Estra - e-mail, 10-10-2003 Intervista

12/01/2004 di

Non hanno certo bisogno di presentazione gli Estra, uno dei gruppi più rappresentativi della scena rock italiana. La recente uscita del live “A conficcarsi in carne d’amore” si è rivelata un’ottima occasione per avvicinarli e cercare di scoprire la fonte da cui attingono talento e vigoria.



E’ opinione comune considerare la realizzazione di un disco live come il raggiungimento di un traguardo, legato, in particolare, ad un’acquisita consapevolezza e la chiusura di un ciclo creativo. Per voi che significato ha la pubblicazione di “A conficcarsi in carne d’amore”?
Innanzitutto quella di documentare la nostra attitudine live, cosa che da tempo ci veniva richiesta, e da tempo ormai meditavamo. Poi senz’altro ci sono anche le cose che dici tu, perché in effetti noi ci sentiamo già più avanti…no? Ci sentiamo oltre un certo approccio alla forma canzone che fin qui ci ha contraddistinto… e poi, il futuro…

Come è nata la scaletta del disco? Avete privilegiato i brani a cui siete più legati o vi siete soffermati sulla resa live delle singole canzoni?
Beh, avevamo molto materiale… tieni presente che cambiamo scaletta praticamente ogni sera. E ci sono state anche esclusioni dolorose, però noi siamo così. Alla fine come al solito zero calcoli o strategie: le canzoni che ci emozionavano (e non necessariamente quelle suonate bene’) sono finite dentro, mentre quelle che ci emozionavano meno… a casa!

E i tre pezzi inediti, come sono nati? Erano già nel vostro. repertorio o li avete realizzati in vista della pubblicazione dell’album? E come mai, visto che più volte li avete suonati durante i concerti, avete inserito la versione registrata in studio?
Abbiamo sempre proposto degli inediti durante i vari tour (ad esempio “Aria minacciosa” durante quello di “Metamorfosi” o “Vorrei vedere voi” durante la tournée “Alterazioni”), ma nella fattispecie queste canzoni fanno parte di un blocco di materiale del tutto nuovo, mai eseguito dal vivo. Anzi, sono nate direttamente in studio, cosa che ci ha permesso di produrle adeguatamente e di rimarcare la differenza tra un’esecuzione in concerto e una seduta di sala. In sostanza questi tre inediti sono un regalo per chi ci ha seguito fin qui.

A mio parere “A conficcarsi in carne d’amore” ha il pregio, oltre a mettere in evidenza la vostra poderosa carica energetica, di scoprire un ipotetico filo rosso che lega brani all’apparenza molto distanti tra di loro (nella recensione che ho realizzato ho portato ad esempio il passaggio tra “Nessuno” e “Signor Jones”). Cosa ne pensate?
In effetti stupisce anche noi constatare come canzoni scritte anche a dieci anni di distanza convivano così bene una fianco all’altra.. Ed è bello perché i nostri dischi sono tanto legati internamente quanto slegati l’uno dall’altro... e alla fine la dimensione ‘live’ armonizza, rivela una coerenza forse addirittura più forte di quanto noi stessi ci aspettassimo...

In questi anni siete riusciti a ritagliarvi uno spazio piuttosto importante nella scena rock italiana, proponendovi come una delle realtà più originali: qual è la dote più importante che vi riconoscete? A mio parere l’abilità con cui riuscite a marchiare sonorità anglofone, creando un suggestivo connubio tra suoni elettrici e vigorosi e tematiche dal sapore decadente ed esistenzialista.
Beh, sai è sempre un po’ antipatico farsi dei complimenti... diciamo che essendo ormai da una dozzina d’anni che siamo assieme in giro per l’Italia la testardaggine non ci manca di sicuro! E siamo ancora noi quattro, gli stessi, cosa rarissima... che affiatamento, eh? (ridono)

Come è avvenuto l’ingresso nella scuderia Mescal?
Crediamo innanzitutto con il “Tora! Tora!” festival, e poi con il disco “Sullo Zero” che pare abbia dato soddisfazioni. Siamo molto più fiduciosi, ora, su quello che potremo fare e sul modo. E ciò, credici, non è poco.

