Cristina Donà - e-mail, 15-07-2003 Intervista

22/08/2003 di

Ad alcuni mesi di distanza dall’uscita di “Dove sei tu” abbiamo pensato di avvicinare Cristina Donà per fare il punto dei sui primi sei anni di carriera. Ne è uscita una piacevole e coinvolgente chiacchierata dalla quale sono emerse, oltre alle sue risapute qualità (talento e personalità), anche doti come simpatia e disponibilità: fattori che sicuramente l’hanno aiutata a ritagliarsi uno spazio un importante spazio all’interno della scena rock italiana.



Partiamo dagli antipodi: mi racconti qualcosa riguardo gli inizia della tua carriera musicale?
Mah, guarda... ho sempre amato la musica in maniera viscerale fin da bambina quando passavo degli interi pomeriggi davanti ad un vecchio giradischi. La passione è letteralmente esplosa intorno ai ventidue anni: a quell’età, infatti, ho iniziato ad esibirmi in alcuni locali (mi dilettavo con delle cover) e a lavorare come decoratrice scenografa sui set di alcuni videoclip.

Se non sbaglio hai anche realizzato il video “Gioconda” dei Litfiba...
Si, come fai a saperlo? In quel periodo ero molto intrigata dall’idea di poter unire musica ed immagine, e i clip mi sembravano il ‘compromesso’ ideale. Purtroppo ho ben presto scoperto che in Italia, in ambito scenografico, non ci sono grosse opportunità di sperimentare. L’unico modo sarebbe stato diventare regista, ma iniziare una nuova scuola non era certo la mia massima aspirazione…
Ho continuato comunque a fare la decoratrice, e ad un certo punto mentre suonavo nei locali è scattato il desiderio di proporre qualcosa di mio. Erano diversi anni che facevo cover, mi piaceva molto - e anche ora nei miei concerti ne propongo alcune -, ma la voglia di parlare di cose autobiografiche ha iniziato ad avere il sopravvento. Ho quindi provato a scrivere delle canzoni, anche se all’inizio la cosa è stata piuttosto difficile, soprattutto per la lingua. Infatti, come tanti della mia generazione, ho ascoltato parecchia musica anglo-americana e trovare una maniera di esprimere le mie emozioni in italiano risultava molto complicato. Ci ho messo un po’, però alla fine è arrivato il momento giusto ed è nato il mio primo brano: “L’aria” (presente nell’album di debutto, ndi). Ed é stata proprio una bella sorpresa!

All’inizio dove ti capitava di suonare?
Ho cominciato a suonare nel bergamasco, dove mi sono trasferita da Milano nel 1993. Mi esibivo nei pub, in luoghi dove a volte la gente mi ascoltava e a volte non si accorgeva nemmeno che esistessi. E’ stata un bella gavetta, anche se in realtà non è durata moltissimo, perché c’è gente che la fa per molto più tempo… e poi io la facevo praticamente come hobby. Anche se spesso quell’hobby era molto più importante del mio ‘vero’ lavoro.

Poi se non sbaglio nella tua vita c’è stata un’irruzione di Manuel Agnelli
Si, ho conosciuto Manuel all’Accademia di Brera nel 1990, in pieno clima da occupazione. Era il mio ultimo anno, ed insieme a Davide Sapeinza (successivamente diventato il marito di Cristina, ndi), ho organizzato uno spettacolo musicale al quale sono intervenuti gli Afterhours, i Carnival Of Fools e i Ritmo Tribale. Il primo contatto è stato piuttosto superficiale, ma alcuni mesi dopo, precisamente nel gennaio del 1991, ho avuto modo di approfondirne la conoscenza.

