Elle - e-mail, 16-10-2006 Intervista

26/10/2006 di

(Gli Elle in una lavanderia)

Gli Elle tornano con “Bstrong”. Una raccolta di brani che scatena opinioni contrastanti. Al nostro Sandro Giorello, ha creato qualche perplessità (ma non si dica che gli ha fatto schifo); al nostro Manfredi Lamartina ha invece suscitato calore come quello di una primavera mediterranea e malinconia come quella di un autunno berlinese. E', però, sicuramente un album che trae forza da tutte le difficoltà che hanno contraddistinto la storia recente di questa band indie-pop. E allora è vero quello che si dice. Ciò che non ti uccide ti rende più forte. Ne parliamo con Nicola Mestriner (voce, chitarra, tastiera) e Matteo Caroncini (voce e chitarra).



Nel primo album bruciavate ciò che restava. Nel secondo ballavate. Nel terzo?
Nicola: Tutto parte proprio da “Bruciamo Ciò Che Resta” e da ciò che seguì poi. Nessuno di noi immaginava che dietro quel titolo dal gusto di caffè si nascondesse una così tragica rivelazione. Aveva la forma di un disco: il nostro primo disco. Così, mentre salutavamo Marco (Iacampo, ex cantante, NdR) e Fabio (Coronin, ex bassista, NdR), che piano piano diventavano sempre più piccoli all'orizzonte, a noi non rimase che iniziare a danzare, ricercando altre immagini grandiose, spazi siderali, ammassi di galassie e lenti gravitazionali per non pensare più al dolore e scappare, almeno per un attimo, dalla crudeltà della vita reale. Da qui prende forma il nostro ultimo lavoro, “Bstrong”.

Matteo: “Bstrong” è stato un parto podalico fatto in apnea. Ci ha impegnato molto perché ci ha messo di fronte per l’ennesima volta alle reali difficoltà della nostra vita. “Bstrong” ci ha portato allo stremo delle risorse fisiche, energiche e finanziarie. Per farlo uscire abbiamo guardato nel profondo dell’animo per trovare tutta l’energia di cui una band come gli Elle ha bisogno. Ne siamo usciti più forti e più uniti. In quel momento il disco ha preso vita, diventando il tappeto dove camminare a piedi scalzi. Personalmente, dopo aver terminato il cd, ho capito che è necessario lottare ed essere forti per le cose che riteniamo importanti.

Quando uscì “People Are Dancing In The AM” la sorpresa fu grande sotto tanti aspetti. La lingua, innanzitutto: dall’italiano all’inglese. E anche le copertine: scura, quasi dark la prima, bianca e luminosa la seconda. Con “Bstrong” riprendete entrambi gli elementi presenti nel lavoro precedente. Ma quella chiazza di sangue è inquietante…
Nicola: Ci piaceva l'idea di realizzare un'immagine di forte impatto emotivo/visivo che invitasse a riflettere su alcuni aspetti della società moderna. L'orsetto rappresenta il lato infantile e spensierato di ognuno di noi. La gamba mozzata e la macchia di sangue sono la perdita di quei valori positivi, a causa dei ritmi asfissianti provocati del sistema sociale attuale. Decidere di fare un altro disco per noi non è stato semplice e quella macchia di sangue è anche un po’ nostra.

Musicalmente sembra che ci sia invece un parziale ritorno alle origini. Brani come “To Be On The Way Out” e “And You?” richiamano certe atmosfere chitarristiche e noir presenti in “Bruciamo Ciò Che Resta”. Confermate?
Matteo: Per quanto mi riguarda ho notato qualche similitudine negli arrangiamenti di chitarra. Non capisco però se è il presente che si lega al passato o se già nel passato c'erano scorci dell'attuale presente. Il ruolo che avevo prima è molto diverso da quello di adesso. Penso sia dovuto alla mia personalità e al mio modo di pormi di fronte allo strumento. Sia in “Bruciamo” che in “Bstrong” ho concentrato le mie parti in frasi o arpeggi, ma in quest’ultimo lavoro ho cercato di lasciare più spazio alle tastiere e all’elettronica. “To Be On The Way Out” e “And You?” sono nate da Nicola, che ha scritto delle parti di chitarra ipnotiche e nello steso tempo energiche: io non ho fatto altro che seguire il mood che volevamo dare alle canzoni.

