Per Grazia Ricevuta (PGR) - e-mail, 12-04-2003 Intervista

22/05/2003 di

…a volte vorrei perdere la memoria e riprovare a poco a poco le mie primordiali suggestioni musicali: riscoprire “Apapaia” e “Versante est”, ascoltare per la prima volta “Ko de mondo” e “Cupe vampe”… ma mi accorgo che sarebbe una sofferenza inutile, e per continuare a pungolare la mia emotività è sufficiente continuare a seguire la carriera di Gianni Maroccolo: il ‘Re Mida toscano’ trasforma in vivide emozioni tutto ciò che tocca e sotto la sua ala protettrice non c’è spazio per nostalgie e rammarichi. “Montesole”, nuovo album dei PGR, ne è una vivida testimonianza….

Concedetemi quindi questa breve elegia ad una delle colonne portanti della cultura alternativa italiana che attraverso un’intensa chiacchierata, ci ha permesso apprezzare il suo spessore umano ed artistico e ripercorrere la ventennale storia della scena rock autoctona.



I Litfiba sono stati tra i primi ad appiccare i focolai del ‘nuovo rock italiano cantato in italiano’, movimento che ha letteralmente squarciato l’alone di immobilità che impregnava la musica nostrana alla fine degli anni settanta, diventandone ben presto i principali alfieri. A distanza di vent’anni da quei suggestivi primordi, quali pensi sia stata la vostra migliore qualità?
Il ripensare ai Litfiba oggi, perlomeno ai miei Litfiba, scatena dentro di me principalmente un sentimento di orgoglio misto a un velo di malinconia e di rimpianto. Orgoglio per ciò che siamo riusciti a fare in quegli anni difficili, e non mi riferisco solo a noi Litfiba… orgoglio per essere stato partecipe di una sorta di piccola rivoluzione culturale e di costume meravigliosa, orgoglio per essere riusciti, seppur per un breve attimo, a ribaltare il concetto di creatività e a spezzare il ‘vuoto’che ci circondava in quegli anni. Nello specifico non saprei dirti quale fosse la nostra migliore qualità... so solo che dopo i primi concerti mi resi subito conto che avevamo potenzialità enormi, che eravamo realmente un progetto ‘nuovo e vero’, che la nostra musica, soprattutto eseguita dal vivo, arrivava a scatenare emozioni fortissime. Andando avanti questa sensazione divenne certezza quando iniziammo a suonare all’estero e a confrontarci on-stage con musicisti e bands che qui in Italia tutti mitizzavano, col senno di poi, forse eccessivamente. Ovunque suonassimo raccoglievamo consensi a dir poco entusiastici ed arrivammo dopo 4 anni di duro lavoro a ricevere persino un’offerta dalla Island (attraverso l’etichetta degli U2) che ci avrebbe garantito la pubblicazione dei nostri dischi in tutta Europa. ... purtroppo da li a poco cambiò tutto fra noi. .. facemmo scelte di vita diverse e il gruppo pian piano si sfaldò anche a causa di persone di cui ci fidavamo molto, anzi, troppo. Non ci eravamo resi conto di essere diventati un “business” per chi ci stava intorno, quando l’abbiamo capito era troppo tardi, ed è poi andata nel modo che tutti conoscono.

Malinconia e rimpianto in questo senso... consapevolezza di avere lasciato incompiuto un progetto che a mio modesto parere meritava e valeva molto di più di quanto ha poi raccolto. So che può sembrare paradossale credere alle mie parole, ma i Litfiba in quegli anni sono stati ad un passo dal diventare un grande fenomeno internazionale.... è andata diversamente, ma non ne ho mai fatto un dramma, anzi.... poi ci sono stati i CCCP, i C.S.I., la mia attività di produttore, Beau Geste, il CPI, i Marlene Kuntz... e ora i PGR. Sarei un pazzo a lamentarmi, no?

C’è qualche pagina che ti sarebbe piaciuto aggiungere alla storia dei Litfiba (una canzone rimasta inedita, un’occasione non sfruttata…)?
Senza dubbio aver mollato l’estero proprio nel momento in cui c’erano tutti i presupposti per provare a vivere un’esperienza di respiro internazionale;. un gruppo rock che veniva dall’Italia, una realtà indipendente, una band che faceva musica che nessuno al mondo faceva, che cantava in italiano, che aveva un front-man eccezionale sotto tutti i punti di vista. Mi sarebbe piaciuto continuare a percorrere quel tragitto per vedere come sarebbe andata a finire.

