Reflue - e-mail, 02-04-2003 Intervista

24/04/2003 di

Abbiamo già gridato al miracolo... e ribadiamo il concetto: “Slo-mo”, dei parmensi Reflue, è un disco che ci ha colpito al cuore per il suono dilatato, le atmosfere rallentate - ma non per questo tristi o depresse - e gli arrangiamenti delicati. Poche, probabilmente pochissime, le band italiane che hanno un approccio simile; sicché anche per questa ragione “Slo-mo” è un lavoro assolutamente fuori dagli schemi.

Di questo ed altro abbiamo parlato, via e-mail, con 3/4 dei Reflue: Massimo Scaccaglia, Michele Zilioli e Federico Del Santo.



Sorpresi dall’accoglienza riservata a “Slo-mo”?
Max: Guarda, ci stiamo ancora chiedendo: “Ma chi sono ‘sti Reflue di Parma che se ne parla un gran bene? Eppure dovremmo conoscerli…”.

Michele: Sinceramente no: ho creduto sin dall’inizio di avere fra le mani un lavoro di qualità.

Federico: E’ stata una bella conferma.

Come nasce la vostra musica? Ve lo chiedo con particolare interesse, visto che siete esordienti ed il 90% delle band nostrane parte imitando Ligabue o i Litfiba. Voi siete da tutt’altra parte, per fortuna
Max: Siamo ossessionati dal ‘non suonare come qualcun altro’. Nel cercare le soluzioni negli arrangiamenti è sempre in agguato la possibilità di sfruttare il ‘già sentito’, o la soluzione ad effetto. Certo, non affermiamo di non caderci anche noi… Solamente cerchiamo di mettere molta attenzione nell’evitarlo (non sempre ci si può riuscire e, forse, non sempre è giusto trattenersi dal citare, ma questo è un altro discorso..), nel mascherare le citazioni. A livello compositivo partiamo dalle bozze di Federico e insistiamo a cercare un equilibrio tra le nostre influenze, la volontà di fare una canzone (e qui bisogna ragionare, essere pragmatici) e lo ‘sfizio’ di tentare qualche soluzione particolare.

Federico: Più semplicemente, direi che Ligabue e Litfiba non sono le nostre principali fonti di ispirazione.

Vi riconoscete nei nomi che seguono? Yo La Tengo, Montgolfier Brothers, Tram
Federico: Nei primi direi di sì, personalmente conosco solo l’ultimo disco, ma è stato molto ispiratore all’epoca; i secondi non li ho mai sentiti nominare e dei terzi non ho ancora sentito nulla.

Anche se, a dire il vero, certe parti chitarristiche ricordano il David Sylvian post-Japan
Federico: Qui siamo su un terreno decisamente familiare; Sylvian non solo è uno degli artisti a cui sono più affezionato, ma i chitarristi che negli anni lo hanno accompagnato sono tra i miei preferiti in assoluto; David Torn e Bill Frisell su tutti, senza dimenticare, ovviamente, Marc Ribot e Robert Fripp.

Poi, in un pezzo in particolare, “Zenith”, sembra di ascoltare i Matmos.

Max: Non conosciamo i Matmos (forse neanche Federico, che è il più aggiornato). “Zenith” è un giro di sequencer che Gianluca aveva in memoria mi sembra da 15 anni… ce l’ha fatto sentire quando stavamo registrando, l’abbiamo amato subito per lo spirito sgangherato e registrato all’istante, così com’era, con un pizzico di chitarre e un testo scritto di getto. Cose da irresponsabili!

Federico: Invece li conosco, li ho pure visti dal vivo con Bjørk, e direi che è proprio lei il tramite, visto che è una delle principali passioni di Gianluca.

Max: …Grazie Fede, bella figura di m…

In qualsiasi modo si possa definire la vostra musica, mi sembra che, alla base, ci sia un innegabile amore per il pop.

Federico: Assolutamente. Anche perché oggi, dietro alla sigla pop, si cela il genere musicale più trasversale; basti pensare agli ultimi Radiohead per avere un’idea di cosa possa essere pop oggigiorno.

L’approccio della musica dei Reflue può essere riassunta in una breve frase tratta da “Nonsense”, nella quale dite: “Sono a disagio in questa normalità”.

