Debord - e-mail, 10-05-2003 Intervista

17/06/2003 di Emanuele Mandelli

Il disco d’esordio dei Debord, simbolicamente intitolato “Höhle”, è uno di quei lavori che con le sue spasmodiche canzoni non lascia di certo indifferenti. Stessa sensazione, molto probabilmente, proverete nella lettura di questa lunga intervista, dove il deus ex machina Gigi Viscusi racconta non solo molto del mondo del suo gruppo, ma indica un preciso punto di vista sulla filosofia della formazione milanese.



Come mai avete scelto come moniker il cognome del padre del situazionismo francese Guy Debord?
“Le origini sono umili” e anche per quanto riguarda il nome del nostro gruppo è accaduto tutto secondo la prassi che ne caratterizza la scelta nel momento in cui si decide, in generale, di dare inizio a un progetto musicale. La differenza rispetto alla norma - che penso caratterizzi gli inizi di una qualsiasi band - è che, nel momento in cui è stato proposto il nome di Debord, non ci sono stati dubbi che quello doveva diventare il nostro ‘moniker’. E non ci sono stati dubbi sul fatto che ‘utilizzare’ Debord sarebbe stato un primo modo per individuare un nostro spazio di differenza, per due motivi fondamentali: il primo riguarda tutto ciò che esso richiama a livello ufficiale, che ci sembrava importante ma, in ogni caso, già giocato - e inevitabilmente ci saremmo trovati schiacciati sotto il suo peso permettendo a chiunque di etichettarci facilmente; di qui il secondo motivo: Debord si prestava a essere svuotato completamente proprio di tutti questi valori e a fermarsi al livello della parola grezza (ad esempio ‘debord’ richiama debordare in italiano o déborder in francese). E stupiva il fatto che anche al secondo livello, in cui si applicava il détournement al padre del détournement, si raggiungeva l’obiettivo di esprimere con una sola parola ciò che doveva diventare la nostra estetica.

Quindi ne deduciamo non sia un caso. Cosa c’è di situazionista nella vostra musica?
In generale penso che ciò che ci accomuni sia l’attitudine, la volontà di prendere la distanza dal contesto per potersene riappropriare. Un esempio potrebbe essere la scelta di pubblicare solo materiale che ci soddisfi pienamente senza rispettare i diktat della tempistica discografica o la necessità di mettere tra parentesi tutte le regole che riguardano il ‘buon ascolto’ e il relativo lasciare l’ascoltatore nel suo ‘abito’ standardizzato di fruitore di musica. Ciò che caratterizzava il migliore underground (categoria assolutamente da mettere tra parentesi, ma che in questo caso cito come realmente esistente, per una semplice finalità espositiva) era il suo essere una scelta di differenza rispetto ai canoni della cultura ufficiale, una differenza che esigeva una partecipazione che negava l’idea di uno spettatore/ascoltatore e mirava a svuotarne il senso per presentare un soggetto realmente in situazione e ‘critico’.

Nella parte interna della copertina del cd abbiamo riportato una citazione della Lettera di Giacomo per rappresentare attraverso un ulteriore détournement proprio questa nostra idea di estetica underground. Per tutti questi motivi il nostro progetto doveva interrogarsi anche sui propri mezzi di ‘produzione’, per metterli a loro volta in discussione. Nella caverna non è possibile mantenere le regole di registrazione usuali in una generale ‘decorosa omogeneità’ dei brani, ma ognuno deve far corpo con il suono che gli è proprio e questo ci ha portato a una ‘deriva’ attraverso l’archivio del farsi stesso delle canzoni e alla scelta di utilizzare materiale live (“Rimorsi”) e prese dirette realizzate con un panoramico in saletta (“Non ci sono più”), accanto a registrazioni professionali. “Höhle” ha rappresentato, quindi, uno spazio di libertà e differenza, che ci ha permesso, da un lato, di sviluppare un suono che faccia corpo con situazioni più che con soggetti e, dall’altro, di far emergere all’interno di questo stesso suono la violenza del limite. E sicuramente molto dell’attitudine e di parte del modus operandi situazionista può esservi riconosciuto. Ma forse la parte più ‘situazionista’ del nostro lavoro è stato il mettere tra parentesi Debord e tutto ciò che a lui si rimanda, per ottenere un mezzo che ci permettesse di riappropriarci di ciò che noi produciamo e che chiamiamo molto semplicemente ‘suono’ e in cui vogliamo che il potenziale ascoltatore entri in situazione e non abbia spazio per un rapportarsi passivo o distratto ad esso - piuttosto speriamo realmente che non ascolti il disco. In questo c’è molto di Debord, nella convinzione che nella società dello spettacolo le avanguardie non abbiano più senso, che il dissenso si risolva in una semplice casella nelle statistiche ufficiali e che l’importante non sia un’accoglienza quantitativa e rumorosa dell’opera ma una sua penetrazione qualitativa e silenziosa.

“Possiamo essere certi che questi commentari saranno conosciuti rapidamente da cinquanta o sessanta persone; che non sono poche di questi tempi, e trattando di questioni così gravi”: così Debord nell’incipit dei suoi “Commentari sulla Società dello spettacolo” e così ci sembra debba presentarsi a livello programmatico un suono silenzioso come il nostro.

