Daunbailò - e-mail, 13-04-2004 Intervista

10/06/2004 di

I Mazapegul non esistono più. Ma la loro storia non sembra destinata ad essere archiviata. Ora ci sono i Daunbailò, un manipolo di ragazzotti decisi a ripercorrerne i passi, e non solo per ovvi motivi di contiguità tra le due line-up. “Daunbailò”, la loro opera prima, è un biglietto da visita di spessore, che ci ha convinti ad uno scambio di opinioni via e-mail su affinità e divergenze tra i due progetti, ma non solo, con Valerio Corzani.



Possiamo considerare i Daunbailò come eredi diretti dei Mazapegul?
Senz’altro. Eredi ma non cloni.

Quali pensi siano le affinità/divergenze tra i due progetti?
Il motore propulsivo è lo stesso, ma i compagni di viaggio sono in gran parte cambiati. I Mazapegul erano più legati ad una concezione ‘cannibale’ del folk e della musica etnica, mentre i Daunbailò sono meno etnici e forse anche meno criptici. La parola pop non ci scandalizza più perché pensiamo di poterla declinare con una forte dose di carica eversiva.

In quale momento è scattata la molla per ripartire di nuovo?
Mirco è mio socio e mio amico, oramai da molti anni. Abbiamo passato intere nottate ad ascoltare musica e a progettare il profilo della nostra strana ‘ditta’. Ci contraddistinguono caratteri diversi, ma ci siamo sempre sintonizzati l’uno con l’altro. Tirare la baracca di due gruppi ti permette di metterti alla prova in tutti i sensi; ci sono infatti voluti quasi tre anni di pausa per superare il dolore della perdita di Dido, nel corso dei quali io e Mirco ci siamo comunque dedicati alla musica e abbiamo allargato le nostre curiosità sonore. La vera molla però è stata la capacità di conservare l'amicizia che ci lega e l'aver deciso di allestire uno studio di registrazione, dove abbiamo iniziato a provare e a comporre senza pressioni e dove abbiamo cooptato gli altri elementi della band (Samuele, Massimiliano, Alfredo, Korki, Mocambo). A parte Massimiliano, che già suonava nei Mazapegul, tutti gli altri sono arrivati così, alla spicciolata, ingaggiati nel progetto proprio perché gravitavano intorno allo studio.

Pian piano siamo diventati amici passando spesso le serate e le nottate suonando e gozzovigliando. Il fatto che questi ragazzi si siano dimostrati non solo cazzeggiatori entusiasti e micidiali divoratori di pasta, ma anche musicisti pieni di talento, è stato un po’ il regalo finale.

Hai mai pensato a quale sarebbe stata la vostra storia se non si fosse verificata la tragedia della scomparsa di Dido Di Domenico?
Ci abbiamo pensato mille volte e siamo giunti alla conclusione che sarebbe stata comunque una storia piena zeppa di musica.

È chiaro che il vostro nome arrivi direttamente dall’omonimo film di Jim Jarmusch. Si tratta semplicemente di un omaggio alla sua estetica o c’è qualcosa di diverso alla base di questa scelta?
Ci piaceva il suono della parola più che altro... e ci piaceva il fatto che fosse la trasposizione del suono di una parola inglese e non la sua traduzione. Certo, il film di Jarmusch è un gran film e parla di fuggiaschi, che è un bel modo di definire anche il nostro progetto.

Non credi che alcuni dei vostri pezzi sarebbero stati particolarmente adatti alla sua colonna sonora?
Hai per caso il cellulare di Jarmush?

È anche un omaggio a Tom Waits?
Hai per caso anche il suo? A parte gli scherzi, Tom Waits è un’icona, un musicista mostruoso e un grande esploratore di suoni. Non a caso Marc Ribot, che è stato per anni il suo chitarrista, ha suonato con noi nel primo disco dei Mazapegul ed ha condizionato per sempre il nostro modo di pensare alle chitarre.

Perché tu e Mirco Mariani - gli unici superstiti dei Mazapegul, nonché autori di testi e musica di tutti i pezzi del cd - non comparite nella line-up, limitandovi a qualche ‘comparsata’?
È venuto fuori così. Abbiamo sempre pensato di ripartire con un approccio meno convenzionale anche dal punto di vista dell’organico. Io e Mirco siamo a tutti gli effetti membri del gruppo perché componiamo i pezzi e teniamo il timone del progetto, ma anche perché siamo dentro a questa avventura anima e corpo. Negli Stati Uniti o in Inghilterra, ci sono spesso gruppi che vanno avanti con questa griglia mobile nell’organico: gente che lavora in studio, altri che vanno dal vivo, musicisti che compongono, altri che suonano live. In Italia si fa fatica a collocare un organismo di questo tipo ed è anche per questo che la nostra factory l’abbiamo chiamata Strafactory.

