Massimo Zamboni - e-mail, 15-03-2004 Intervista

30/05/2004 di

Se a quest'intervista dovessi dare un titolo sarebbe “Elogio della timidezza”. Timidezza intesa come un prezioso senso del pudore da coltivare, per non perdere le fasi intermedie dei propri stati d'animo. Un pudore che oguno, a suo modo, prima o poi cancella - per dirla con Pinomarino, che ormai amo citare come un De Gregori qualunque). Chi conosce il personaggio che Zamboni ha rappresentato nei CCCP o nei C.S.I., non se lo lasci sfuggire: é l'unico modo di scoprire se di quell'epoca esiste ancora un retaggio.



Facciamo un salto indietro: se si parla di rock, in Italia certamente vengono in mente Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti - oltre ad altri personaggi che non sto qui a menzionare ma che senz'altro giocano un ruolo importante. Ti senti di aver fatto una grossa parte nelle dinamiche che hanno coinvolto la scena?
Beh, l'idea di questi decenni che passano del rock italiano mi fanno sentire più vecchio di quanto non sia... (sorride, ndi). Comunque è vero, la storia è quella: è tanto che si parla di CCCP e C.S.I. con tutte le svolte successive - fra cui me.

Come sappiamo, anche la storia dei C.S.I. è finita e tu sei stato per molto tempo il latitante, il ‘nonpervenuto’ tra i componenti della band. Questo periodo è stato intenso di riflessioni che esulavano dal pensare al modo di riprendere un'attività? Non pensavi - così hai affermato in passato - di rimetterti nella condizione di fare dischi...
Per potermi permettere, anche solo mentalmente, la fatica, l'impegno e lo sforzo per arrivare a un cd solista, avevo bisogno di una ‘rottura’ molto forte attorno a me - come è stata quella dei C.S.I., con tutto quello che ne é conseguito anche a livello personale. Non avrebbe avuto senso per me fare un cd da solo quando il gruppo era ancora in piedi: non avevo nessun bisogno frustrato da tirare fuori per conto mio... Mi sono trovato a fare musica per alcune colonne sonore e il riprendere in mano gli strumenti mi ha portato a pensare ad una mia identità musicale più precisa che si è andata definendo pian piano. Ho cominciato così a ragionare attorno a queste colonne sonore, ne ho tratto alcuni spunti, le ho trasformate in canzoni, ho aggiunto delle parole che non volevano proprio rimanere chiuse dentro... ed è venuto fuori "Sorella sconfitta", che io considero una sorta di meditazione in musica, ma più che altro in canzoni, sul tema della sconfitta.

E' stato un po’ un ‘tirare le somme’ alla fine di un periodo, l'approdo di un tuo percorso interiore quindi...
Beh, è anche una buona partenza... é un po' tutte e due queste cose insieme. Era necessario tirare le somme ma non è che mi potevo accontentare: bisognava che questo contenesse già degli accenni per una vita nuova, insomma - che è quanto mi sta succedendo adesso.

L'album riprende parte dei contenuti del tuo libro “Emilia parabolica”: il titolo è quasi un ossimoro il cui senso ti è stato suggerito da situazioni vissute in cui hai visto gente fare della sconfitta un punto di riferimento?
Esatto! Nel nostro mondo, che è legato all'idea quasi ossessiva di dover vincere, è quasi più facile andare a verificare come la sconfitta sia centrale nella vita di ognuno di noi. Ma anche nella vita di questo mondo - senza stare qua a ragionare troppo sui singoli - la sconfitta è ben aldilà delle nostre singolarità. Una sconfitta che spesso è associata all'idea di perdita, di mancanza, di afflizione, qualcosa comunque di negativo che sicuramente contiene in sé. Ci sono sconfitte talmente forti dalle quali è impensabile potersi riprendere...

D'altro canto ci sono delle sconfitte che si possono contemplare, che diventano le nostre compagne di strada... in ogni caso non si dimenticano, rimangono dentro e continuano a bruciare e molto spesso la memoria si cristallizza, addirittura diventa stereotipo. Ma è una memoria che se rimane comunque viva è assolutamente fondante per una vita successiva che trarrà da quella sconfitta i suoi aspetti positivi.

