Paolo Milzani - e-mail, 12-05-2004 Intervista

20/06/2004 di

Demodé e felice di esserlo. Paolo Milzani, in questa intervista via e-mail, spiega la filosofia del suo “Nudist ed altre storie”, cd acustico di un cantautore a tutto tondo, arrivato all’esordio da solista dopo tanta gavetta e qualche disavventura.



Come sei arrivato alla registrazione di “Nudist ed altre storie”?
Durante un soggiorno presso un campo nudisti in Croazia. Mi sarebbe piaciuto mettere in musica le stesse sensazioni che si provavano in quel posto… nudità, uguaglianza, essenzialità, relax e - talvolta - anche vergogna…

I testi, nella maggior parte dei casi, sono tratti dal “Le rose di Atacama”, romanzo di Luis Sepulveda. Come mai hai voluto affidare le tue musiche ad uno dei mostri sacri della letteratura sud-americana?
Trovo che “Le rose di Atacama” sia una bella raccolta di racconti intelligenti: parlano di emeriti sconosciuti in modo semplice ed essenziale. Perfetti per il tipo di sound che mi ero preposto.

Anche tu ti sei cimentato nella stesura di qualche testo. Ti senti più musicista o autore? E comunque… cantautore, no?
Mi sento un ‘canzonaio’, un musichiere con la passione della mountain-bike, oltre che della musica naturalmente. Cantautore va benissimo: non farà molto figo ma mi piace fess (che in bresciano significa molto).

La semplicità degli arrangiamenti sembra essere il minimo comun denominatore del disco. Come si arriva alla decisione di non usare strumenti elettrici ed elettronici?
Ero assuefatto dall’elettronica. Le ultime produzioni alle quali ho partecipato vedevano un massiccio utilizzo del pc e del sequencer, sicché avevo una voglia pazzesca di legno, fino quasi a sentirne l’odore.

Non ti senti un po’ demodé ad insistere con l’utilizzo di strumenti acustici?
Certo che mi sento demodé; anzi, trovo che “Nudist” sia piacevolmente fuori moda.

In “Io oso perché”, però, c’è un campionamento strano, sembra di sentire una voce radiofonica di un qualche programma slavo o qualcosa del genere. Di cosa si tratta, esattamente, e come mai hai voluto inserire nel disco questa scheggia?
Esatto, si tratta di un programma slavo, il telegiornale per la precisione. L’ho registrato via satellite e inserito nel brano come parte strumentale. La canzone parla infatti di Niki Vollek, una rockstar slava alla quale era stato proibito di cantare, pena la reclusione.

Mi sembra che il disco sia ancorato all’estetica degli anni ‘70 italiani, in particolare al grande periodo dei cantautori. Ti ci ritrovi ad essere accostato a quell’epoca? E cosa ne dici negli accostamenti che ti abbiamo affibbiato? Alberto Camerini, Stefano Rosso, Ivan Graziani. Ti ci ritrovi e, soprattutto, abbiamo dimenticato qualcuno?
Mi fa molto piacere essere accostato a quel periodo. Di Alberto Camerini pubblicai la cover di “Rock’n roll robot” come primo singolo dei Pincapallina per la Sony - a dirla tutta fu un’idea dell’allora direttore artistico della Columbia, Roberto Rossi. Il produttore di Camerini era Roberto Colombo, lo stesso nostro produttore, e realizzare quella cover fu un’esperienza esaltante ma non ebbe alcun successo. Tornando ai cantautori, mi piacciono tutti quegli artisti in cui si sente un certa attenzione nei confronti del testo; da Fabrizio De Andrè, anzi da Gaber e Jannacci fino ad oggi, Cesare Basile, Marta sui Tubi, Lalli e tanti altri.

Il tuo non è proprio un nome nuovo; qualche anno fa militavi in un paio di gruppi, gli Erika per Mania e, appunto, i Pincapallina. Ci puoi parlare di quelle esperienze?
Gli Erica per Mania erano una rock band innamorata dei Red Hot Chili Peppers e di Alanis Morrisette, e si sentiva molto, con testi in italiano e strizzando l’occhio alla melodia facile. Cambiata la cantate ed il batterista, cambiammo pure genere musicale a favore di un pop più commerciale e il nome diventò Pincapallina ed alcune cose delle loro cose mi piacciono ancora.

Coi Pincapallina hai partecipato anche ad un Festival di Sanremo. Un onore o un disonore?
Una fortuna! ...aver potuto annusare da vicino quanto puzza di merda lo showbiz in Italia.

L’incontro con Antonella Ruggiero com’è avvenuto? Lei ha anche contribuito alla realizzazione dell’album, nello specifico su “Il bravo giardiniere” c’è il suo zampino…
Solita questione del produttore in comune (scherzo…). Antonella è la moglie di Roberto Colombo ed è facile trovarla che bazzica in studio da lui. Poter lavorare con lei è stata una figata: é una persona eccezionale dotata di un talento disumano.

"Il bravo giardiniere” è stata prima pubblicata dalla Ruggiero nel suo ultimo album, poi, successivamente, io l’ho messa in “Nudist”. Ho praticamente fatto la cover di un mio pezzo.

Lavori in un ospedale psichiatrico: come fai a conciliare le due attività?
C’ho lavorato. Adesso mi occupo solo di musica. Ma tanto sempre di matti si tratta no?

Ci parli della tua piccola etichetta, la Circo acustico?
Un gruppetto esiguo di persone folli, con una sana passione per la musica (specialmente di matrice acustica), che possono fare affidamento sul mio piccolo studio di registrazione, un i-mac per le pubbliche relazioni,e un i-book per le fatture. Se avessimo anche una piccola distribuzione sarebbe una figata. Comunque cominciamo ad essere su qualche catalogo. Abbiamo utilizzato il mio “Nudist” come primo lavoro, speriamo che la serie si allunghi presto.

Nel comunicato stampa parli di un banjo appartenuto a tuo fratello, il quale sarebbe stato l’artefice del tuo amore per la musica. Leggenda o realtà?
È verissimo!! Si tratta di un guitar-banjo della Meazzi che ho persino utilizzano nel brano “GIP”. È in condizioni disperate ma è ancora qui in giro da qualche parte.

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