Jailsound - e-mail, 02-09-2003 Intervista

24/09/2003 di Enrico Rigolin

...una di quelle - invero sempre più rare - folgorazioni, quella accaduta presso i nostri lidi per i Jailsound... Naturale, quindi, voler approfondire la loro conoscenza con loro, scambiando qualche impressione con Dario e Mauro, di fatto le due ‘menti’ del gruppo…



Dal nulla, un ‘Primascelta’. E meritatissimo. La prima, vera, grande domanda sorta spontanea dopo l'entusiastica recensione - e soprattutto dopo l'ascolto del lavoro - è: ma questi da dove cazzo spuntano?!? Allora, appunto, da dove sbucate, che strade vi hanno portato a questo debutto?
(Mauro) Le strade che prima o poi portano al debutto tutte le band che hanno abbastanza costanza e tenacia da riuscire a debuttare. Ognuno di noi ha alle spalle anni di musica, di concerti e di doppi lavori, ma la cosa che mettiamo in tutto quello che facciamo e a cui non possiamo rinunciare è la certezza di non aver potuto fare di meglio… fare il meglio senza mai darsi alibi o scuse…

La gestazione del vostro esordio é un po' sui generis: registrato in Italia ma anche in Olanda, tre persone che compongono, un senso della misura degno dei cugini d'Oltremanica: come avviene la composizione?
Non esiste un metodo ben preciso per la scrittura dei brani. Tendenzialmente le cellule primordiali di possibili canzoni, fotografate spesso con chitarra acustica e voce, vengono proposte da Dario (De Rosa) e Mauro (Galbiati) al resto del gruppo (Dario Filippi, Matteo Milesi, Fidel Fogaroli) che, dopo averle digerite, le trasforma in quello che tutti potete sentire. Tutto ciò che è elettronica è il risultato del lavoro solitario di Mauro aggiunto a quello che è stato fatto insieme.

Il gioco diventa divertente quando il tutto si può fare dove si vuole… veramente dove si vuole! Un laptop, una buona scheda audio e due buoni microfoni ti permettono tutto. Basta solo essere sempre pronti a ‘fotografare’ le situazioni giuste… magari a casa di amici, in un salotto accogliente davanti a un bicchiere di vino…

Il vostro è ‘pop’ nel senso migliore del termine e una marea di influenze, talmente tante che alla fine il cocktail gode di personalità propria. Ditemi dei vostri ascolti, delle influenze
Domanda difficile, non tanto per la scelta dei gruppi/artisti da dover inserire nell’ipotetica lista, quanto al lavoro che si cerca di fare quando si scrive musica … quando scriviamo la nostra musica, tutte le energie sono impegnate a raccontare le nostre storie e le nostre emozioni… e la verità è che Jailsound ascolta proprio di tutto!

C'è solo una caduta di tono, nel vostro lavoro, che mi ha fatto sin da subito sobbalzare: il vocoder - lo so, l'ammetto: è una questione di gusti personali. Chi è il colpevole di questo sgambetto? Con chi me la devo prendere?
(Dario) …purtroppo per te, te la devi prendere con Mauro… All’inizio non ti nascondo che la cosa faceva parecchio paura anche a me, ma d’altra parte la prima risposta che mi sono dato è stata qualcosa del tipo: “Perchè no?”. D’altronde abbiamo la fortuna (e, ahimè, in certi casi la sfortuna) di essere padroni di noi stessi e delle nostre scelte. Mauro è fondamentalmente un esploratore del suono… prova e sperimenta di tutto. Quindi puoi colpire Mauro se vuoi, ma promettimi di fargli veramente male…

E dal vivo, come ve la cavate? Fate molte date?
(Mauro) Qui scatta una simpatica premessa: “Free in a cage” è un disco nato principalmente in studio, con tutte le potenzialità e, ovviamente, i limiti del caso. Sicché riprodurre la stessa qualità del disco dal vivo non è affatto semplice, ma fortunatamente possiamo contare sulle capacità del nostro sound-engineer Vincenzo Marabita, attualmente anche nel ruolo di manager a capo della Need2*be (www.need2.be), sempre pronto a creare la nostra giusta dimensione sonora. Detto questo… dal vivo siamo (questo è anche quello che dicono gli altri) molto più rock/funk. L’energia dedicata a volte stravolge l’ascoltatore, che in genere si aspetta un gruppo di musicisti pacati e prettamente ‘pop’ - perciò non vedrai mai Dario saltare e muoversi come un ossesso insultando il pubblico e non vedrai mai il sottoscritto con la chitarra alle ginocchia mettendo in mostra uno stivale texano sulla spia…

Pensate che le varie feste della birra che ogni paese organizza avrebbero la stessa risposta di pubblico se invece di assoldare le solite cover band chiamassero voi!? Ma soprattutto: tempi e metodi per l’estirpazione delle cover bands secondo i Jailsound!

