Zu - e-mail, 12-12-2005 Intervista

23/12/2005 di

Venticinque minuti di sacro furore. Con “The Way Of The Animal Powers” gli Zu offrono un’ulteriore prova di come la loro musica sia inclassificabile e lontana da ogni tentativo di affiancarla a etichette di ogni genere. Di questo e altro parliamo, con l’aiuto del computer, con Massimo Pupillo, che degli Zu è il bassista.



”The way of the animal powers” esce per una giovane etichetta di Cesena. Qual è stato il percorso che ha portato gli Zu tra le braccia della Xeng?
Più che l’etichetta è giovane il boss! Boris ha forse 22 anni e Xeng è già la sua seconda etichetta, per quanto ne sappiamo, almeno. Ci siamo conosciuti a Bologna e sono uscite subito fuori così tante cose in comune che è stato naturale iniziare un lavoro insieme.

Il titolo è preso dal primo volume dell’“Atlante storico della mitologia mondiale” dello studioso di mitologia Joseph Campbell. Da cosa deriva tale scelta?
Da un bisogno di ricollocare l’esperienza che stiamo facendo con gli Zu. Scoprendo che se esci dalla fiaba del rock’n’roll in cui tutto è giovane e fashion, allora c’è molto altro a cui attingere e da scoprire. Che il mondo è un database enorme di ispirazione e forza e non è detto che se fai musica l’ispirazione debba venire solo dai dischi, anzi! In generale ci interessa un’idea di musica omeopatica che noi ritroviamo nell’esperienza del caos del rumore, l’errore come metodo e come somiglianza con la vita… E poi l’uso della musica nelle società tradizionali, l’idea di musica nel rinascimento e in Marsilio Ficino… Cerchiamo di collocare un’esperienza per noi forte e vitale in un contesto ampio, e questo ci porta anche a visitare luoghi che poi sono quelli nei crediti del cd. Guardare indietro ci ha portato ad Ardecore, ma anche a Giacinto Scelsi (compositore ligure del ’900, NdI), solo per rimanere a Roma e scoprire che non è solo la città che abbiamo conosciuto nel nostro limitato periodo di vita…

Già, i luoghi dei credits: nomi curiosi e sconosciuti ai più. Perché sono così importanti per voi?
I nostri tour ci portano in molti luoghi inusuali dove nessuno penserebbe mai di andare in vacanza, e abbiamo in noi una psico-geografia fatta di persone, luoghi, impressioni incontrate per il mondo. Già la copertina di “Igneo” era una sovrapposizione di mappe. E siccome non siamo tanto normali, magari in un day-off a Londra, invece di andare in discoteca andiamo a Stonehenge, da Parigi a Chartres, da Tokyo a Nikko. E in Sardegna al pozzo di Santa Cristina, un luogo nuragico legato al culto della grande madre. Per fortuna suoniamo così tanto che ci possiamo permettere di sforare dai codici e fare cose assurde. Oppure di uscire dalla strada stabilita per vedere un posto. È il bello del diy: ce lo vedi un tour manager che esce dalla strada per portarti a vedere un posto?

Avete dedicato il pezzo d’apertura a Tom Araya, il leader degli Slayer, definito come il vostro Elvis. Presumendo che l’Elvis sia quello di Memphis, dovremmo pensare che, in fondo, è tutto rock’n’roll, Zu compresi?
Il rock’n’roll è una visione così limitata e semplicista, il bello e dannato che beve e si fa, e magari gli viene l’ispirazione e muore giovane, che noia! E oggi è diventato un mondo di corporation e megaraduni e pubblicità di birra. La mitologia del r’n’r può arrivare al massimo fino ai Kiss ma poi lì si ferma, non puoi diventare più stupido e ricco di così! Il titolo comunque vuol dire che malgrado tonnellate di ascolti, ci sono dei punti duri che ti restano dentro da quando eri bimbo, che non se ne vanno… La gioia tamarra delle chitarrone metal è una di queste, e noi non la rinneghiamo!

Come mai “The Way Of The Animal Powers” dura solo 25 minuti?
Tutto ciò che avevamo da dire al riguardo è compreso in 25 minuti molto densi, e non ci va di diventare ridondanti. I cd e i concerti durano troppo.

Il disco sembra essere il prodotto di un’unica session, al massimo di un paio di lunghi pezzi, se vogliamo considerare quel breve silenzio dopo “The Aftermath” che sa quasi di break. È stata una cosa voluta o è solo un’impressione?
Sì, forse è più un unico lungo pezzo, i brani skippano avanti ma puoi ascoltarlo come un pezzo se vuoi. È un'unica idea e i pezzi, la copertina, i titoli, parlano di una cosa sola.

Si può parlare di concept-album, dunque?
In qualche modo sì , ma riporta ad un immaginario prog che non è proprio il nostro.

Cosa ne pensi del termine jazz-core? Credete che sia adatto a definire la vostra musica?
No, abbiamo più affinità con l’uomo di Neandhertal che col cosiddetto jazzcore! La definizione copre un po’ tutto e non vuol dire nulla. Noi non ci pensiamo più comunque, ci sentiamo piuttosto liberi. Il nostro approccio alla musica è più rituale che enciclopedico.