Cosa pensate della ‘culture-jamming’, figlia illegittima del Situazionismo, visto che l’uomo tenaglia della vostra copertina mi pare si rifaccia agli stilemi di questa corrente di pensiero?
Personalmente penso che sia molto interessante, ma che si risolva semplicemente nel presentarsi in un prossimo futuro come un altro lato dello spettacolo ufficiale e che sia presto assimilato. In realtà mancano, a mio parere, di profondità critica, risolvendosi nella pura performance estetica che piace tanto ai ‘creativi’. In realtà sarebbe più utile riappropriarsi del proprio contesto attraverso una lettura dei testi di autori ad esempio come Michel Foucault, Gilles Deleuze, Louis Althusser e lo stesso Debord, per poter praticare una reale genealogia dei valori della nostra società e assumere una posizione realmente critica e non già predisposta a produrre pseudo-soggetti alternativi pronti per il mercato (teniamo a precisare che non siamo contrari a questi ultimi, ma crediamo che dovrebbero essere ‘soggetti’ di un scelta commerciale e non oggetti).

Per quanto concerne la nostra copertina invece, “Höhle” è uno spazio in cui i suoni, le parole le immagini fanno corpo sul limite della nostra scena grazie anche alla potenza espressiva delle tavole realizzate da Giuseppe Palumbo, e questo è ciò che cercavamo. Gli stessi titoli della canzoni sono già questa scena e non semplici segni, ma soglie del limite. Per quanto concerne il rapporto tra l’uomo tenaglia e il ‘culture-jamming’, onestamente non so se fosse nelle intenzioni di Palumbo riferirsi più o meno direttamente a questa corrente (dovresti chiederlo direttamente a lui). Per quanto riguarda il disco è stato entusiasmante per noi vedere come le immagini si incarnassero alla perfezione nei suoni e viceversa in un legame praticamente indissolubile.

La vostra musica esprime una violenza molto ‘disturbante’, una violenza però che mi sembra tremendamente controllata. Da dove deriva una scelta così trasversale?
In sintesi deriva dall’idea che non ci debba essere un supporto preciso per la rappresentazione e l’obiettivo era fornire non un cd ma un mezzo per portare lo spettatore in situazione: durante il concerto, come durante l’ascolto in salotto piuttosto che sull’autobus, non vogliamo che si pensi a cose del tipo “sto ascoltando i Debord”, ma che si sappia che “ascoltando i Debord” si entra fisicamente in una ‘situazione’. Poi dipende dalla reattività dell’ascoltatore il livello a cui accede.

Per quanto riguarda la violenza controllata è un po’ lo stesso discorso: cerco di controllarla per guidarla e da qui nasce l’effetto disturbante, perché se si entra veramente nelle situazioni di “Höhle” ci si accorge che è difficile rappresentarsi come andrà a finire – e ti assicuro che è stato difficile rendere tutto questo in un cd. Dal vivo è relativamente più evidente e (da quanto mi dicono) realmente “un pugno nello stomaco”. Per approfondire e non annoiare troppo, per chi fosse interessato lo rimando al nostro sito (www.debord.it) dove nella sezione ‘bio’ della parte in italiano c’è un pop-up con la presentazione completa di “Höhle” e i relativi riferimenti per un generale ‘avvicinarsi al disco’, che però, come ho già detto, deve risolversi in un’esperienza assolutamente personale e individuale.

E’ stato difficile riuscire a incastrare testi in italiano su musica così anglofona?
In generale è stato difficile staccarsi dal livello cantautorale a prescindere dalla lingua usata. In un certo senso il problema è stato posto direttamente in termini di rapporto tra ‘suono-parola/situazione da rappresentare’, visto che il cantato in italiano si è imposto immediatamente (non abbiamo mai usato l’inglese per i nostri testi). Quando si è dovuto optare per un’altra lingua ho scelto il tedesco, semplicemente perché lo sentivo più vicino a quanto volevo esprimere in quel determinato brano (vedi “Ich habe”). Ciò che mi interessa è fare in modo che le parole che uso siano già la canzone e ciò che non voglio assolutamente è dare rilevanza a testi che si impongano come commentatori esterni.

Quali sono le vostre influenze musicali?
Siamo persone con background molto differenti tra loro, ma sicuramente potrei citare Mudhoney, Melvins, Tad, Birthday Party, Suicide, Joy Division, Einstürzende Neubauten, Neurosis, mentre per quanto riguarda le etichette menzionerei ad esempio l’Amphetamine Reptile. Sono comunque nomi che si riferiscono alle nostre origini: oggi siamo molto più concentrati sul materiale sonoro e vocale da noi prodotto per cercare di svilupparne tutte le potenzialità.

Inevitabile domanda di questo periodo, e ovvero la vostra posizione riguardo alla situazione internazionale?
Ci troviamo di fronte ad un evento assolutamente inquietante e preoccupante sia dal punto di vista umano per il coinvolgimento di innocenti nel conflitto, sia da quello politico perché siamo di fronte al prevalere della forza sul diritto internazionale. In sintesi: pace il più presto possibile.

La musica può fare qualcosa?
Dipende da cosa intendi per musica e a quale livello. L’underground nell’immediato a mio parere può fare poco o niente (a parte ovviamente protestare e far sentire il proprio dissenso - ma questa è una cosa non propria ad esso solo ma generalizzabile a qualsiasi settore della nostra società).

Può invece fare molto riprendendo un vero discorso di differenza che è stato interrotto nello scorso decennio. L’errore è infatti stato parlare di ‘indipendenza’: un soggetto indipendente infatti non sempre è differente e proprio per questo è facilmente assimilabile. La differenza può invece portare a nuove forme di spettatori e ha già in sé l’indipendenza, perché in un primo momento da parte delle grosse corporazioni non c’è la necessità di assimilare un punto invisibile ai loro occhi. Quando però i punti diventano linee parallele che mostrano possibilità differenti, allora anche le scelte possono realmente moltiplicarsi. L’importante è fare in modo che tutti questi livelli esistano parallelamente nella differenza e non mischiati in un’unica retta.

Ciò che manca oggi è una reale possibilità di scelta.

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