Davide, su incipit di Manuel, cercava un artista che aprisse il concerto che gli Afterhours avrebbero tenuto a Sacca di Iesine, ed era convinto che il mio repertorio fosse l’ideale. La mia prima risposta è stata negativa: l’idea di esibirmi in un locale di punkabbestia mi faceva molta paura, ma alla fine ho deciso di buttarmi. Fra l’altro c’è un bellissimo filmato della serata, quantomeno per il valore e per quello che per me rappresenrta: io un po’ Joan Beaz con la mia chitarra e il mio gonnellone, e dietro Manuel, seduto, che ascolta attentamente. Alla fine è venuto a farmi i complimenti e mi ha dato parecchi consigli, in particolare di abbandonare le cover ed iniziare seriamente a scrivere delle liriche in italiano. Gli Afterhours avevano appena pubblicato “During Crhistin’s sleep” e quella sera Manuel mi ha portato la sua testimonianza: “Un artista italiano che canta in inglese trova grosse difficoltà; all’estero se non fai musica dance non ti caga nessuno e in Italia… comunque anche”.

Quindi quella sera avevi suonato solo delle cover?
No, avevo proposto anche due miei pezzi però in lingua inglese.

Fra l’altro in quel periodo il rock italiano cantato in italiano iniziava a fare parecchi proseliti... un nome su tutti i Litfiba
Sì, la scena italiana stava cominciando ad emergere. Però per me non era ancora giunto il momento. Ho iniziato a scrivere dei brani miei intorno al 1995 e naturalmente la prima persona a cui mi sono rivolta è stato Manuel.

Eravate comunque rimasti in contatto? Avevate fatto qualcos’altro insieme?
In realtà non ci siamo visti molto: ci si incontrava ai concerti e si passava alcune serate in compagnia di Davide e Joe (dei La Crus, ndr) a parlare di musica. L’episodio più significativo si è svolto durante una serata che vedeva la presentazione dell’album “I disertori”, il tributo a Fossati, a cui ho partecipato su invito di Davide - che cito spesso perché non fa solo parte della mia vita affettiva, ma anche artistica. In quella occasione ho suonato per la prima volta tre canzoni che poi sarebbero finite nel mio album d’esordio. C’era anche Manuel, al quale miei brani gli sono piaciuti molto e mi ha subito detto che avremmo dovuto fare qualcosa insieme.

Poco dopo è venuto a casa mia ed abbiamo registrato su un quattro piste i provini, chitarra e voce, delle mie canzoni.

Quindi anche al concerto ti eri esibita chitarra e voce?
Ho cominciato a suonare con un gruppo solo dopo l’uscita di “Tregua”, perché avevo l’esigenza di ‘portare in giro’ il disco.

Fra l’altro in “Tregua” le musiche sono piuttosto ricercate e hanno una certa importanza…
Si, i provini del disco sono stati arrangiati da Manuel e da Maurizio Raspante (ex bassista dei Carnival Of Fools e dei Santa Sangre) con l’ausilio di un computer. Io andavo nello studio di registrazione di Maurizio, registravo le parti chitarra e voce e lui aggiungeva il resto - tipo dei suoni sintetici che servivano a capire come sarebbe stata la resa delle canzoni. Dopo, in studio, Manuel ha fatto venire alcuni musicisti (Giorgio Prette, Xabier Iriondo, Ferdinando Masi, tanto per citarne alcuni) e si è dedicato alle registrazioni. Durante i concerti sono stata poi io a cercare un gruppo che potesse supportarmi.

All’epoca dell’uscita di “Tregua” ero rimasto molto colpito dall’unione tra la poesia dei tuoi testi e il rockeggiare delle musiche: un risultato molto suggestivo e coinvolgente...
Beh, Manuel ha enfatizzato molto l’aspetto rock delle canzoni. Lui ha quel tipo di matrice, mentre io sono più mix: mi piacciono sfumature diverse e penso che questa propensione emerga nei miei tre album.

Sicuramente… e se dovessi definirli con un aggettivo, con una considerazione, i tuoi tre dischi, cosa ti sentiresti di dire? Ti faccio questa domanda perché, pur mantenendo una certa linearità, sono piuttosto diversi fra di loro....
Mah, riflettono dei periodi della mia vita, e la differenza più evidente è nella scrittura delle canzoni. Se comunque li devo descrivere emozionalmente dico che il primo rappresenta la ricerca spasmodica di qualche cosa, di una direzione; il secondo è un guardarsi in giro stando più ferma, mentre in questo terzo album è come se avessi trovato una strada da percorrere e lo sento come un album di movimento.

