Cut - e-mail, 01-11-2006 Intervista

10/11/2006 di

(I Cut in un collage di Black Tutu)

Bologna. Noise punk e rock'n'roll. Muovete il culo che arrivano i Cut. Prima accasati presso la storica etichetta indie GammaPop, per la quale hanno inciso tutto il loro precedente materiale discografico (tre dischi, un demo e qualche EP), ora incidono invece per l'altra prestigiosa bolognese: la Homesleep. E' la storia di un gruppo che non tradisce mai e che ha fatto del proprio fuoco musicale una luce con cui incendiare i dancefloor. Da sempre di nicchia e mai domi, siamo andati ad intervistare una band giovane dentro. Anzi, giovane sempre.



Partiamo dal cambio di etichetta: dopo 3 dischi e vari EP siete approdati alla Homesleep, una label non proprio affine alle vostre sonorità…
A dire il vero all’inizio siamo rimasti anche noi un po’ sorpresi dell’interessamento di Homesleep nei nostri confronti. Conosciamo i ragazzi dell’etichetta da anni - dato che le storie di GammaPop e Homesleep si sono spesso intrecciate per vari motivi - ma mai avremmo immaginato sviluppi simili, considerate le caratteristiche del nostro sound. Invece, dopo un concerto insieme a Giardini di Mirò e Yuppie Flu ci è stata fatta una proposta di collaborazione molto appassionata che noi abbiamo subito accettato con entusiasmo.

Abbiamo sempre rispettato il loro modo di lavorare: sono stati fra i primi a rimettere l’Italia sulla carta del rock indipendente internazionale - dopo che per anni il nostro paese è stato assolutamente autarchico da questo punto di vista. Siamo molto contenti di questa collaborazione e riteniamo che i Cut su Homesleep siano un grosso segno di apertura mentale e voglia di rischiare da parte della nostra attuale label.

Nella recensione su Rockit è stato scritto che “I Cut non tradiscono mai”, a voler indicare che il vostro approccio con il rock’n’roll è lo stesso da sempre. Ma il titolo del disco (“A Different Beat”) in realtà vorrebbe rivelare, nelle vostre intenzioni, la ricerca di nuove sfumature?
Da un certo punto di vista questo disco rappresenta una svolta, non solo musicale. Per la prima volta un nostro album è stato concepito, composto, suonato e registrato da una formazione a tre. Anche il precedente “Bare Bones” è stato realizzato per la gran parte dal trio attuale, ma molti pezzi erano nati originariamente con l’idea di una band di quattro persone con all’interno una voce femminile. In alcuni brani era presente una nostra amica, Cristina Negrini. Anche l’idea di usare un certo tipo di arrangiamenti è stata influenzata da questa situazione di “transizione” se vuoi.

“A Different Beat” è stata una sfida. Del resto tutti i segnali, sia esterni (i pareri del pubblico e di amici) e soprattutto interni (la nostra convinzione in questa nuova formazione) ci incoraggiavano in questo senso. Il nuovo assetto ha avuto, ovviamente, un’influenza decisiva sul nostro modo di suonare dal vivo e di comporre in sala prove. Credo che i risultati si vedano sia sul palco che su disco. Poi c’è stata la nuova collaborazione con Homesleep: dopo l’ultimo difficile periodo di Gamma Pop ha sicuramente rappresentato una grande iniezione di fiducia. Tutto questo ha fatto sì che questo disco avesse il sapore di una nuova partenza anche se in realtà noi non ci siamo mai fermati.

Per tornare alla recensione di Rockit... posso dirti che mi piace pensare che il recensore facesse riferimento al nostro approcio alla musica che negli anni non è mai cambiato. Se ascolti i nostri dischi ti accorgerai infatti che non si somigliano poi così tanto, stilisticamente intendo. Un po’ a causa degli scherzi del destino (vedi cambi di formazione), un po’ grazie al fatto che - per quanto molti ci identifichino come una specie di carro armato rock & roll che procede da anni con lo stesso passo - a noi non piace ripeterci. Quello che è rimasto costante è la nostra attitudine e un suono che dopo dieci anni ci caratterizza e appartiene solo a noi, ma all’interno di questo paradigma di cambiamenti ce ne sono stati, ci sono e ce ne saranno ancora tanti.

