Gatto Ciliegia Contro Il Grande Freddo - e-mail, 01-11-2004 Intervista

09/11/2004 di

Suonano e registrano in casa. Non scrivono ispirandosi ai film, ma lasciano che siano gli ascoltatori a dare un percorso visivo alla loro musica. Sono in tre, pieni di amici. Si chiamano Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, e vengono da Torino. Dopo il loro ennesimo disco, ennesimo e bello, ROCKIT ha finalmente intervistato il Gatto. A passi, ovviamente, felpati.



Ciliegia ha cinque anni: è un giovane europeo randagio dal bel pelo. Ci ha raccontato già in quattro suoi diari le sue avventure attraverso le quali è diventato adulto. Sembrerebbe vivere per il meglio.
Sì, il gattone sta bene anche se gli è creciuta un po’ la panza. E’ per via della scarsa attività fisica e di qualche birra di troppo.

Quattro prove in studio, quattro colori (giallo, blu, bianco, magenta) quattro opere densissime e diversissime che mostrano crescita artistica e consapevolezza di sé. Che rapporto avete coi vostri lavori in retrospettiva?
Un buon rapporto, soprattutto con “#2” e “it is”. Non che ci capiti di ascoltarli spesso - non siamo molto narcisisti - ma occasionalmente è utile riscoprire i vecchi lavori in chiave critica, e quando capita di riascoltarli li troviamo più belli di come li ricordavamo.

Lirreparabile” è un collant rotto, è un magenta che crea subito tensione in chi lo guarda, è un “Elvis a pezzi”, è una “Calibro 9 per rodriguez”, è “La gang del pensiero”, ma - soprattutto - cosa significa questalbum?
Rappresenta una necessità di cambiamento, di evoluzione e di rivoluzione. E’ un disco di contrasti, sfrontato e timido, rumoroso e silenzioso, futile e indispensabile. E’ un album ambizioso. Non tutti i critici lo hanno compreso, anche se la maggior parte lo ha apprezzato molto. Noi, comunque, abbiamo realizzato quello che volevamo e siamo soddisfatti del risultato.

Un anno damore” segna un momento di svolta per voi: primo pezzo cantato (anche se poi nellalbum ne segue unaltro) e primo video. Come mai?
Non è il primo pezzo cantato, è solo il primo che finisce su un album. Avevamo già realizzato due cover di De Andrè per due diverse compilation tributo e la voce compariva qua e là anche in “#2”. In questo caso “Un anno d’amore” è stato un po’ il centro dell’intero lavoro, il punto di partenza attorno al quale abbiamo costruito tutti il resto. Invece è effettivamente il primo video che realizziamo, semplicemente perché non ci eravamo mai confrontati con questo mezzo espressivo e avevamo voglia di provarci.

Ho letto che in passato avete giudicato gli studi di registrazione luoghi non fecondi e la batteria strumento strutturalmente costrittivo. Come e dove sentite che il pezzo nasce in serenità?
In casa. É lì che abbiamo sempre composto tutti i brani e da “it is” in avanti realizziamo in casa anche gran parte delle registrazioni. E’ una scelta che abbiamo fatto all’inizio perché dopo anni di sala prove eravamo stanchi di quell’odore di muffa, di birre calde e orari imposti. Solo che lavorando in casa la batteria diventa uno strumento poco pratico, ingombrante e rumoroso, così l’abbiamo semplicemente sostituita con qualche apperecchio elettronico.

Siete soliti legare la vostra musica ad immagini cinematografiche. Avete mai sentito il desiderio di esprimere coi suoni altre arti figurative come larchitettura o la pittura?
No, mai sentito. Comunque diciamo che il legame con le immagini è successivo alla composizione della musica, nel senso che è una cosa che si crea nell’immaginario di chi ci ascolta e noi ci giochiamo un po’ su. Non ci siamo mai messi a comporre ispirandoci a qualcosa, immagini o altro, a parte ovviamente quando abbiamo realizzato delle colonne sonore.

Ho notato diverse affinità tra Gatto ed il Jazz. Come vivete questo genere e cosa ne ammirate in modo particolare?
Del jazz ci piace soprattutto l’aspetto primitivo, anarchico. Il jazz da salotto ci interessa poco, preferiamo semmai quello spirito di irriverente intraprendenza tipico del vecchio jazz e poi ripreso in certa misura dal punk negli anni 70. Ma del jazz condividiamo anche la ricerca di melodie e armonizzazioni non scontate, non prevedibili come nel rock e nel pop, dei quali invece ci interessano più gli aspetti della sintesi o dell’impatto emotivo che sono in grado di suscitare nell’ascoltatore.

Trovarvi al Tora! Tora! è stato tanto stupefacente quanto piacevole. A cosa si deve il sodalizio? Comè stato suonare davanti al pubblico del rock italiano?
Il sodalizio si deve al fatto che siamo stati invitati, in fondo siamo parte della scena anche noi, nel nostro piccolo. Infatti avevamo già partecipato lo scorso anno ma dobbiamo dire che quest’anno abbiamo trovato un’atmosfera se possibile ancora più piacevole e rilassata, e più coinvolgimento tra i gruppi. Naturalmente è stato abbastanza emozionante suonare, c’era molta gente, anche se crediamo che il Tora! Tora! sia importante più come evento nel suo complesso che rispetto alle esibizioni dei singoli gruppi.

Fabio, Max e Gianluca nella vita di tutti i giorni cosa fanno?
Dopo essersi arricchiti con le royalties sono divenuti proprietari dei numerosi giacimenti petroliferi nella bassa Valle di Susa. Vivono come nababbi, hanno tre mogli ciascuno, ingollano caviale e champagne dal mattino a sera. Talvolta, annoiati da tanta opulenza, pubblicano un disco.

La scuola veneta di Rockit suole concludere le interviste con domande marzullesche. Io sono lombarda e di veneto non conosco molto, purtoppo (Rigolin, grappa e Palladio a parte!). Proviamo una cosa nuova: la conclusione delle interviste! Scegliete la busta e chiudete le danze.
1) Questo è un mondo difficile perché
2) Avreste fatto la stessa musica anche abitando a Napoli, a New York, a Cogozzo o a Lilongwe?
3) Fatevi una domanda e datevi una risposta.
Mmm… non si potrebbe avere una grappa?

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