Poi mi sarebbe piaciuto se ci fossimo divisi in modo più amichevole e senza incomprensioni. Soprattutto, mi piacerebbe che Ringo (batterista dei primi Litfiba, ndi) fosse ancora fra noi.

Hai più volte criticato la resa sonora di “Tre”, ultimo disco dei Litfiba in cui hai suonato. Quali sono i tuoi maggiori rammarichi e se potessi risuonarlo come lo vorresti?
Credo di non avere mai nascosto i miei dissapori con il nostro produttore di allora: non solo “Tre”, ma tutti i dischi dei Litfiba fino a “Pirata” (quelli che mi riguardano, per intenderci), non sono mai riusciti a rendere evidente il nostro suono e la nostra musica così come invece succedeva dal vivo.

Ho sempre sofferto moltissimo questo limite, ma agli altri andava bene e quindi finché ce l’ho fatta ho retto per amore di gruppo, ma dopo “Tre” mi son detto: “Basta!”. Dico questo con estrema franchezza, aggiungendo comunque che l’Ira e Pirelli sono stati fondamentali per la carriera dei Litfiba e tutto sommato lo sono stati per me anche a livello personale. Il rapporto fra me e Pirelli è servito perlomeno a farmi comprendere cosa volevo davvero dalla musica e dalla vita.

Quali sono le canzoni dei Litfiba a cui sei più legato?
“Lousiana” e “Versante est”. A queste aggiungo anche tutto “17 Re”, a mio parere il disco più bello dei Litfiba.

Un’ultima domanda riguardo ai Litfiba: alcuni anni fa circolava la voce di un vostro progetto teso a realizzare una serie di concerti-reunion incentrati sulla “Trilogia del potere” (“Desaparecido”, “17 Re” e “Tre”). Erano voci fondate? Pensi che in futuro l’idea possa concretizzarsi o la spaccatura tra Piero e Ghigo ha mandato all’aria tutto?
Una reunion la ritengo impossibile per una ragione tanto semplice quanto x me fondamentale: Ringo non c’è più.

Per me i Litfiba significano solo: Ringo, Piero, Gianni, Antonio e Ghigo. Tutto il resto è altra storia e per quanto mi compete poco ha a che fare con i Litfiba. Non è da escludersi che prima o poi io, Piero, Ghigo e Antonio si possa rifare qualcosa insieme, ma per carità, non parliamo di una reunion dei Litfiba... si tratterebbe di altro.

I dischi dei C.S.I., pur rispettando una linearità espressiva e artistica, sono piuttosto eterogenei. Quale pensi sia l’album che fotografa in maniera più netta l’anima della band?
Senza dubbio “Linea gotica”. Anche se credo che il modo migliore per comprendere completamente i C.S.I. sia quello di ascoltare tutti i due volumi di “Noi non ci saremo”; in quei due album-raccolta sono racchiuse veramente tutte le ‘anime’ e le molteplici sfaccettature espressive dei C.S.I..

I C.S.I. sono stati sicuramente una delle realtà musicali più importanti degli anni ‘90: cosa pensate di aver lasciato ai ‘posteri’?
Domanda infame questa... eh eh eh eh… non saprei davvero... spero solo che si sia riusciti a lasciare un piccolo segno del nostro ‘passaggio’. E poi amore, impegno, rispetto per la musica e per la vita.

E ancora... tante parole di Giovanni... profonde, spesso taglienti, spesso dolorose, ma indispensabili... perlomeno per me.

Hai curato personalmente la realizzazione delle due raccolte che hanno chiuso la storia dei C.S.I.. Come vanno interpretate? Quali finalità ti eri prefissato?
La finalità prima è stata quella di precedere il classico ‘greatest-hits’ postumo di un’artista che si scioglie. Della serie: prima che lo faccia la nostra casa discografica, lo facciamo noi - e almeno garantiamo, a noi stessi e a chi vorrà averci a che fare, un oggetto veramente rappresentativo della realtà C.S.I.. Ma a parte questa ragione, quella di cui accennavo prima è permettere a chiunque di comprendere ciò che veramente siamo stati.