Nel periodo intercorso tra l’abbandono forzato di Gammapop alla Homesleep, ci sono stati momenti critici che vi hanno fatto pensare alla parola “fine” del progetto?
Le motivazioni che ci spingono a suonare non hanno niente a che vedere con la nostra situazione discografica. Ovviamente vogliamo che la nostra musica venga distribuita e promossa al meglio, e in questa fase l’apporto di un’etichetta come Homesleep è fondamentale… ma non è per questo che suoniamo e che esistiamo come gruppo! Se la nostra determinazione si basasse su agenti esterni avremmo dovuto scioglierci ben prima degli eventi a cui fai riferimento. Quando Gamma Pop è venuta meno eravamo nel pieno della scrittura di questo disco. Quello che per noi è il nostro disco più bello, smettere era davvero l’ultima cosa a cui stavamo pensando. Smetteremo solo quando suonare dal vivo e scrivere nuovi pezzi non ci darà più le stesse emozioni che proviamo ora e, alla faccia di chi ci vuole male, posso dire che questa è di gran lunga la fase più stimolante e divertente che il gruppo abbia mai vissuto.

Il team che si è occupato della produzione artistica è diverso rispetto al passato, avendo optato per la consulenza Bruno Germano e Andrea Rovacchi. Scelta forzata e/o consapevole?
Scelta consapevole, ovviamente. Per questo disco ci eravamo prefissati di avvicinarci il più possibile al nostro suono live e crediamo di essere riusciti a fare un buon lavoro. Non ne potevamo più di sentirci dire che i nostri dischi non erano potenti come i nostri concerti (anche se paradossalmente tutti i nostri album, compreso “A Different Beat”, sono stati sempre registrati live in studio). Ci rendiamo conto che nessun disco renderà mai l’atmosfera e l’energia di un concerto, tuttavia volevamo provare ad avere più potenza e un suono più aggressivo. L’apporto di Bruno Germano dei Settlefish, il nostro fonico live, è stato decisivo nel catturare il nostro suono. Con lui abbiamo un rapporto speciale: è quasi il quarto elemento del gruppo, tanto che la sua chitarra è presente in due brani del disco. A volte ti verrebbe voglia di strangolarlo ma dopotutto non puoi non volergli bene. Andreino Rovacchi è un altro amico di vecchia data che ci conosce benissimo e con il quale ci troviamo alla grande; oltre ad essere il fonico residente dello studio (l’Esagono di Rubiera) è il classico tipo che riesce a capire immediatamente cosa c’è che non va in un missaggio o in una take di un brano. Con un paio di frasi ben assestate trasudanti saggezza emiliana riesce a metterti sulla strada giusta.

Abbiamo voluto loro perché ci conoscono, perché li stimiamo come persone e come fonici e perché sono persone con le quali è piacevole passare molto tempo insieme.

In generale “A Different Beat” mi sembra più centrato del precedente, caratterizzato da un sound vivace e meno ripetitivo. Puntavate a questo risultato?
Sono d’accordo ma non credo che “Bare Bones” sia ripetitivo. Forse, proprio perché testimone di una fase di passaggio, offriva la maggiore varietà di atmosfere, arrangiamenti e sonorità di qualsiasi disco della band. “A Different Beat” alle mie orecchie suona molto compatto e potente… con molta varietà certo, ma anche con una lucidità che non abbiamo mai conosciuto… ed è per questo che lo considero il nostro disco migliore. E’ la colonna sonora di un percorso ben avviato. Ovviamente sia per questo che per il precedente non eravamo consapevoli di quello che ci stava succedendo. Quando facciamo un disco non ci rendiamo conto di dove stiamo andando: si suona mettendoci l’anima. E basta! E’ solo dopo, molto dopo, che riesci ad estrarre un senso dai tuoi dischi. A contestualizzarli all’interno della tua storia. Solo adesso infatti, alla luce di “A Different Beat”, riesco a capire cosa stavamo facendo con “Bare Bones”. E sicuramente il prossimo disco ci darà una nuova prospettiva su “A Different Beat” e così via…

In cosa vi sentite diversi dagli esordi? Oltre ad una maturità acquisita nel tempo, ci sono differenze (sia in positivo che in negativo) che percepite distintamente?
Abbiamo di certo un’attitudine più rilassata nei confronti delle cose che riguardano il gruppo. La nostra storia così tribolata ci ha insegnato a dare il giusto peso agli eventi, piacevoli o spiacevoli che siano. In passato ci siamo fatti lacerare e bruciare dalla nostra stessa passione talmente tanto da mettere continuamente in discussione l’esistenza stessa del gruppo. Adesso riusciamo a convogliare questa energia nella musica e nei concerti e a farne un uso positivo; mi rendo conto che sembro una specie di santone new-age del cazzo a parlare così, però da un certo punto di vista è vero. Prima distruggevamo noi stessi e il pubblico, adesso ci stiamo concentrando quasi esclusivamente su quest’ultimo…