Max: Però! Forse hai ragione. Anzi, a pensarci bene lo sto realizzando riflettendo sulla tua domanda. Puoi aver colto uno dei motivi all’origine dei nostri tentativi di comporre (visto che ci sentiamo a disagio con le vecchie ‘idee’ ne cerchiamo di nuove) e di quello che diciamo. Il fatto che ce lo venga a dire qualcuno dall’esterno, semplicemente giudicando la nostra musica, dovrebbe farci capire che agiamo spesso in reazione agli impulsi che vengono da fuori senza esserne consapevoli, come reazione al fastidio. E quindi dovremmo smettere all’istante di suonare perché insinceri. Banalmente possiamo dire che o si è a disagio o non si è - …e meno male che abito in campagna e la sera riesco a fare due passi in relax.

Michele: Lo intendo come un complimento per la nostra originalità e te ne sono grato. In realtà, e qui ho un punto di vista diverso da Max, la nostra non è musica che proviene dal disagio, bensì qualcosa che fluisce con tutta naturalezza e che deriva dalla nostra passione musicale. Non ci sono forzature o premeditazioni alla base di quello che facciamo: semplicemente ci mettiamo lì, suoniamo e tutto il resto viene da solo.

Da cosa deriva la scelta di cantare sia in italiano che in inglese?
Michele: E’ la diretta conseguenza della nostra volontà di aprire il suono della band e comunicare su più livelli. Dopo i primi demo, interessanti ma acerbi, “Slo-Mo” rappresenta la maturazione dei Reflue e la fioritura di un suono e di un linguaggio più liberi.

Federico: Aggiungo solo che artisti come Arto Lindsay da tempo cantano in due lingue nei loro dischi, senza risultare ‘strani’, cosa che ha fatto anche Paolo Conte, per esempio.

I testi parlano spesso di insicurezza e disagio esistenziale. Cos’è? Un omaggio (con tutto il rispetto) alla vostra generazione?
Max: Premetto che non siamo portatori di una ‘filosofia del disagio’, ma è semplicemente un omaggio reso inconsapevolmente a noi stessi, a noi cinque dei Reflue prima di tutto. I testi sono usciti quasi spontaneamente sulle canzoni (anche se c’è stato un lungo lavoro di ‘cesello’, di perfezionamento, visto che non siamo degli scrittori di mestiere), perciò non possono che essere una fotografia del nostro stato mentale, di una parte di esso almeno. Sono sia uno sfogo, sia una consolazione e penso che un po’ di confusione e disagio debbano essere concessi a chi è nato trovando valori e organizzazione di vita già pronti e confezionati. La sensazione di non aver potuto incidere sulle nostre scelte di vita fin dall’inizio ci rende insicuri - noi che pensiamo solo alla musica per primi - ma non possiamo viverne. E’ difficile parlare di queste cose senza cadere nel retorico, e c’è un aspetto anche sociale da valutare: i racconti di chi è nato nella prima metà del secolo ci fanno capire come abbiano dovuto farsi sentire con molta forza per crearsi una realtà almeno vivibile, ma per lo meno l’hanno potuto fare. Per noi influire sulla realtà delle cose sembra troppo difficile.

Michele: Come dicevo prima, non penso che i nostri testi siano così improntati sul disagio esistenziale. Non siamo certo dei depressi, ma piuttosto persone che, forse per il fatto di essere ormai dei trentenni, non riescono a fare a meno di osservare ed osservarsi per poi descrivere e descriversi. Eventuali riferimenti a certe tematiche sono posti con ironia e costituiscono altresì una reazione a qualcosa di negativo. Personalmente ritengo che i Reflue e la loro musica costituiscano un’espressione di positività.

Come siete riusciti a contattare Amerigo Verardi?
Federico: Siamo diventati amici grazie alla comune conoscenza di Claudio Chiari, batterista dei Sonica, ed ora del suo nuovo progetto Lotus.

Quali insegnamenti avete tratto dalla sua esperienza?
Max: Innanzitutto di non aspettarsi nulla dall’ambiente musicale italiano…
Federico: Amerigo è prima di tutto una splendida persona ed il suo modo di vivere la musica, ancora oggi, trasuda di passione. Questo è il miglior riferimento a cui guardare.

