Bartok - e-mail, 08-06-2003 Intervista

13/07/2003 di

Post-rock? Avanguardia? No, non è questione di etichette. I Bartók, con il loro “Few lazy words”, hanno riconfermato le ottime sensazioni destate dal precedente “The finest way to offend you”. E questo ci sembra il segnale più importante. Nonostante il cambio di etichetta, il viaggio della band continua senza scossoni, e la novità rappresentata dall’inserimento di una chitarra elettrica, quella di Giulio Favero (ormai ex degli One Dimensionale Man), è da considerare come il tentativo di allargare i propri orizzonti senza, per questa ragione, accantonare la propria formula. Loris Antoniazzi, che dei Bartók è il tastierista, ha risposto, via computer, alle nostre domande.



Dalla Gammapop a Santeria. Quale il motivo del divorzio, se questo è il termine giusto?
Il cambio è avvenuto molto serenamente, poiché il momento in cui abbiamo proposto il nuovo disco a Gammapop è coinciso con un loro periodo di stasi, dovuto a cambi di organico, durante il quale non si sono sentiti pronti ad affrontare la stampa e la promozione del disco; quindi, di comune accordo, si è arrivati alla decisione di cercare un’altra etichetta disposta a pubblicare il nuovo lavoro. Abbiamo preso contatto con i tipi di Santeria, i quali, per nostra fortuna, hanno subito mostrato interesse verso di noi, permettendoci, unitamente a Ghost records, di pubblicare il disco in tempi molto brevi. A dimostrazione degli ottimi rapporti che ancora intercorrono tra i Bartók e Gammapop, posso anticiparti che quest’ultima sta per ristampare il nostro “The finest way to offend you”.

Cosa è cambiato, in termini pratici, nel cambio di etichetta?
Direi che il maggior vantaggio è stato quello di avere le stesse persone a gestire etichetta e distribuzione (Audioglobe), cosa che ci permette di avere più coscienza del lavoro svolto.

Traslochi da una parte all’altra o no, non sembra che il suono dei Bartók sia cambiato, a parte il fatto che, rispetto a “The finest way to offend you”, c’è l’ingresso di una chitarra elettrica, anche se all’interno di un solo pezzo. Dobbiamo considerare il fatto come premessa di un cambiamento epocale?
Certamente, nel futuro prossimo dei Bartók ci saranno delle svolte, ma non riguarderanno l’inserimento stabile di nuovi musicisti, poiché crediamo che, con la nostra formazione, si possa ancora scavare parecchio. Probabilmente, ci apriremo maggiormente alle collaborazioni esterne, ma, se ci saranno dei cambi sostanziali, questi avverranno nell’ambito stretto della composizione.

Tra l’altro, la chitarra in questione è di Giulio Favero, ormai ufficialmente ex degli One Dimensional Man. Come si è avvicinato alla vostra musica?
La proposta di questa collaborazione è venuta dal nostro fonico, Gianluca Turrini, il quale, oltre ad avere registrato il nostro disco, è anche il fonico degli O.D.M. Giulio è un musicista di grande talento, e siamo stati davvero onorati di aver potuto lavorare con lui. Il suo apporto alla nostra “Walking my blues away” è stato determinante per la riuscita del brano. Oltre a questo, ci è stato di notevole aiuto anche durante le registrazioni.

Pur con le scontate differenze e le dovute proporzioni, non credete che ci sia una certa affinità tra i Bartók e gli stessi O.D.M.?
Sul piano strettamente musicale, al di là delle evidenti differenze stilistiche, credo ci accomuni l’essere entrambi poco riconoscibili in quanto gruppi italiani. Dico questo senza presunzione, ma come semplice constatazione riguardo alla nostra musica, che, come quella di O.D.M., non ha molti referenti qui da noi.

Non credete di avere una certa attitudine anche con i Morphine?
Sicuramente, alcuni di noi hanno amato molto i Morphine. Dischi come “Cure for pain”, o “The night”, ci possono anche essere molto vicini come mood, ma non credo che siano una delle band che ci ha influenzato in maniera diretta. Certamente, vi sono alcuni punti di contatto tra noi e loro, come ad esempio l’uso di una formazione piuttosto singolare ed un’attitudine verso l’interiorità più scura e profonda.