Per chi vi segue, è risaputo il vostro amore per il funk e tutte le sonorità black che ne derivano, rigorosamente di matrice sixties e seventies. Condividete questa passione con i Julie’s Haircut, ma non vi abbiamo mai sentito su uno split tributare qualcuno di quei nomi per cui nutrite più di un debole. Succederà mai?
Magari! Adesso siamo di nuovo sulla stessa label. Sarebbe bellissimo. Tra l’altro il nuovo disco dei Julie’s è un’opera bella e coraggiosa che solo un gruppo spregiudicato e sincero amante della musica come loro poteva realizzare. Bisogna ammirare questi ragazzi.

Sono ormai dieci anni che siete sulla/e scena/e e un qualche bilancio parziale l’avrete fatto. A cosa si accennava nell’ultimo?
No. Continuiamo a vivere giorno per giorno, non abbiamo tempo per i bilanci. Anche perché ogni volta che saliamo su un palco, ogni volta che lavoriamo su un pezzo, ogni volta che facciamo un disco, abbiamo raggiunto il nostro scopo. Sicché il bilancio, alla fine della giornata, non può essere che positivo. Per noi poter suonare la nostra musica davanti a qualcuno che è lì per sentirci è l’unico risultato che conta.

E’ ovvio che avrei desiderato un po’ più di stabilità per il gruppo in diversi momenti del nostro percorso, ma tutto sommato penso che quanto è successo ci è servito a portarci dove siamo ora: il nostro disco più bello e una line-up mai come ora solida e affiatata. E, se posso permettermi di aggiungere una cosa: voglio dire che anche nei momenti più difficili del gruppo la nostra musica non ha mai sofferto, anzi a volte è sembrata nutrirsi delle nostre stesse ansie e frustrazioni interne. Per i Cut scrivere e suonare musica in qualsiasi condizione ci trovassimo non è mai stato un problema… e questo, alla fine, è quello che conta.

Rispetto a molte altre formazioni ritengo che negli anni avreste meritato molto di più, quantomeno a livello di ribalta mediatica. È l’ambiente italiano che non fa per voi o sono i Cut che non c’azzeccano?
Fin dall’inizio abbiamo pensato che l’unico modo per far conoscere la nostra musica era quello di crearci da soli un’etichetta. Eravamo sicuri all’epoca di non avere una collocazione precisa nel panorama italiano… ma a dieci anni dalla nostra nascita come gruppo le cose non sono cambiate! Siamo sempre stati un gruppo “eccessivo”: troppo punk per gli indie- rockers, troppo indie per i punk, troppo rock per gli intellettuali… e troppo strani per i rockers! Non abbiamo mai avuto un pubblico di riferimento, né una scena che ci abbracciasse appieno. Al nostro pubblico piace scegliere per conoscenza diretta, spinti dalla curiosità di conoscere una realtà un po’ fuori dagli schemi. Non per forza seguita dai più. Ti garantisco che nel 2006 non ce ne sono tante di persone così, ma quelle che ci sono ce le teniamo strette perché sappiamo che hanno davvero scelto di seguirci senza farsi influenzare da nessuno. Questo per noi è sicuramente un grandissimo motivo di orgoglio e di soddisfazione anche se ci rendiamo conto di non avere nessuno spazio in questo mercato musicale. Noi siamo fatti così, che ci possiamo fare? Non so se questo dipenda dal fatto che siamo in Italia o meno. Ci siamo confrontati troppo poco con l’estero per poterlo dire. E’ per questo che sono molto eccitato all’idea che il nostro disco uscirà nel resto di Europa all’inizio del 2007, grazie a Homesleep. Poi andremo a suonare un po’ all’estero e staremo a vedere...

Siete amanti del pettegolezzo nell’ambito del piccolo mondo indie italiano oppure preferite starvene da parte?
Ce ne stiamo da parte, molto volentieri... anche se c’è stato un periodo in cui, pur senza fare niente per provocarli, eravamo spesso al centro di pettegolezzi e polemiche. Forse perché con l’etichetta di mezzo qualcuno pensava che contassimo qualcosa, boh, vallo a sapere. Comunque non ce n’è mai fregato niente: c’è troppa bella musica in giro, troppe cose da fare per stare a perdere tempo con queste cose.

Ascolta il Promo Digitale di "A Different Beat".

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