C’è un pezzo che parla del tempo che passa inesorabile. Come mai lo avete chiamato “Killer Bob”?
Max: Il tempo in sé non esiste. Esiste perché lo pensiamo, perché pensiamo che passi. Esistono le cose e le persone. Ci sono avvenimenti e incontri che ci cambiano e scambiamo questi cambiamenti per il ‘tempo’. Ciò non c’entra nulla con la tua domanda, ma ne approfitto per esibire pensieri e passare da filosofo da quattro soldi (è un vecchio complesso di chi ha fatto la ragioneria)…
Federico: Delirio a parte, la canzone è in realtà un abbozzo di racconto noir, nel quale Bob è il killer protagonista, che racconta la sua visione del mondo e del tempo. Comunque è molto interessante la tua interpretazione.

James Ellroy brings me joy” è solo una rima, o c’è un serio interesse nei confronti della letteratura hard-boiled?
Max: Il Fede è un maniaco di Ellroy… e per “Sei pezzi da mille” e “American tabloid” parlerei piuttosto di saggi di storia moderna che di romanzo.

Federico: Confermo.

Siete di Parma, perciò vi chiedo: esiste una scena musicale nella vostra città?
Max: No, fortunatamente non esiste una scena musicale. Innanzitutto perché la città è poco interessata alla musica in generale, colta o giovanile, comunque la chiamiamo. E poi, quando esiste una scena musicale, vuol dire che i circuiti esistenti sono saturati dai soliti gruppi e che te li ritrovi ad ogni occasione ed in ogni angolo. Di bello a Parma c’è che oggi i gruppi che hanno qualcosa da dire, e che hanno retto l’urto del tempo, stanno riempiendo il vuoto proponendosi con lavori interessantissimi. Mi limito a citare i Pecksniff e i Celeste Cosa, i Blunoa e i Vancouver, gli E-motu e i Valdo, che salutiamo con affetto. Dovremo essere intelligenti nel supportarci, nel darci una mano a vicenda… direi che sarebbe molto meglio così che una ‘scena musicale’.

Federico: Io credo, invece, che i gruppi citati da Max dimostrino che la scena ci sia, e personalmente, penso che qualcosa di più che buono emergerà.

Scusate per questa domanda particolarmente idiota, ma la nebbia che avvolge l’inverno della vostra città aiuta, in un certo modo, la parte più crepuscolare della vostra musica?
Max: La nebbia ti rende più forte: solo ad andare a fare le prove ci metti il doppio del tempo. Torni a casa stanco e irritato e devi ancora scaricare la macchina. La mattina devi alzarti per il lavoro e c’è ancora la nebbia che ti ha molestato solo cinque ore prima. Devi aver davvero passione per non mollare. Chi te lo fa fare? Vorresti stare al mare. Arriva la primavera e godi: il sole, l’aria fresca, i polmoni che finalmente si asciugano. Ma chissà perché, dopo un mesetto così, la foschia comincia a mancarti e ad irritarti sono quegli uccellini felici e quei fossi fioriti. Scherzi a parte, la nebbia fa parte del nostro immaginario e, contemporaneamente, del nostro punto di vista sul mondo, sulle cose. E’ un processo obbligato, cambia la tua mentalità. Porta all’introversione e a dilatare il tempo (i paesaggi ‘sempre uguali’ fanno così, così come certi momenti della giornata, proprio come il crepuscolo), a guardarti dentro invece che fuori (alla psichedelia, psiche-delein, lo ‘svelare’ l’anima), non può non condizionarti. Ti aiuta anche a sviluppare una certa finezza nel vedere le cose. Aguzzare la vista per vedere attraverso quegli strati diventa un modo di essere, un’abitudine alla finezza. Non puoi non amare la nebbia, è una scuola di vita.

Poniamo che dobbiate scegliervi l’etichetta con la quale produrre il vostro primo disco ufficiale. Fate un nome straniero ed uno italiano.

Federico: Thrill Jockey per l’estero. Per l’Italia, chiunque avesse voglia di sbattersi un po’.

Max: Esatto! E chiunque abbia passione per la musica che facciamo.

Mi aspettavo la Matador
Federico: Avevi detto una. Matador andrebbe benissimo, far compagnia ai Pavement in catalogo sarebbe un onore…

Ed ora il produttore.

Federico: Jim O’Rourke, non sarebbe male….

Max: …avrebbe tempo anche per noi?

Se il contratto non dovesse arrivare (toccatevi con comodo), cosa fareste e quale sarebbe il futuro dei Reflue?
Max: Stiamo lavorando (con calma) sui pezzi del nostro secondo album. Se non dovesse essere supportato da un’etichetta ce lo produrremo ancora da soli, forti di questa prima positiva esperienza.

Adesso posso smettere di toccarmi?

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