La formazione dei PGR è per quattro quinti (anzi cinque sesti, siccome c’è anche l’imprescindibile Ginevra) quella dei C.S.I., però il vostro primo album dimostra un decisa svolta stilistica. Come va interpretata?
I C.S.I. erano 5 persone più Ginevra. Nel momento in cui questo equilibrio si è spezzato, il gruppo ha cessato di esistere. Ne abbiamo preso consapevolezza e abbiamo cercato di voltare pagina. La scelta di Hector (si riferisce a Zazou, il produttore artistico del disco, ndr) e la voglia di rimetterci per l’ennesima volta in discussione, ci ha portato a al nostro disco d’esordio!

Il primo disco dei PGR è incentrato su una ricerca sonora piuttosto ‘estrema’: pensi sia la strada che continuerete a percorrere?
Direi che “Pgr” è in tutto e per tutto un progetto aperto, costantemente work-in-progress. sappiamo da dove veniamo e dove siamo, ma non dove andremo. Io spero solo di continuare a sorprendermi di noi stessi... fino a quando questo avverrà beh, c’è da aspettarsi di tutto da PGR.

Devo ammettere che la notizia della pubblicazione di “Montesole” mi aveva lasciato un po’perplesso: un disco live mi sembrava un tassello di difficile collocazione nella breve storia dei PGR. I dubbi si sono tuttavia dissolti nel giro di pochissimi ascolti: a mio parere “Montesole” può essere interpretato in una duplice ottica: l’esigenza di riappropriarsi con il passato - e in questo lo accosterei a “Maciste contro tutti” - e il desiderio di illuminare con la dimensione acustica il lirismo e lo spessore musicale delle vostre canzoni - parallelo d’obbligo è “In quiete”. Per voi cosa ha rappresentato la pubblicazione di questo documento?
Il parallelo con “In quiete” in effetti ci può stare, mentre le ragioni della pubblicazione di “Montesole” sono molte… e molto diverse fra loro. Sicuramente la grande importanza che ha avuto per noi quella serata, perché di fatto il progetto nasce il 29 giugno 2001, ovvero l’inizio inconsapevole di un nuovo percorso comune, la grande emotività di quelle tre ore di musica e di parole, la bellezza di alcune versioni riarrangiate per l’occasione. A queste e ad altre molteplici ragioni io aggiungo che ‘mai-come-ora’ serviva un disco di questo tipo, tanto che siamo stati molto combattuti anche noi sul farlo uscire o meno. Quando ho proposto a Ferretti di lavorare a “Montesole” mi ha manifestato molte perplessità al riguardo, ma appena finito di ascoltare le prime tre canzoni mixate, coi lucciconi agli occhi mi ha detto: “Questo è il disco più bello ed estremo che abbiamo mai fatto”.

A Montesole il progetto PGR era già avviato?
Assolutamente no! PGR è nato a Montesole. Solo dopo quel concerto abbiamo preso in seria considerazione l’ipotesi di rifare qualcosa insieme.

La scaletta di “Montesole” mi ha proprio scioccato: mi riferisco ad alcuni brani che non mi sarei mai aspettato di ascoltare in versione acustica (in particolare le splendide “Cupe vampe” e “Unità di produzione”) e al recupero di canzoni molto vecchie (“Morire” e “Madre”). Come è avvenuta la scelta dei brani?
La scelta è stata la logica conseguenza alla tematica e alle motivazioni della serata stessa: una serata dedicata e in memoria alle vittime della strage di Marzabotto e a Don Dossetti.

Cosa ci dobbiamo aspettare dalla vostra tournée? Puoi farmi qualche anticipazione?
Nessuno si aspetti ritmi veloci o atmosfere rock… in questo momento siamo altrove. Tutto sarà rarefatto, lento, atmosferico. Chi era a Montesole credo possa immaginare di cosa sto parlando.