La mia impressione è che “Dove sei tu” sia il lavoro che ti rappresenta di più, quello che incarna al meglio la tua personalità, sia dal punto di vista dei testi che per quanto riguarda la musica.. .
Con “Dove sei tu” penso di aver messo a fuoco sia la scritture dei testi che il modo di concepire la canzone. Quando ti parlavo della sensazione di andare verso qualcosa mi riferivo anche al fatto di cercare di individuare degli obbiettivi. In questo periodo così confuso per l’umanità sento proprio bisogno di trasparenza.

Sicuramente, poi, in questi anni ho anche imparato delle cose che mi hanno permesso di essere più chiara, ma tutto nasce da un desiderio: io sono una persona che si auto induce alla confusione e il lavoro di scrittura è una sorta di terapia che mi permette di essere più ‘limpida’. È questo il motivo per cui ci metto parecchio tempo, perché la base è sostanzialmente confusa.

I tuoi testi come nascono? Ti metti a tavolino cercando di fare uscire qualcosa oppure sono completamente dettati dall’ispirazione e dall’emotività?
Un po’ tutto: ci sono dei momenti in cui scrivo perché mi è venuta un’idea-e magari sono in giro in macchina e mi devo fermare per scrivere su un foglietto - mentre ci sono altre occasioni in cui sono curiosa di vedere cosa esce dalla penna anche se non ho niente in testa. Penso però che alla fine la scrittura sia anche questione di esercizio.

Fra l’altro hai anche scritto due libri?
In realtà solo il primo (“Appena sotto le nuvole”) è scritto di mio pugno, Nel secondo invece io sono uno dei protagonisti, perché il libro è stato scritto da Michele Monina e parla del viaggio comune che abbiamo fatto negli States.

A dire il vero io non ho ancora avuto occasione di leggerli, ma colmerò presto questa lacuna... in particolare sono molto interessato a “Appena sotto le nuvole”.
Io sono molto affezionata a quel libro perché non ci sono solamente degli scritti; che poi sono quelli di cui ti parlavo prima, cose che per un qualche motivo non sono diventati delle canzoni, ci sono delle fotografie dei disegni. Una serie di tasselli che compongono Cristina e mi fa piacere che la gente mi possa conoscere anche in questo modo.

Quindi si tratta di scritti inediti?
Si, sono tutte cose inedite, a parte le bozze di “Nido” e di “Volevo essere altrove”. Ho deciso di inserirle per far conoscere alcune parti non presenti nelle canzoni e farne vedere l’embrione.

Bisogna riconoscere che la collana della Mondadori che ha pubblicato il tuo libro è davvero molto interessante; raccoglie molti artisti ‘alternativi’ e parecchie opere fuori dai soliti canoni espressivi. Accanto alla tua opera ci sono anche quelle di Manuel Agnelli e di Joe dei La Crus… è decisamente apprezzabile avere a che fare con musicisti che decidono di mettersi in gioco e cercano di dare qualcosa di nuovo.
Beh, io all’inizio ci ho un po’ pensato, e la mia prima risposta è stata: “No, grazie!”, semplicemente perché non pensavo di essere in grado di scrivere un libro. Poi mi hanno spiegato che a loro non interessava qualcosa di romanzato, ma volevano delle poesie o dei pensieri. E allora mi sono decisa. Poi c’è anche una cosa piuttosto curiosa legata al fatto che molte persone mi hanno conosciuto attraverso il libro...

Penso sia una cosa molto piacevole, non credi?
Si, anche molto buffa. In molti sono stati attratti dalla grafica - e in questo devo ringraziare il ragazzo che l’ha curata - sicché comprando il libro hanno scoperto che sono una cantante.

A proposito di letteratura: c’è qualche scrittore che ti piace in particolare?
In realtà io sono una lettrice molto disordinata: lascio i libri a metà e quindi quando trovo qualcosa che mi piace lo sento veramente mio.

