Rosaluna - e-mail, 13-04-2004 Intervista

01/05/2004 di Antonio Rettura

La canzone d’autore che si veste di rock e tradizione musicale del Sud Italia, strumenti insoliti e tanta energia: questi sono i Rosaluna. Li abbiamo incontrati per parlare un po’ del loro ultimo lavoro, di musica e della vita...



Come molti giovani meridionali, raggiunta la maggiore età avete lasciato la vostra terra. Quanto Sud c’è nelle vostre canzoni? Che cosa avete portato nella ‘valigia’ e - se c’è - cosa avete voluto lasciare fuori?
Il Sud è presente in ogni cosa che facciamo, sia essa suonare, parlare o camminare… Ma il Sud per noi non è solo la Calabria, o il meridione d’Italia in generale, ma è il ‘sud del mondo’, un’entità ideale più che un luogo geografico. In ogni nostra canzone è presente un pezzetto di questa entità -che raramente diventa identità - perché nella nostra musica è poi presente anche un pezzetto di cantautorato italiano come di rock inglese, folk americano o psichedelia norvegese!

In pratica ciò che noi suoniamo è influenzato da tutti i nostri ascolti e dal sangue che ci scorre nelle vene.

Vi definite una band folk-rock, eppure il disco omonimo è qualcosa di molto differente dal folk-rock ‘di maniera’ che va per la maggiore in Italia e che - il linea di massima - fa riferimento a realtà quali Pogues, Modena City Ramblers o Casa Del Vento. Cosa significa per voi essere folk-rock?
Il fatto che siamo definiti - o ci siamo definiti - una band folk-rock, secondo noi è un grosso equivoco, proprio perché questo genere in Italia è identificato con le band che citi. Premesso che sono tutti gruppi che stimiamo, noi non ci sentiamo affini a loro; la nostra attitudine, infatti, è meno sociale, più intimista, fin dai testi. Musicalmente ci piace osare anche su strade poco battute; se ad esempio dovessimo scegliere una band con cui sentiamo in tantissime cose dei legami, andremmo a pescare nel passato citando la P.F.M. - logicamente con le dovute differenze perché loro sono dei musicisti straordinari e per certi versi inarrivabili. Ma queste sono tutte definizioni e catalogazioni, forse la cosa migliore è solo sentirci suonare dal vivo, in modo tale che ognuno si possa fare la propria idea…

Tra i guest del disco c’è anche Mimmo Mellace de Il Parto Delle Nuvole Pesanti, band con la quale avete in comune origini e viaggio (entrambi i gruppi sono calabresi di nascita e bolognesi d’adozione n.d.r.), come è nata la collaborazione?
Ci siamo incontrati al M.E.I. del 2002: noi conoscevamo già altri ragazzi della band e quindi è stato facile incontrarsi. Poi abbiamo iniziato a parlare di musica e soprattutto a suonare insieme, tutto molto in tranquillità. Noi tutti siamo fans della band, quindi è stato molto bello suonare con Mimmo, tra l’altro anche un musicista straordinario.

Recentemente abbiamo anche registrato un brano per una compilation a favore di Emergency con Peppe Voltarelli, il cantante della band, ed anche con lui la collaborazione è stata fantastica e magica.

Fabrizio De Andrè e Domenico Modugno sono presenti nel vostro lavoro con due brani da voi reinterpretati: la celeberrima “Vecchio frack” e la (purtroppo) semisconosciuta e stupenda “Leggenda di Natale”. Per quale motivo avete voluto ricordare questi due grandi artisti per certi versi inconciliabili?
La cover di “Vecchio frack” è nata per gioco, in un pomeriggio a casa e ci ha divertito così tanto suonarla che abbiamo deciso anche di inciderla: è stato un omaggio al primo vero cantautore della canzone italiana.

De Andrè invece è continuamente presente nella nostra musica. Sono addirittura tre i suoi brani che abbiamo reinterpretato: “Andrea” nella compilation del ‘MucchioExtra’ (che fra l’altro è stata curata dal nostro chitarrista Marco Ambrosi), “Disamistade” (che ultimamente suoniamo sempre in concerto in una versione elettrica particolarissima), e, appunto, “Leggenda di Natale”. Diciamo che amiamo ricordare e omaggiare la canzone d’autore italiana, tanto che in concerto suoniamo anche un brano di Rino Gaetano (“Agapito Malteni”), e in questi giorni stiamo registrando “Un’emozione” di Giorgio Gaber,che andrà a finire in una nuova compilation del Mucchio Extra intitolata “Un attrazione un po’ incosciente”, sempre curata dal nostro chitarrista insieme a Federico Guglielmi.