Cosa mi dite riguardo alla copertina del cd: cosa rappresenta e che significato ha?
C’era questa artista che si chiama Giorgia Ricci, una che ha lavorato molto a Londra e poi a ‘Fabrica’. Ci piacevano le sue cose e così ci siamo incontrati, equello che vedi è il risultato di vari ascolti della nostra musica: la suggestione fa questo ed altro, evidentemente.

Facciamo un piccolo passo indietro: che considerazioni vi sentite di fare sui dischi che avete realizzato fino ad ora? Riuscite a fotografarli con delle considerazioni, degli aneddoti o degli aggettivi?
“Metamorfosi” era lo smarrimento, mentre “Alterazioni” la reazione, sonica. “Nordest cowboys” è l’ampliamento della coscienza, il nostro disco più americano - e anche il più anti-americano, in un certo senso. “Signor Jones”, l’ep, è introspettivo, notturno, al contrario di “Tunnel supermarket” che è cosmopolita, definitivamente.

Rimanendo in tema: come avete accolto le sperticate lodi deputate a “Nordest Cowboy” (a mio modesto parere un assoluto capolavoro) e le critiche con cui è stato accolto “Tunnel Supermarket”?
Senza particolari ansie, né prima né dopo. Ribadiamo che i dischi si fanno non per compiacere la critica ma per esprimere tuoi sentimenti e punti di vista sul mondo. I suoni e le parole per descrivere l’immenso supermercato in cui siamo immersi per noi dovevano essere quelli, e ne siamo tuttora convinti, quindi...

Giulio, lo scorso anno è uscito un tuo album solista, lo splendido “Sullo zero”: si tratta di un’esperienza estemporanea, legata alla pubblicazione del tuo libro, oppure potresti proporne un seguito?
Potrei, potrei... ma la vita è così breve... non faccio più progetti. Diciamo che quando sentirò di avere un’altra storia sufficientemente densa per essere raccontata mi rimetterò in gioco. Per ora grazie dello ‘splendido’.

Il tuo libro di poesie è uscito in un momento piuttosto fertile per quanto riguarda la dimensione letteraria di alcuni artisti italiani: Manuel Agnelli, Cristina Donà e Joe dei La Crus sono certamente i casi più interessanti (non cito Emidio Clementi perché è forse più uno scrittore che un musicista). Come reputi questa situazione? Pensi che la scena rock italiana abbia conseguito riscontri e consapevolezza?
Mah, non saprei... e sono cose anche molto diverse tra loro, no? Comunque è bello vedere che molti buoni scrittori di canzoni si esprimano a tutto tondo. Poi non è detto che un cantautore (diciamo così...) sia necessariamente un grande narratore e tantomeno un poeta... Dio ce ne scampi.

Sempre in ambito letterario: c’è qualche scrittore a cui ti senti più legato?
Uh, tanti... e l’amicizia con Marco Lodoli ha ampliato ancora le mie letture. Potrei dirti che mi piacciono i giapponesi Soseki e Kawabata, in Francia Houellbecq (che per me è il nuovo Celine, altro mio amore grandissimo), in Portogallo Saramago, e poi Carver naturalmente, e poi....

Tra gli italiani quest’anno mi è piaciuto molto “I cani del nulla” di Emanuele Trevi, proprio bello, sì...

Vorrei concludere parlando dei vostri progetti futuri: avete già pronto qualche brano per il vostro prossimo album? Con questa domanda soddisferete, probabilmente, un’altra mia curiosità: le vostre canzoni nascono in un periodo creativo ‘prefissato’ oppure sono figlie di una mera esigenza emotiva ed espressiva?
Beh scriviamo molto, senza sosta, abbiamo già molte idee, più che canzoni complete - ed è per questo che prima ti dicevamo che ci sentiamo già in nuovi territori. Però in effetti c’è un po’ questo discorso del periodo prefissato, perché per esempio non abbiamo mai recuperato alcuna canzone rimasta esclusa dalla scaletta di un album. Sentiamo che certe cose hanno senso solo in quel momento lì, poi sarebbero forzate, forse, comunque superate.

E sì, in effetti lo spirito di rinnovamento è proprio una delle Vs. doti migliori...
…. come diceva un nostro amico: non si va mai due volte a rubare nello stesso negozio, e lui di queste cose se ne intendeva.

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