I miei autori preferiti sono diversi: in questo momento mi viene in mente Peter Handke, che ha influenzato molto il mio modo di usare le parole, Barry Lopez… ma il mio grande amore rimane la poesia, mi aiuta parecchio. Quando devo scrivere, e sono nel panico perché non mi viene in mente niente, vado in libreria, apro a caso testi e quando mi imbatto in raccolte di liriche riesco a trarre subito ispirazione.

Ultimamente mi hanno regalato un libro di una poetessa polacca, Zsimborska, secondo me straordinaria: riesce a fare degli accostamenti di immagini incredibili…

Tornando alla tua dimensione musicale: cosa mi dici dei concerti che hai tenuto all’estero?
Il più importante è stato quello al “Meltdown Festival” nel giugno del 2001 dove ero stata invitata da Robert Wyatt che quell’anno era il direttore artistico. L’emozione è stata veramente pazzesca…
Conservo ancora un articolo che mi ha spedito Robert - l’ufficio stampa del Meltdown mi ha snobbato e non mi ha mandato niente - dove diceva esplicitamente che gli inglesi avrebbero dovuto smettere di comprare i dischi di Bocelli e informarsi sugli altri artisti che ci sono in Italia. È stata veramente una grande soddisfazione perché il mio repertorio (chitarra, voce, batteria e tutte canzoni in italiano) è stato accolto dal pubblico in modo splendido. Notoriamente gli spettatori del ‘Meltdown’ sono piuttosto ricettivi perché gli artisti arrivano da tutto il mondo; però durante i concerti c’è anche chi si alza e se ne va, quindi il rischio di fare brutta figura c’era.

Ho letto che il tuo ultimo album uscirà in una versione destinata al mercato europea.
Si, il disco dovrebbe uscire intorno a settembre-ottobre; dico ‘dovrebbe’ perché fino a quando non lo vedo non ci credo. In questi giorni (l’intervista si è svolta a luglio, ndi) lo sto traducendo con l’aiuto di Davey Ray Moor.

Quindi i testi saranno tutti in inglese…
Forse riuscirò ad inserire qualche traccia in italiano… però mi hanno espressamente chiesto di tradurre il più possibile. Anche se secondo me in nazioni come la Francia e la Spagna le versioni originali potrebbero avere più appeal.

Allora alla conquista dell’Europa!
Io me lo auguro perché le mie esperienze in Europa sono molto positive e mi sembrerebbe stupido non provarci.

Una domanda un po’ banale: c’è qualche artista che ti ha influenzato o che ti piace in particolare?
Quanti giorni ho per rispondere? Ho adorato gli Scisma ed ora seguo con molto trasporto i lavori del loro produttore: Paolo Benvegnù. Paolo ha recentemente collaborato con il norvegese Terje Noergarden e il gallese Brychan: due grandi artisti.

Altri gruppi? Devo assolutamente citare i Diaframma: “Il ritorno dei desideri” è uno dei miei album preferiti. Poi mi piacciono molto alcune band con cui condivido l’esperienza nella scuderia Mescal - come Subsonica, Afterhours e La Crus - e la cosa è piuttosto buffa ma sicuramente stimolate. Fra l’altro con i La Crus ho cantato parecchie volte e quando sul telefono vedo comparire il nome di Joe, penso: “Toh, un nuovo duetto in vista!”.

A proposito di duetti… mi viene in mente “Dentro Marilyn”: l’unione tra i tuoi toni sensuali e l’asprezza del timbro vocale di Manuel è veramente da pelle d’oca…
Beh, a me piace molto cantare con lui. In generale amo molto unire la mia voce a quella di un uomo, però nel caso di Manuel penso si riesca proprio a creare qualcosa di magico. Mi manca il duetto con una donna, ma prima o poi farò anche quello…

Parlare di “Dentro Marilyn” penso sia uno dei modi migliori di suggellare questa piacevole chiacchierata; non resta quindi che ringraziarti ed aspettare qualche nuova ed ulteriore dimostrazione del tuo talento
Grazie a te e a presto…

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