Per non parlare che in tanti, ormai, scorgono in voi un’anima punk…
Sì, ma per vederci con le creste dovrete aspettare un altro po’. Comunque siamo cresciuti a punk, hc, metal e roba industriale schiacciona, il jazz e il free sono state scoperte piuttosto tarde, così per fortuna non siamo andati a scuola di musica! Comunque siamo tuttora devoti a quei suoni, soprattutto al doom ed al grind… D’altronde quando siamo in tour non ci chiamiamo più coi nomi di battesimo ma con nomi metal: io divento “Thunder Child”, Jacopo “Hell Battle” e Luca “Evil Bulldozer”. Il metal con la sua epica è l’unica musica che ti permette di salire sul palco a sessant’anni su una Harley Davidson. Ce lo vedi un sessantenne che vomita sul pubblico e grida Punx not dead?

Hell battle, Evil bulldozer... wrestling not dead forse?
Sì, ma i nostri nomi cambiano tutti i giorni e diventano sempre peggio. Il nostro fonico, che sembra che in realtà si chiami Alberto, in questi anni ne ha avuti circa tremila, e in quest’ultimo periodo comunque si è stabilizzato ed è solo e sempre "sghicio".

E se dicessi avanguardia, cosa ti verrebbe in mente?
John Cage col suo cesto di funghi.

Voglio dire, vi sentite parte di un movimento che fino a qualche anno fa sarebbe stato definito d'avanguardia?
La foto di Cage col cesto di funghi è l'avanguardia. Cage sembra felice e a suo agio, fa come gli pare, segue la sua idea, e fino ai quarant’anni ha fatto anche il lavapiatti per campare. Ammirazione sconfinata. Ma la stessa ammirazione l'abbiamo anche per i Black flag o i Minutemen o altri duemila nomi. Non so se saremo mai catalogabili, noi stessi siamo refrattari a definirci. A volte veniamo invitati in festival di musica contemporanea colta, l’ultimo a settembre a Seul e ci torniamo adesso ad aprile, ma anche lì è solo perché un compositore coreano ci ha visti e probabilmente crede che siamo della contemporanea italiana! Una volta a un festival a Cracovia un compositore, dopo il concerto, ha iniziato a farci domande sui tempi e a dire che aveva capito come scomponevamo la cassa in un pezzo. Noi l’abbiamo guardato come degli ippopotami che pensano solo a rotolarsi nel fango. E comunque una critica comune a Zu è quella di essere complicati e intellettuali, ma la musica esce così proprio perché con l'intelletto non ci siamo proprio, non è che ci diciamo "per il prossimo pezzo passeremo da un sette quarti a un undici". Mai fatto un discorso del genere in vita nostra! È che non ci diciamo mai a cosa deve somigliare il gruppo, abbiamo i nostri gusti ma non abbiamo piani, e neanche limiti, e questo fa uscire fuori un sacco di materiale che non sappiamo neanche noi bene cosa sia, comunque se ci piace lo fissiamo e lo suoniamo. Non è possibile che se esci dalla grammatica elementare allora sei intellettuale e complicato, è un aspetto molto reazionario del rock. La complessità e la stratificazione sono parte della nostra vita, mostrami una persona semplice e non composta da pezzi diversi! Oltretutto questo puzzle a volte non sta neanche tutto insieme, e se voglio fare musica che parli a tutti 'sti pezzi, sarà una musica che rispecchia la complessità, e dentro la quale succederanno tante cose.

I pezzi dal vivo suoneranno molto diversi da come suonano su disco?
Non possiamo portare “Animal powers” in tour, non è musica eseguibile dal vivo. Il livello di torsione e di non liberazione di quella musica ci renderebbe pazzi nel giro di pochi giorni.

Porterete in tournée anche Fred Lonberg-Holm?
Per il momento no, forse in estate sarà in tour negli Stati Uniti, comunque Fred sta suonando con circa un milione di progetti, è difficile bloccarlo per un intero tour con noi.

A proposito, da dove è uscito fuori?
Lo abbiamo conosciuto tramite Ken Vandermark e il Peter Brotzmann Chicago Tentet. Poi lo abbiamo rincontrato in tour con i Flying Luttenbachers. Siamo sempre stati colpiti dal suo modo di violentare il violoncello attraverso pedali, distorsori ed ampli Marshall da chitarra! Anche da solo, in contesti di avanguardia sciocca tutti e suona felice come un ragazzino che fa metal con la racchetta. Spesso a Chicago siamo stati ospiti da lui, tra l altro conosce i posti dove fanno i taco buonissimi.

Come riesce a convivere l’anima degli Zu con quella degli Ardecore?
Abbastanza bene, ognuno di noi è coinvolto in altri progetti e Ardecore è stato un progetto parallelo da fare insieme, nato senza particolari pretese e quasi per gioco. Siamo sorpresi dal riscontro che ha avuto. In genere si tratta di ritagliare un po’ di tempo per le altre cose, e ora Ardecore fa parte di quelle cose.

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