Quale sarà la formazione che suonerà dal vivo?
Giorgio alla chitarra elettrica, Francesco ai magnellophoni e al pianoforte acustico; io alternerò il basso al wurlitzer e a synth vari. Giovanni e Ginevra alle voci, Pino Gulli alla batteria (suonò già con noi ai tempi di “Ko de Mondo” e “In quiete”), Cristiano della Monica alle percussioni e ai campionatori. In qualche concerto verrà a trovarci anche Hector Zazou. La sorpresa sarà Chiara Ferretti… ma essendo una sorpresa…

Qualche vecchio brano che presumibilmente proporrete in scaletta?
Il concerto si muoverà fra le canzoni di “Montesole” e “PGR”; al solito faremo 3 o 4 cover…

In un mondo dove regna ipocrisia e falsità è facile gettare la spugna e chiudersi in se stessi. Nel corso della tua vita (almeno per quanto riguarda l’ambito professionale) sei riuscito a costruire una tua dimensione senza dover cedere a compromessi e portando avanti le tue idee. Ti senti di darci una piccola fiammella di speranza? Quali sono gli ‘avversari’ più ostici contro cui hai dovuto lottare?
La solitudine… spesso ci si sente davvero soli. Spesso si ha l’impressione di vivere in un mondo che non ci appartiene e che, ancora peggio, non ci prevede. Io sono stato salvato dalla musica, dagli affetti delle persone care, mia moglie su tutte. Credo che si debba far di tutto per riuscire a fare ciò in cui si crede, accontentandosi delle piccole cose, delle piccole vittorie, dei piccoli passi. Mettendo la propria vita a disposizione di sogni e ideali senza pretendere che tutto avvenga subito. Ora siamo ad un bivio… stiamo inconsapevolmente vivendo uno dei momenti più importanti della nostra storia umana. Siamo parte in causa di un cambiamento che è già in atto e che probabilmente sarà doloroso per molti di noi; ma pare che nessuno se ne stia accorgendo. Si pensa ad altro: un sms, una chattata, un Sanremo, due salti in discoteca, politici che parlano lingue che sono anni luce lontane da noi e dalla realtà della vita… praticamente siamo alla frutta! Ma non lo dico in senso catastrofico… intendo finalmente siamo alla frutta... ancora un po’e toccheremo il fondo, da lì poi si ripartirà e non potrà che andare meglio di come non sia ora. Tutto sommato anche per la musica è così, no?

Quali sono i gruppi italiani che in questo momento ti piacciono maggiormente?
Cristina Donà, Planet Funk e un sacco di gruppi sconosciuti. Ascolto molta musica indipendente, molta mi arriva sotto forma di demo, altra me la vado a scovare sul net o ai concerti. C’è tanta buona musica in giro, ma ci si accontenta di ciò che il ‘mercato’ ci impone…

E’vero che stai lavorando ad un disco solista?
Si è vero. Mi piacerebbe fare un disco per festeggiare i miei 25 anni di onorata ‘carriera’… e mi piacerebbe farlo collaborando con una serie di artisti che stimo e/o con cui ho collaborato in questo lungo percorso musicale e umano. C’è ancora un po’di tempo… ancora un anno!

Ha mai pensato di scrivere un libro?
Si, spesso. Ma purtroppo non ho mai trovato la persona giusta con cui interfacciarmi. Io non mi ritengo all’altezza e non penso di avere capacità specifiche in questo campo e soprattutto non credo di aver molto di interessante da dire. A volte penso che piacerebbe registrare ore e ore di parole su un walkman, magari stimolato anche da qualche domanda specifica, per poi far manipolare ad altri il contenuto di queste registrazioni e trasformarle in una sorta di diario di vita vissuta. Ma prima o poi chissà… boh!?

In ambito letterario quali sono gli autori a cui ti senti più vicino?
Letteratura sacra e religiosa e molti libri di storia, soprattutto contemporanea. Non amo molto i romanzi né tanto meno la poesia. I classici e i romantici poi non ne parliamo. Posso passare da King a Pessoa o a Baricco senza un nesso o una motivazione precisa; sono uno di quelli che passa pomeriggi interi in libreria per scegliere un libro. Sintetizzando, non sono proprio un intellettuale… eh eh eh… anche se adoro leggere e soprattutto corrispondere per via epistolare.

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