Bisca - e-mail, 15-10-2003 Intervista

06/11/2003 di Carlo Porcaro

Ho sempre pensato che i Bisca fossero persone da frequentare, amici con cui chiacchierare per arricchirsi, prima che un gruppo musicale che può piacere o meno ma è comunque degno di stima per il sincero approccio alla ‘materia’ musicale. Quest’impressione ora si fa certezza. ‘Sensibilità sociale’ che assume i contorni del dramma, ricordi del passato privi di sapore nostalgico, poesia e rabbia mescolate: c’è tutto ciò nel nuovo album dei Nostri.

Insisto poi su un concetto già accennato nella recensione: la musica dei Bisca non è nuova, ma ha un’anima. Pensieri sparsi prendono una forma piacevole, princìpi che si travestono da parole, storie che meritano di essere raccontate: queste sono le nuove canzoni della band napoletana. Sì, sono canzoni. Fatte a loro modo. Con maggiore dovizia di particolari rispetto al passato ma con la stessa intensità. E’ per tutti questi motivi che suggerisco, anche se sa tanto di de profundis artistico, di dare ai Bisca un premio alla carriera!

Ecco un veloce scambio di idee con il leader Sergio Maglietta.



Qual è il motivo del titolo “Mancasolounattimo”?
E’ stata un’idea di Luisa, una ragazza che lavora alla CNI: lei si è innamorata sin dal primo demo del pezzo “1977”, che contiene l’espressione “manca solo un attimo”. Trovo molto efficace l’indefinitezza che questa espressione ha: manca solo un attimo ‘da’ o ‘a’ qualcosa? Mi è sembrato un buon titolo.

Il disco è vario ed omogeneo allo stesso tempo: che direzione musicale volevate intraprendere?
Di fatto questo disco è la logica conseguenza della raccolta “1981/2001: Questo non è l’unico mondo possibile” e ancora di più del lavoro dal vivo che ne è derivato. Suona tipicamente Bisca, quindi credo di poter dire che, sotto questo profilo, abbiamo centrato l’obiettivo.

Vario ed omogeneo dici? Condivido.

Molti brani sono in bilico tra dramma e poesia, tra sogno e realtà, giusto?
Per la verità, c’è anche l’esorcismo (“Giù tiranno”, “Paura”, “Sfrenati all’impazzata”...) ed il racconto surreale (“La lumaka”).

Le vicende politiche e belliche degli ultimi tempi vi hanno condizionato, scosso, oppure non vi sorprende più nulla?
Se vai dal dentista perché sai di avere un dente malato, sicuramente non ti sorprenderai quando ti farà saltare sulla sedia.... però lo shock sarà comunque fortissimo. Questo esempio per dire che la realtà, per quanto indagata e se vuoi prevista, difficilmente può lasciarti indifferente - men che meno questa realtà. La guerra ci ha travolto negli ultimi mesi di lavorazione del disco e di fatto ha segnato il lavoro; "Pace", per esempio, esisteva da due anni come demo (curiosa profezia) ma nella versione definitiva è diventata molto più intensa.

“1977” e “Silenzio” sembrano i brani più ‘intensi’: quanto pesano i ricordi, confrontandosi con l’apatia sociale attuale?
Non sarei così pessimista rispetto a quella che tu definisci ‘apatia sociale attuale’. Ho scritto “1977” cercando di evitare sia la nostalgia intimista del racconto personale che la retorica del racconto militante. Un’altra considerazione: spesso si parla di ‘peso’ quando si nomina il ricordo; io non uso questo termine, lo trovo improprio.

Il disco sembra ‘pulito’, scorrevole, studiato nei dettagli: è stato voluto?
Oggi la nostra musica suona così, forse dipende dai modi di produzione: l’uso del computer e la possibilità di avere uno studio virtuale, anche a casa, ti consente un approfondimento ed una manipolazione davvero eccezionali. Da questo ne deriva una cura del dettaglio ed una compattezza del suono che anni fa erano inimmaginabili; non ho ancora capito, però, se questo mi piace oppure no. In compenso ci sono altri elementi nella musica che mi affascinano: l’immediatezza, la spontaneità, la scarnezza ed anche una certa ‘sporcizia’.

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