Fourire - e-mail, 07-01-2002 Intervista

08/02/2002 di

Faccio qualche chiacchiera telematica con i Fourire, una delle poche band esordienti che nel 2001 ha favorevolmente sopreso il sottoscritto...



Cosa c’è stato ‘singolarmente’ prima dei Fourire?
La strada che ha portato all’unione del nostro gruppo racchiude un percorso di circa otto/dieci anni di esperienze musicali separate: Lele, David e Andre hanno le loro prime esperienze insieme nel gruppo Crudelia; Spino, Toro e Marco a loro volta, più o meno parallelament,e fondano i Bluff creando quella che in quegli anni era la scena indie-punk della bassa modenese, fatta di demo caserecci e concerti alquanto low-fi.

Gli anni passano e la gente cambia, i gruppi si sciolgono per vari motivi ma i progetti continuano: Lele e David danno vita ai Fragil Vida - tutt’ora in attività - e Marco, Spino, Toro e Andre inventano il progetto Teetootallers caratterizzato da sonorità totalmente acustiche prive di sezione ritmica. Quest’ultimi avranno poi l’onore di suonare, grazie all’avvento della Fooltribe autoproduzioni con grandi personaggi della scena indipendente nazionale ed internazionale - David Grubbs, Karate, Giardini di Mirò e altri - durante i circa due anni di attività…

Quando è successo, invece, che vi siete messi a suonare insieme?
…l’evoluzione da Teetootaller’s a Fourire avviene circa 3 anni fa con l’inserimento della mancante sezione ritmica con Lele alla batteria e David al basso.

Ascoltando le tracce del vostro esordio “Kore”, in alcune si esse si percepisce una freschezza di fondo difficilmente rintracciabile in altre opere simili. Questo risultato è casuale o è, al contrario, un processo consapevole?
La nostra idea del fare musica, si è sempre basata sulla ricerca di nuove soluzioni, mantenendo senza timore l'attitudine globale alla melodia. Il processo, più che consapvole è semplicemente spontaneo: le canzoni nascono da sessioni di improvvisazione in sala prove dalle quali si estraggono poi riff, intuizioni, etc., il tutto poi rielaborato e riportato a quella che è la nostra idea di forma canzone…

Quanto della vostra attitudine live avete portato, o ridotto, in studio?
La preogativa è stata quella di mantenere al meglio le sensazioni e l'energia che esprimiamo dal vivo, cosa per la maggior parte riuscita. Dopo l'uscita del disco abbiamo avuto l'opportunità di provare la registrazione in presa diretta che ci è sembrata più fedele al nostro live set, meno definita e più istintiva, e crediamo che in futuro sarà la scelta che adotteremo per i prossimi lavori in studio.

Un altro aspetto singolare del vostro album sono le trame chitarristiche, chiaramente ispirate ai dEUS, almeno quanto i climax strumentali.
Quali altri ascolti pensate abbiano influenzato la realizzazione di questo cd?
Premesso che i nostri ascolti sono a 360 gradi, guardiamo con molta attenzione il panorama indipendente italiano che troviamo finalmente in grande crescita. Tra le band che più stimiamo ci sono Milaus, Red Worm’s Farm, Julie’s Haircut e Joe Leman. Oltre confine Motorpsycho, Fugazi, Sonic Youth, Karate, The Black Heart Procession, At The Drive-In e tanti altri.

Inutile citare Hendrix, Velvet Underground, la Seattle di Mudhoney e Nirvana, l’Italia di De Andrè e Conte.

Per quanto riguarda i dEUS, è una band che ci piace, che ascoltiamo, ma dalla quale non siamo stati a nostro avviso troppo influenzati.

I testi di Toro sembrano semplici diapositive scattate casualmente? È uno stile di scrittura consolidato?
Non mi interesso di grandi temi quali la politica e il sociale… sono cose che lascio a chi sa parlarne. Ho cominciato a scrivere molto giovane e a cantare di conseguenza: descrivo attimi, sogni, nevrosi e amori. Non pretendo di essere chiaro ma quello che scrivo non penso riguardi solo me… se per queste intendi diapositive io ci sto.

Quando scrivo cerco di non annoiarmi: anch’io, come per la musica, cerco nuove soluzioni e considero la mia voce uno strumento all’interno della band. La poesia in sé è un’altra cosa.

Il giro di chitarra bluesy ne “La caduta degli Dei” sembra quasi ricalcare le sfuriate pianistiche di Manzarek all’epoca dei suoi Doors. Credete ci sia qualche affinità?
Per quel che ci riguarda pensiamo che “La caduta degli Dei” sia doorsiana in più parti, una sorta di tributo inconscio a quelle che sono le nostre radici. Il folklore blues è stato scelto come ultimo brano dell’album in quanto il primo ad esser scritto, non come Fourire ma come musicisti alle prime armi in garage da Marco.

Tutto questo la bellezza di circa 8 anni fa… psichedelia adolescienziale.

Non credo di sbagliarmi se scrivo che per Marco il ‘big-muff’ sembra aver lo stesso valore del ‘wah-wah’ per Hendrix. Fatte naturalmente le debite proporzioni, ti ritrovi in questo paragone?
Penso che Hendrix con il suo ‘wha-wha’ avesse molti meno problemi che io con il mio ‘Muffy’. A parte gli scherzi, una distorsione come il ‘big-muff’ deve trovare i giusti spazi in una linea melodica come quella che caratterizza i nostri brani essendo, per definizione, un suono a onde quadre. Infatti si capisce di che pasta è fatto, ma dal mio punto di vista va dosato nei momenti giusti perché dia una spinta fondamentale alla resa della canzone.

E comunque non nascondo che mi piace un sacco pestare quel pulsantino

Parlateci un po’ delle persone che col tempo hanno cominciato a credere in voi e al vostro progetto
Possiamo tranquillamente dire che tutto è nato assieme al Natural Head Quarter, lo studio di Ferrara dove abbiamo registrato: Manuele e Gigi stavano iniziando i lavori per la registrazione di una compilation promozionale di presentazione dello studio e attraverso qualche conoscenza comune ci hanno coinvolto. Da subito si è instaurato un ottimo rapporto sia professionale che umano, e il pezzo inciso per la compilation (“Regina Inchiostro/Band In A Box”) è stato molto apprezzato; dal canto nostro siamo stati contentissimi del loro approccio nei confronti della band, che è stato di totale collaborazione sotto ogni aspetto.

Dopo le sessions di registrazione del disco, con il coinvolgimento di Tiziano della ‘Fooltribe’ abbiamo messo in piedi questo progetto di co-produzione i cui risultati diretti sono la nascita di ‘DROP records’ - che si pone a metà fra il Natural Head Quarter e la stessa Fooltribe - e quindi “Kore”, che a tutt’ora è il primo lavoro ufficiale di questa neonata etichetta.

Adesso che il vostro disco è ‘fuori’, quali sono le aspettative per il futuro, non solo quello più prossimo?
“Kore” è il nome di una bellissima bambina, figlia di una persona a noi molto vicina. La nipotina dei Fourire è nata proprio nei giorni in cui decidevamo se dare o meno un nome all’album - eravamo infatti orientati verso l’omonimia.

Tutto ciò per dire che con quest’album non abbiamo grandi aspettative, ma solo tanta voglia di crescere, maturare in esperienza e continuare questo percorso appena iniziato, proprio come la piccola Kore, nella speranza di poter dare il nostro contributo alla musica italiana, in particolar modo alla scena underground e poter suonare quanto più possibile almeno sul suolo nazionale.

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