell' anti-americano ad oltranza. Comunque, per quanto mi riguarda, le reazioni degli "autoctoni" sono sempre state positive nei nostri confronti. Sarà perché io dedico particolare cura alla scrittura e alla pronuncia inglese (cosa che fa davvero la differenza... non c'è niente di peggio di qualcuno che "scimmiotta" la tua lingua...), sarà perché a certi argomenti gli anglosassoni sono più "avvezzi". Devo dire che, all'inizio, è sembrata una montagna troppo alta da scalare pure a me. Poi, con le prime recensioni in cui molti non credevano che io fossi "davvero italiano", ho cominciato a sentirmi più a mio agio. Io continuo a pensare che non importa se sei italiano, inglese o africano se quello che proponi è buono. Anzi, gli anglosassoni sono molto più aperti sotto questo punto di vista rispetto a noi. Giudicano con le orecchie e non con le riviste sottomano. Cosa che mi piacerebbe facessero anche molti qui da noi, dove l'aggettivo "gruppo italiano" è usato quasi come un dispregiativo per quanto riguarda la musica... come se io non fossi in grado di scrivere, per motivi di passaporto, canzoni migliori di uno di Chicago.

È indubbio che internet ha ridefinito il concetto di album, che ormai è quasi un reperto preistorico. Come vivi questa cosa, considerando la grande cura che avete messo per la confezione di "In The Land Of The Sun"?
Bella domanda. A livello personale, già ho vissuto in modo traumatico il distacco dal vecchio vinile, tant’è che ho continuato per anni a comprare cd (quando l'edizione in vinile non veniva stampata) senza possedere il lettore e ricorrendo alla vecchia "cassetta" con l'aiuto di qualche amico pur di rimandare il più possibile l'inevitabile. Adesso, l'avvento della musica digitale ha completamente rivoluzionato il mercato e anche il cd è diventato obsoleto. Premesso che sono un amante dell’Old Style e che ancora preferisco comprare un vinile se posso scegliere, ho preso atto da tempo che, in futuro, la musica intesa come "supporto" è destinata a scomparire, o per lo meno a diventare oggetto di culto come fu per il vinile al tempo del passaggio al cd. Vedo però un sacco di persone interessate al cd come "oggetto", più che come contenitore di canzoni, così come molte persone si interessano al modernariato o al vintage. Per questo sono moderatamente ottimista, nel senso che l'appassionato di musica continuerà la ricerca dell'oggetto, in quanto la soddisfazione del possesso non può essere sostituita da un file. Il non appassionato è comunque poco interessato alle band di qualità, e quindi credo possa toccare solo marginalmente il mondo indie, da sempre alimentato dalla passione. Insomma, sempre più downloading per quello che riguarda un primo ascolto, ma anche un ritorno delle "belle confezioni" in vinile per attirare l'occhio dell'appassionato, che rappresenta il 95% dei fruitori di indie rock. Certo, chi ha mire "espansionistiche" sul mainstream dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Secondo te internet è un pericolo (la bulimia da download riduce enormemente la vita media di un disco negli auricolari dei ragazzi) oppure un'occasione (la bulimia da download come possibilità di conoscere tanti nuovi gruppi e tante nuove realtà)?
Ho sensazioni contrastanti, diciamo una via di mezzo tra pericolo e occasione. Apprezzo il fatto che si ha la possibilità di accedere a molte più cose senza il filtro della pubblicità mediatica, ma allo stesso tempo è difficilissimo orientarsi nella giungla delle proposte musicali in rete. Sul fatto che riduca i tempi di ascolto di un album, penso sia un discorso soggettivo, sempre legato al livello di passione che ognuno ha. Personalmente, faccio molta fatica a passare da un cd all'altro solo per semplice curiosità. Dal punto di vista organizzativo poi, secondo me internet è un'occasione solo per chi sa come usarla. Internet ti offre enormi possibilità solo se puoi supportare le tue scelte di mercato nel mondo "reale" con una disponibilità finanziaria adeguata. Altrimenti ti fa scomparire nel marasma delle proposte alla velocità della luce. Può facilitare enormemente le cose a livello promozionale/organizzativo, ma sbaglia chi pensa che faccia risparmiare dei soldi. Ti dà solo la possibilità di lavorare più velocemente, ma se non si investe in ciò che si produce come e più di quanto si faceva prima dell'utilizzo della rete, si viene schiacciati dal peso della quantità di musica prodotta oggi.

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