Nicola: Io invece trovo che ci sia una notevole distanza tra “Bruciamo” e “Bstrong”, anche se noi ne rappresentiamo sempre il comune denominatore. Questo disco lo abbiamo pensato prima a casa e poi in sala prove, seguendo il percorso iniziato con “People”. Avere i provini da più di un anno ci ha permesso di fare mille sperimentazioni, anche per facilitare la proponibilità dei pezzi nei live. Le chitarre di “To Be On The Way Out”, “And You?” ed alcune di “Human Grace” sono rimaste fedeli a come le ho suonate la prima volta. In effetti un po’ noir lo sono, ma rispecchiano soltanto il mio stato emotivo di allora. Il metodo di lavoro che adottiamo per la composizione è frutto della stima e dell'affiatamento che abbiamo sviluppato negli anni. Ognuno deve sentirsi libero di esprimersi all'interno del gruppo: a me è capitato di arrangiare qualche chitarra e basso, mentre Matteo ha scritto molte parti di tastiera. D'altronde per scrivere belle canzoni serve una sola cosa: tutto.

“And there’s no greater love, the one I bring to me, no greater love the one I used, I killed, I burnt” (tratta da “Come On”, forse la traccia più bella del disco). Quindi amare una persona significa distruggerla? Matteo: Quando ami veramente una persona e vedi che il rapporto va verso una rottura è complicato riuscire a dire basta e chiudere la porta. Bisogna essere forti e consci di quanto si sta facendo. Ho sempre visto una certa difficoltà nell’affrontare queste situazioni: è più facile dare alle altre persone la colpa per i nostri errori. Ma bisogna imparare a cadere, perché capita spesso di voler bene intensamente e non essere ricambiati con la stessa intensità. “Come On” parla di un amore portato all’estremo e non ricambiato.

Le Man Avec Le Lunettes durante un’intervista (presente nel numero di settembre di ROCKIT’mag, a breve on line) hanno detto che cantano in inglese perché scrivere testi intelligenti in italiano è difficile. Così, preferiscono “adottare liriche più o meno casuali in inglese, in cui non vi è nessuna pretesa di raccontare alcunché” (cit.). E voi? Quanti (e quali) sono secondo voi i gruppi italiani che ragionano come i Lunettes?
Matteo: Con “People Are Dancing” la scelta di scrivere in inglese è stata naturale, perché cercavamo ciò che si sposasse meglio con le nostre esigenze. Lasciare la scelta dei colori e dei riflessi alle composizioni era la soluzione migliore. Infatti tutte hanno optato per le stesse tonalità, la stessa musicalità, le stesse sfumature, la stessa possibilità di plasmare la singola parola per inserirla nelle trama armonica. È anche vero che ascoltando molta musica straniera le nostre chiocciole sono abituate a convivere con cadenze e sillabe internazionali. D’altronde cantare “piccola ti amo” o sussurrare “I love you baby” crea degli effetti contrastanti. Provatelo con una donna!

Nicola: Sul fatto che scrivere bene in italiano non è per niente facile non ci sono dubbi: certi concetti sono più diretti se cantati in inglese. Il tutto è viziato dall'esigenza di ottenere dalle parole il giusto connubio tra sonorità e concetto che si vuole esprimere, sia esso serio o scherzoso. Considero il risultato armonico/emozionale molto importante, da raggiungere a qualsiasi prezzo. Quando ci scopriremo abili parolieri con l'italiano lo useremo ben volentieri.