In Italia le varie feste della birra, come d’altra parte la stragrande maggioranza dei locali che fanno musica dal vivo, si servono della cover band perché il pubblico di massa vuole le cover band. Il gestore di un locale non si chiede se sia giusto o sbagliato programmare solo con cover band: si adatta al semplice giochetto della domanda e dell’offerta. Tutto questo è gravissimo e deve far riflettere, perché a questo punto si tratta solo ed esclusivamente dell’apertura mentale del pubblico di massa.

Per l’estirpazione di questo ‘male’ è sicuramente necessaria una maggiore determinazione da parte di tutti noi musicisti, delle associazioni culturali che promuovono la musica, delle radio indipendenti nel sensibilizzare ed educare gli ascoltatori circa le nostre volontà…

Una provocazione: le vostre stesse canzoni, le stesse melodie, stessi arrangiamenti, ma... cantate in italiano. Renderebbero lo stesso? Pensate che tutti si sarebbero lanciati negli apprezzamenti, come poi è accaduto?
(Dario) Beh, onestamente non crediamo a certi miscugli. Le nostre canzoni sono in inglese perché sono nate in inglese… e così doveva essere. Abbiamo una serie di motivi per aver scelto di scrivere in lingua straniera, non ultimo il fatto che io abbia trascorso molto tempo in Inghilterra. Pensiamo di essere stati apprezzati dalla critica perché siamo stati noi stessi fino in fondo. Piuttosto: é meglio cantare in italiano dicendo cazzate o cantare in inglese ed essere coerenti?

A volte non ripetete forse troppe volte la stessa frase?
(Mauro) A volte ripetiamo un concetto o un messaggio. Come farlo entrare in testa agli altri se non ripeterlo più volte?

Free in a cage” è stato inviato anche a delle etichette, o la vostra è stata, sin dall'inizio una scelta consapevole? La via autarchica è stata conseguenza di porte chiuse da parte delle label?
“Free in a cage” è stato inviato a tutti gli addetti ai lavori, alle radio e, ovviamente, alle etichette. Purtroppo ad oggi nessuna label di quelle contattate si è dimostrata seriamente interessata. Sicuramente la nostra scelta di aver imposto un prodotto completo e finito non ha facilitato le cose… d’altra parte è risaputo che il discografico ama mettere del proprio nelle produzioni altrui… e questo ci fortifica ulteriormente. L’unica eccezione in merito è una piccola agenzia di management con la quale siamo entrati in contatto in Belgio durante i nostri concerti.

Avete girato anche un video... che riscontri vi ha dato? Come è nata l'idea e come è stato girato?
(Dario) Sì, abbiamo girato il video di “KunK”, uno dei brani contenuti nel disco. Il progetto è nato dal fatto che avendo prodotto un disco non poteva non seguire un video; ragion per cui, dopo un’attentissima valutazione dei costi, abbiamo deciso di contattare un nostro amico regista, Gigi Tufano (nel cui curriculum vanta già video per Puntogblu e Gea) che ha accolto la proposta con entusiasmo, coinvolgendo in seguito Francesco Vitali, il direttore della fotografia e co-direttore delle riprese. L’idea è stata proposta da Gigi ed elaborata con Francesco.

Il video può essere secondo voi un valido elemento di promozione della musica?
(Mauro) Risposta facile! Se hai una major alle spalle sicuramente sì, mentre se te lo autoproduci devi fare molta, ma molta più fatica.

Per voi: molto meglio gli XTC che Suede & Manic Street Preachers, vero?
Beh, ad essere onesti diciamo che… non abbiamo mai ascoltato attentamente XTC, Suede e Manic Street Preachers

Questa intervista è rimasta a sedimentare nel pc del sottoscritto per mesi e mesi. Sono riuscito a vedervi dal vivo a ‘Sconcertando’ (vorrei scrivere: siamo riusciti a portarvi a ‘Sconcertando’, e non sarebbe certo una bugia). Come vi è parso il festival?
E’ doveroso dire che Rockit ci ha portati a ‘Sconcertando’!!! Oltre ad aver avuto l’interessante opportunità di poter conoscere Giorgio Canali, abbiamo conosciuto un sacco di altre persone in gamba (come l’organizzatore Gabriele) e gente che nella musica ci crede veramente. E si è visto dalla professionalità dimostrata da tutti, nessuno escluso.

La domanda che vi aspettavate e che non ho fatto?
Quando ci ritroviamo a bere una birra insieme?

Le vostre mosse future?
Suonare.

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