La Strafactory di San Piero in Bagno è un laboratorio artistico, molto artigianale e molto familiare. Sentiamo di aver cementato una crew composita e piena di potenzialità -e sentiamo perfino la spinta della gente del paese e della valle nella quale operiamo. Lo studio di registrazione è stato il primo passo, ma l'intenzione è quella di implementare le attività - il gruppo e la sala d’incisione innanzitutto, poi è toccato allo studio grafico (Samuele, il cantante, e Giancarlo Ancisi si sono occupati anche del booklet del nostro disco), infine l'agenzia di booking. Abbiamo intenzione di usare lo studio anche per produrre altri gruppi: chi volesse proporsi troverà orecchie attente e un bicchiere di rosso.

Dove, e in che modo, siete riusciti a reclutare Jimmy Villotti?
Jimmy è diventato prima grande amico di Mirco, col quale ha suonato per anni, e poi ha cominciato a frequentare l’alta Romagna per questioni ‘termali’; nel frattempo aveva anche regalato un brano ai Mazapegul (“Uragano”), che abbiamo suonato per un po’. Infine è arrivato alla Strafactory ed ha voluto mettere il suo timbro chitarristico anche in questa avventura. Fondamentalmente Jimmy e i Daunbailò si stanno simpatici e in questi casi si finisce sempre per frequentarsi spesso.

Fondere la vivacità del rock, anche se in senso lato, con l’elettronica vi è riuscito piuttosto bene. Come siete arrivati al vostro suono?
Con calma, annusando le macchine come animali sospettosi. Fondamentalmente siamo tutti musicisti con lo strumento in mano: abbiamo suonato per anni senza ‘click’ e avevamo una diffidenza atavica per i marchingegni elettronici dovuta anche a un po’ di ignoranza e ad un approccio molto carnale alla materia sonora. La diffidenza però è tornata utile: ci ha permesso – credo - di cercare sempre il tocco umano, di costruire pattern ritmici con disinvoltura, di plasmare le sonorità con quella dose di sporcizia che ci è sempre sembrata essenziale, di aggiungere qualche tocco noise anche ai momenti più languidi.

Non mancano, comunque, momenti più riflessivi, per non dire malinconici…
Già: “Dio d’acqua”, “Cloro” e “Pieno di luna” hanno atmosfere molto soffici e tenui. Ma, attenzione: il pezzo più malinconico e sofferto dal punto di vista del testo è forse proprio “Anima muta”, che invece ha un impatto sonoro molto aggressivo.

Il theremin fa ormai parte, in modo indissolubile, del modo di interpretare un certo tipo di rock - chiamiamolo ‘obliquo’. Lo avete usato con il contagocce in solo pezzo (“Urska Salomè”), ma il fascino del suo suono non meriterebbe un impiego più massiccio?
Hai ragione. Il theremin ha un timbro bellissimo e vedrai che lo useremo spesso in futuro; del resto theremin, moog, farfisa, e in genere qualsiasi tipo di tastierina vintage e di rottame strumentale ci interessa. Pensa che la tastiera con cui giriamo dal vivo l’ha trovata Mirco nella spazzatura…

È già la seconda volta che uso il termine rock… vorrei conoscere le tue reazioni in merito…
Prima abbiamo parlato di pop, ma il termine rock non ci infastidisce per nulla. L’importante è che si sottolinei anche l’approccio ‘mutante’ col quale ci avviciniamo ai generi e la voglia di devastarne alcuni cliché.

Anima muta” è diventato un video. Con quale spirito vi siete avvicinati a questa esperienza?
Solito spirito: artigianato professionale e sperimentazione. Abbiamo coinvolto innanzitutto due registi giovani ed entusiasti (Francesco Lagi e Giacomo Durzi) che avevano già lavorato ai clip di Tiromancino, Zucchero, Vasco Rossi, Bluvertigo. Io ho scritto la sceneggiatura - che è una sorta di esagerata amplificazione del testo originale con qualche accenno sadico e molta ironia. Ho chiesto a una mia amica, Agnese Nano (una grande attrice, con all’attivo un film come “Nuovo cinema Paradiso” e molti serial tv), di interpretare la parte della protagonista che tortura in vari modi Sam, il cantante, e il resto della band. Lei ha accettato con entusiasmo e ci ha regalato un personaggio che non era semplice rendere credibile senza trasformarlo in qualcosa di truce. Giacomo e Francesco hanno poi aggiunto molti inserti in super8 e il risultato ci sembra acido e fascinoso. Un video che racconta una storia con un grande impatto visivo.

Speranze per qualche passaggio, in orario non da vampiri, in televisione?
La speranze aumenterebbero se i navigatori di Rockit spedissero mail a MTV e AllMusic per richiedere il nostro video…

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