Ai tempi del tour di “People Are Dancing” avete evitato accuratamente di suonare i brani di “Bruciamo Ciò Che Resta”. E adesso? C’è speranza di risentire – magari riarrangiato – qualcuno di quei pezzi?
Matteo: Non nego che ci avevamo pensato. “Bruciamo” è ricco di frasi melodiche ed atmosfere che mi emozionano ancora, come “In Tutti I Suoni Ciechi”, “Stai”, “Nel Peggiore Dei Casi”. Magari riprese e adattate possono rientrare nel progetto attuale. Chiaramente le liriche in italiano ci hanno sempre un po’ trattenuto nel farlo. Anche perché è un cd che fotografa un momento creativo portato avanti con altre persone.

Nicola: La lingua dei testi originali era sicuramente un buon motivo, poi eravamo entusiasti di poter portare in giro un disco tutto nostro. Molte cose attorno a noi sono in continua evoluzione, quindi perché starsene fermi? Finché abbiamo attiva la fase creativa la sfruttiamo, quando verrà a mancare ne riparleremo.

Quale sarà il primo videoclip dell’album?
Nicola: Abbiamo già una buona idea per incollarvi davanti al tubo catodico, ma nulla è ancora stato deciso. Penso comunque che se faremo un video punteremo su un pezzo veloce tipo "And You?".

Quanto è importante per una band fare un investimento simile? C’è un ritorno sia economico che di popolarità? Perché il rischio più grande è di finire ghettizzati in orari notturni impossibili, con un’audience formata da gente interessata a ben altra mercanzia televisiva…
Nicola: Appunto, purtroppo non si hanno grandi ritorni dai videoclip oggigiorno e questo ci farà riflettere un bel po' prima di decidere, anche se i video di “People Are Coming In The AM” e “All Mine” hanno avuto in passato una discreta visibilità. Personalmente mi appassiona di più poter partecipare a qualche colonna sonora. Lo abbiamo fatto per il film di Paolo Franchi, “La Spettatrice”, al quale abbiamo dato due pezzi di “People Are Dancing”. Quest'anno invece ci sarà un nostro brano su “L'Aria Salata”, opera prima di Alessandro Angelini, con Giorgio Pasotti (“L'Ultimo Bacio”, “Dopo Mezzanotte”, “Volevo Solo Dormirle Addosso”, NdR).

E come Elle. E come Europa. Come va al di là delle Alpi? Concerti?
Nicola: Il palco ci è mancato tanto e abbiamo molta voglia di ricominciare a suonare dal vivo. Desideriamo porci in modo propositivo nei confronti di questa realtà live, che sappiamo essere in crisi, nella speranza che “Bstrong” ci teletrasporti in ogni luogo, per potervi sussurrare all'orecchio quello che è successo in tutto questo tempo . Per quanto riguarda l'estero sicuramente è un obiettivo, vedremo.

Quali prospettive di crescita può avere la scena indipendente italiana, se nessuno o quasi riesce a vivere di musica?
Nicola: Purtroppo è difficile vivere di musica e la situazione è decadente. Spesso i luoghi in cui si fanno concerti sono poco frequentati, con una conseguente impossibilità di pagare le band in modo congruo rispetto al lavoro svolto ed alle spese da affrontare, ma stiamo vivendo una fase negativa generalizzata che non riguarda solo la musica e non è semplice prospettarsi qualcosa. Ognuno deve essere libero di seguire il proprio istinto e noi ci sentiamo ancora in grado di esprimere le nostre sensazioni, nella speranza di un risorgimento del settore e non solo.

Matteo: Penso che suonare nasca dalla voglia di dare emozioni, creando momenti in cui tutto e niente possono apparire come un’unica cosa. Condividere con altri l’esigenza di stare bene o provare dolore, di incazzarsi o sognare, deve essere il primo passo per rifondare una scena che letteralmente sta sprofondando.

Ascolta il Promo Digitale di "BStrong"

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