Eliiene - e-mail, 01-12-2003 Intervista

03/12/2003 di

Gli Eliiene nascono a Padova nel 2001 e suonano rock contaminato dal pop, dall’industrial, dall’elettronica, dal noise, dagli americani, dagli inglesi, ma cantano in italiano. Sul palco usano i classici strumenti del genere, ma spesso suonano anche in veste acustica, e con elementi aggiunti.



Cosa significa il vostro nome? Perché lo avete scelto?
Eliiene è un nome femminile inventato. Nei ringraziamenti del “Live at Sin-e” di J. Buckley troverai qualcuno con un nome simile e il lavoro di storpiatura è tutto merito della memoria poco affidabile di Francesco (Subseven).

Cosa c’è del vostro nome nella vostra musica?
Per noi la femminilità è una cosa intrigante come la luna, come lo sguardo un po’ triste e perso di una donna, come una forza inaspettata che una donna sa mostrati nel momento più inaspettato e che l’uomo può solo immaginare (tanto per fugare ogni accusa di maschilismo…). Ecco, la femminilità è ciò che c’è nella nostra musica (unito al virilismo di noi tre, uomini).

Quali sono le difficoltà che incontra una giovane band che fa la vostra musica nel vostro territorio?
Padova è povera di locali e quei pochi difficilmente fanno suonare gruppi che non hanno cover nel proprio repertorio. Anche chi ha gli spazi e un giro di persone aperte all’originalità tende ad affidarsi ad artisti di buona fama piuttosto che far crescere il gruppo emergente. Non sappiamo se questa sia una questione di cultura o di una supposta misera qualità di ciò che propongono i gruppi ‘originali’ locali, ma per quanto ci riguarda i nostri ultimi concerti sono stati tutti a Verona dove abbiamo trovato molte band e persone felici di darci una mano (vedi Massimo Fiorio/Slumber, Retro Lover, Kate,…).

E’ chiaro che siamo molto contenti dell’iniziativa ‘RockitEyes’ e l’applaudiamo.

Quali sono i vantaggi, invece, di vivere nella vostra zona, per far musica.
La tua domanda presuppone che ce ne siano, ma abbiamo dubbi a riguardo. Forse il bello di stare a Padova è che siamo equidistanti da molti posti interessanti (Venezia, Bologna, Verona, Treviso,…).

Daniele invece, che ha vissuto a Venezia, dice che lì la situazione è molto peggiore: una sola sala-prove in tutta l’isola e un’elevata concentrazione demografica. Perciò solo se hai una barca puoi trasportare la pesante attrezzatura per imbastire un concerto rock; e comunque è difficile proporre qualcosa che si discosti dal reggae o dal jazz… Ecco che, a confronto, i vantaggi di Padova sono i vantaggi che offre una qualsiasi zona ‘normale’ del ricco nord-est.

Tre dischi stranieri e tre italiani da portare nell’isola deserta.
Salviamo “Siamese Dream” degli Smashing Pumpkins, un disco con una produzione ingegnosa davvero invalutabile. “OK Computer” dei Radiohead e “Blood Sugar Sex Magic” dei Red Hot Chili Peppers.

Di italiano salviamo “Catartica” dei Marlene Kuntz, che ci insegna cosa si può arrivare a fare cantando in lingua italiana. “La velocità della luce” (era così il titolo?) dei C.O.D., bello bello bello. E… uhm.. qualcosa degli Afterhours, belle le canzoni, i dischi un po’ meno.

Un disco straniero e uno italiano da buttare nel cassonetto.
Non è nel nostro carattere parlare male di altri musicisti (a volte li prendiamo in giro, come del resto facciamo col nostro stesso gruppo). Crediamo che qualsiasi persona che fa musica abbia, magari in minima parte, delle buone cose da salvare. Prendi Britney Spears, Cristina Aguilera, Lollipop o chi vuoi tu; ok, sono solo bambinette create e truccate dall’araffone di turno, ma effettivamente dietro di loro c’è chi ha scritto le canzoni, anche con la brutta intenzione di ‘vendere’, ma per vendere si utilizzano cliché o passaggi ad effetto che funzionano, e che quindi piacciono. Non è tanto una questione estetica, crediamo.

Semmai possiamo dirti che questi ‘prodotti’ non c’interessano, non ci cambiano la vita come i dischi della domanda precedente, non aggiungono niente di nuovo. Non buttiamo via niente ma non lo prendiamo neppure in considerazione.

Musicalmente da che parte state: Inghilterra o Stati Uniti? O altro?
Dei gruppi inglesi ci piace ciò che chiamiamo la poeticità, un certo intimismo dolce e sofferto, soprattutto nella interpretazione vocale, mentre dell’America adoriamo il muro di suono, la ‘botta’.

Tra i nostri idoli mettiamo anche Pitagora, Palestrina, Bach… la musica è una, loro lo sapevano.

Un buon motivo per venirvi a vedere dal vivo.
Quello che cerchiamo di fare dal vivo è proporre pezzi diversi tra loro, dallo stoner più aggressivo e pazzo alla ballata sussurrata e triste. Riteniamo molto interessante questo tipo di approccio, cioè il non legarsi a un ‘tipo’ di canzone, a un genere. Abbiamo comunque un gusto molto rock, siamo il classico power-trio, ma speriamo che ciò che resta di noi siano certe scelte un po’ oblique, certi momenti non ben classificabili.

La più bella serata della vostra vita di musicisti.
Sabato scorso: un piccolo pub, sperduto nella campagna veronese, poca gente, buoni amici, un buon suono.

Questo è un mondo difficile perché
La gente sta male.

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