Nei vostri brani compaiono strumenti ormai quasi in disuso, come un harmonium a pedale del ‘49, ed è continuo l’intreccio di sonorità moderne e ‘antiche’. Qual è il vostro rapporto col passato?
In effetti siamo sempre incuriositi da nuove sonorità, ed è per questo che nascono gli intrecci; poi il mondo musicale ha ormai espresso così tanto che il modo migliore per rinnovarsi è suonare sempre nuovi strumenti, per trovare quella sonorità spiazzante che ci dia lo stimolo per esprimere sempre qualcosa di nuovo. Noi siamo degli appassionati della musica in tutte le sue forme, dalla classica all’elettronica; ci viene quindi spontaneo ricercare nel passato e nella musica ‘antica’ sempre nuovi stimoli.

Ogni canzone nasce da una sensazione, un desiderio di esprimere se stessi; vi siete mai chiesti ‘perché’ suonate? E’ un piacere, un lavoro o una necessità?
Ce lo chiediamo ogni giorno, e la prima risposta è perché ci piace, perché la musica per noi è prima di tutto una passione. Nessuno di noi potrebbe stare senza suonare: gli strumenti sono parte di noi e una volta che si entra in questo mondo è difficile uscirne. Ogni suono ti fa venire in testa una melodia, un’armonia, una canzone, così il suonare diventa necessità, diventa bisogno di esprimersi, di comunicare, e in certi momenti diventa anche terapia per le nostre psicosi. Comunque è inevitabile che la musica sia anche un lavoro, perché dal momento in cui ti esibisci su un palco o registri un demo, entri nel mondo del lavoro musicale; che poi ci si riesca a vivere quello è un altro discorso, ma la professionalità con cui affrontiamo la nostra musica ed ogni aspetto che la concerne fa sicuramente parte del lavoro.

Ma è vero che al Sud ci sono poche possibilità per le band emergenti, in termini di spazi per farsi sentire, concorsi e rassegne? Oppure noi meridionali (anche chi scrive è calabrese n.d.r.) abbiamo il vizio di piangerci addosso?
Sicuramente noi meridionali abbiamo il vizio di piangerci addosso, ma abbiamo anche quello spirito di rivalsa - soprattutto noi calabresi - che ci porta in giro per il mondo e ci permette di metterci sempre in gioco. É però anche vero che al Sud ci siano poche possibilità, ma non é un discorso esclusivamente musicale, in quanto riguarda ogni tipo di possibilità; se al Sud non c’è lavoro, se al Sud l’economia non progredisce, perché nella musica le cose dovrebbero funzionare meglio? Noi siamo tutti calabresi (Nicola è di un paese vicino Sapri, sempre a due passi dalla Calabria) ma per incontrarci siamo dovuti venire a Bologna; già questo è un segno di come vanno le cose al Sud. Forse nelle grandi città come Bari, Napoli, Catania, eCosenza ci sono più possibilità che a Vibo Valentia (la città natale della maggioranza dei Rosaluna n.d.r.). Rimane il fatto che per andare in giro a suonare bisogna sempre fare più di 400 km, e allora i problemi diventano tantissimi, dal cachet ai posti dove dormire.

Sicuramente al Sud c’è voglia di musica di qualità,...ma chi la porta? In Calabria c’è un locale come il ‘Blue Dahlia’, gestito dal grande Ruggero, che con pochi soldi riesce a portare a Marina di Gioiosa Jonica (RC), in uno spazio di 50 mq (!!!), artisti del calibro di Folkabbestia, 24 Grana, Giorgio Canali, Bugo. Il fatto é che l’attività di Ruggero rimane un miracolo, e oltre a questo poco si muove. Comunque bisogna anche chiedersi se chi gestisce la musica nei grossi centri del Nord abbia voglia di dare una mano affinchè anche al Sud si costruisca un circuito musicale attivo…

Quali progetti per il futuro? E per il presente?
Per ora stiamo scrivendo e arrangiando i pezzi per il nuovo disco che registreremo a ottobre e che ci vedrà collaborare con un produttore esterno di cui per ora non possiamo dire niente! Siamo comunque molto attivi e prolifici, e crediamo che con il nuovo disco si dirà difficilmente che facciamo folk-rock. I Rosaluna sono un collettivo in continuo movimento, non riusciamo mai a stare fermi e anche la nostra musica diventa sempre più dinamica. Anche per i testi la nostra poetessa Graziella Ferrise è in un periodo molto buono, e l’unione con le nostre musiche si fa sempre più profonda. Per ascoltare qualcosa di nuovo bisognerà vederci in concerto o attendere il 21 giugno per l’uscita della compilation su Gaber.

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