Potete parlarci anche dei Q, che hanno collaborato in un paio di pezzi? Immagino che abbiano preso il nome dal romanzo di Luther Blisset
I Q sono un duo formato da Andrea Cajelli e Marco Sessa, ovvero i due fonici titolari dello studio “La Sauna” di Varese. Fanno dell’elettronica molto calda ed umana, non priva di risvolti psichedelici. Tra noi e loro c’è un rapporto molto stretto ed avendo, in parte, elaborato il nostro disco nel loro studio, era naturale che finissero anche per suonarvi. Il loro nome credo sia stato scelto soltanto perché Q è la quindicesima lettera dell’alfabeto. In realtà, più che dei collaboratori, sono degli amici…

Tempo fa, la vostra musica sarebbe stata inserita nel filone della cosiddetta ‘avanguardia’. Credete che un termine del genere possa avere ancora una sua importanza?
Credo che oggi si viva un momento in cui tutti i ‘movimenti’ sono possibili simultaneamente. C’è chi si rivolge al passato, chi alle culture extra-occidentali, e chi continua a guardare, se mai è stato possibile farlo, al futuro. Tutto questo rende inattuale un concetto come quello di avanguardia, così come è stato creato ed inteso nel secolo scorso. Più nello specifico, la nostra musica non ha alcun tratto per la quale poter essere definita d’avanguardia, sia che la si intenda nella sua accezione colta, così come in quella jazz o rock.

A proposito di etichette, che reazione avete nel sentir pronunciare il termine ‘post-rock’?
Se con post-rock intendiamo la musica legata ad un periodo e ad un’area geografica ben precisa, possiamo dire, nonostante qualche affinità musicale, di non esservi mai stati concettualmente legati. Ritengo, invece, che sia un termine tuttora valido se preso nel suo senso letterale di ‘dopo’. In questo caso è, permanentemente, un’efficace definizione di molta musica attuale, compresa la nostra.

Non credo che il problema sussista ancora, ma, ad inizio carriera, avete avuto problemi nel proporre la vostra musica dal vivo?
Se ti riferisci al rapporto con il pubblico, direi che problemi non ce ne sono mai stati, poiché dal vivo, nonostante l’assenza delle chitarre, abbiamo un suono con un impatto rock piuttosto forte, coinvolgente. Altro discorso è quello strettamente tecnico; infatti, avendo un insieme strumentale insolito, è normale che si possano avere dei problemi, soprattutto in situazione un po’ improvvisate, poiché non è così usuale trovarsi su un palco rock un violoncello o un pianoforte.

Quanto conta, per la vostra economia, l’improvvisazione?
Direi che è l’unica modalità che utilizziamo per comporre il nostro materiale. Entrambi i nostri dischi sono nati improvvisando e non ci siamo mai dovuti accordare su come far nascere la nostra musica, poiché, pur provenendo da diverse esperienze, ognuno di noi si è sempre trovato in contesti musicali in cui era naturale improvvisare. Niente di più spontaneo, quindi, che anche nei Bartók avvenisse lo stesso.

La copertina di “Few lazy words” è dominata dal colore giallo. Alla base c’è una forse una scelta particolare?
Anche qui, come per il primo disco, abbiamo cercato di rappresentare, attraverso la copertina, il ‘colore’ del nostro suono. In “The Finest way…” avevamo una figura enigmatica immersa in un verde elettrico ed alieno; mentre qui, con un giallo molto carico, ci troviamo in un ambiente più riconoscibile, più caldo ed umano, come ci sembra sia la nostra musica adesso.

Tra i ringraziamenti classici inseriti nel booklet, spicca il gran numero di band ed artisti. Cos’è, un saluto alla grande famiglia?
È un saluto, e, in molti casi, appunto, un ringraziamento a tutte quelle persone, siano esse amici o conoscenti, il cui incontro ci ha umanamente o concretamente, guidato e sostenuto. Abbiamo cercato di non dimenticare nessuno, così la lista si è fatta piuttosto lunga…

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