Venendo al disco in questione: quattro voci femminili, quattro personalità così diverse fra loro. Hai escogitato tutto questo per la timidezza di porsi davanti a un microfono oppure per esprimere aspetti diversi della stessa sensibilità?
Uno dei versi dell'album dice: "Allegria nel cielo per le cose timide". La ‘cosa timida’ è una categoria che al giorno d'oggi è mortificata, disprezzata, considerata assolutamente non appariscente in un mondo abituato a ben altre pompature. Io credo invece che l'essenza timida sia assolutamente da ricercare, non solo da rispettare, ma, anzi, in qualche modo da perseguire.

Io credo che la timidezza, il ‘rossore’ (che compare nel verso successivo della stessa canzone, ndi), l'incapacità, l'inettitudine, siano doti fondanti molto positive, molto di più di questa efficienza isterica che si vede in giro.

C'è una frase molto bella ripresa da “Emilia parabolica” che dice: “...la timidezza rende gli indovini inutili...” che significa benissimo le doti nascoste che può avere una persona timida...
C'è anche amarezza in questo; i timidi, non essendo capaci ad esprimere, sono per necessità osservatori e sono molto più capaci a raccogliere dentro di sè. Ed hanno questo rammarico: il non riuscire a rivelare questi tesori. Così io sono abituato a partire da una mia debolezza e a portarla fino a farla diventare un pregio. Perché, se ci penso, fino a qualche anno fa non avrei mai cantato di fronte a un microfono, mentre “Sorella sconfitta” mi ha portato a questo.

Avevo però bisogno di quattro voci che esprimessero quattro diversi momenti della sconfitta e quattro diverse accezioni. Sperimento quotidianamente questa schizofrenia nel sentirmi uno e molto più di uno insieme, sicché sarebbe stato molto difficile trovare una voce univoca per esprimere tutto - e d'altra parte non potevo cercare la collaborazione esterna di un cantante o una cantante che da soli potessero sostenere tutte le parole dell'album.

A questo punto è il caso che tu attribuisca i diversi aspetti alle diverse voci che interpretano quest'album...
Lalli è assolutamente straordinaria. La conoscevo già da tempo e credo che abbia una capacità tragica così alta nel cantare che credo in Italia non abbia eguali. Riesce ad interpretare parole talmente pesanti partendo da una sua fragilità evidente che magicamente trasforma in forza senza che tu riesca a capire come ci riesca... ed è quasi imbarazzante per chi ascolta!

Nada invece è forte, fortissima: porta avanti una grande energia fisica e personale.

Poi avevo bisogno di voci fresche, giovani - Lalli e Nada sono molto mature, non quanto all'età, ma come percorsi di vita -, qualcosa che permettesse alla sconfitta di assumere elementi di rinnovamento continuo al suo interno. L'incontro con Fiamma è stato quindi determinante: una voce giovane, fresca, molto ariosa, non troppo pratica di sconfitte - almeno spero per lei - e quindi molto adatta ad esprimere quello che nel cd si chiama ‘il turno della vita’. Marina Parente, invece, è un soprano di Reggio Emilia, anch'essa molto giovane; ha una voce impostata classica anche se si esprime in un modo molto personale. Ovviamente non è una macchietta, ma nel disco diventa spiazzante: avevo bisogno di una voce che destabilizzasse e questo avviene sicuramente quando accosti parole e musica come quelle techno-punk di “Ultimo volo America “con il canto lirico.

Qualcuno ha notato nell'interpretazione di Nada l'ombra di Ferretti. Io rilancio: risento echi di Maroccolo e di Ginevra (Di Marco, ndi). Questo non è una critica, anzi: il ritrovare certi elementi credo dia una forza incredibile alla frase che hai usato per il comunicato stampa: “Tutto il nascosto bene, tutto il nascosto male”.
Per me è una frase molto centrata questa (l'ho rubata involontariamente a Cerronetti): tutto il cd è cosparso di segreti. Ce ne sono anche per me, che li vado scoprendo e disvelando un po’ alla volta. Ce ne sono tanti che nascono sotto il segno del bene e altri che nascono sotto il segno del male, ma comunque tutti da una sincerità di fondo. Poi è vero, queste ombre ci sono, specialmente quella di Ferretti. D'altronde tutto quello che ho fatto di pubblico l'ho fatto insieme a lui e questo non posso dimenticarlo.

Diciamo che l'uso delle voci femminili mi ha tolto dall'inghippo e dall'imbarazzo del paragone continuo, perché qualunque cantante maschio avessi scelto sarebbe rimasto tra due fuochi: ‘assomiglia a Ferretti’ o ‘non assomiglia a Ferretti’. In ogni caso non sarebbe mai stato se stesso.

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