Laundrette - e-mail, 17-10-2003 Intervista

17/10/2003 di

L’ultimo disco dei Laundrette, uscito ormai qualche mese fa, si chiama “Weird Place to Hide” e segna un piccolo (ma grande) passo avanti in una storia musicale nata dieci anni fa, ormai. Abbiamo parlato di questo (e di altro) con Lucio, il chitarrista della band, che con pacatezza, ironia ed intelligenza risponde alle mie domande sulla melodia, sull’evoluzione, sulla banalità, sulla malinconia e sulla musica. Buona lettura!



Laundrette è un nome che gira ormai da dieci anni all’interno del vasto ma piccolo underground italiano. Dieci anni di musica, questo si sa, e tutto il resto. Volete raccontarci brevemente chi sono i Laundrette e qual è la loro storia?
I Laundrette sono una band nata nel 1993 ma stabilizzatasi nel 1995 dopo l’ingresso di Massimo, l’attuale bassista. E’ da lì che ci piace pensare che sia nato un progetto che ci ha coinvolti per otto anni e che da un po’di tempo a questa parte comprende anche un nuovo, secondo chitarrista.

Le cose vissute e realizzate insieme, così come tutte le splendide persone conosciute intorno a questo progetto, rappresentano le tante tappe di tutti questi anni di attività.

Il nuovo disco, “Weird place to hide”, pur mantenendo ossessività e tensione nelle ritmiche, sembra contraddistinto da un’indole melodica di fondo che caratterizza fortemente i brani, ed in un certo senso li differenzia dai precedenti dischi. Che cosa è cambiato nella composizione dei pezzi? Naturale evoluzione?
Ritengo che la melodia sia un elemento della nostra musica fin dal nostro primo lavoro, un qualcosa a cui siamo fortemente legati e a cui non riusciremmo mai a fare a meno. Indubbiamente la maggiore attenzione all’uso delle due voci e l’introduzione di una seconda chitarra che hanno caratterizzato la composizione di “Weird place to hide” hanno marcato questa caratteristica più di quanto non fosse avvenuto in precedenza.

Sicuramente si è trattato di una naturale evoluzione, direi quasi fisiologica, dal momento che se il modo di comporre in sala prove è davvero cambiato, noi non ce ne siamo resi conto fino al primo ascolto nello studio di registrazione.

Rino Bartera è diventato il nuovo chitarrista della band. Che contributo ha dato alla composizione e alla qualità del disco?
Non posso nascondere che l’ingresso di Rino abbia dato un contributo fondamentale all’attuale fisionomia dei Laundrette. L’aggiunta di una seconda chitarra ha aperto nuove possibilità alle voci e alla sezione ritmica, senza snaturare il suono di base che ci ha sempre accompagnati. E’ stata, in particolare, la capacità di dialogo che le due chitarre hanno trovato a creare nuovi spazi in cui inserire la nostra musica.

Conoscevamo Rino da tempo (è il fratello di Massimo, il nostro bassista), e conoscevamo le sue capacità, ma è stata una vera sorpresa vedere come sia riuscito a portare il suo stile senza snaturare il nostro. Si può dire che se lui non avesse accettato di unirsi a noi, di sicuro non avremmo cercato qualcun altro. Non volevamo un secondo chitarrista, volevamo lui.

Red House Recording Studio. Juan Carera al mixer e Massimo dei Three Second Kiss alla masterizzazione. Nomi non nuovi al vostro universo stilistico, di grande professionalità e spessore. Come mai queste scelte?
Si è trattato sicuramente di scelte di gusto, il loro e il nostro che coincidevano. Ma soprattutto di storie di amicizia o di incontri che inevitabilmente approdano a collaborazioni.

Con David Lenci del Red House Recordings studio abbiamo un rapporto umano ed artistico che risale ai suoi e ai nostri inizi (con lui abbiamo registrato i due primi lavori e condiviso numerosi live)e che prosegue con il progetto Red House Blues. Anche col suo socio Andreas Venetis ci lega un’amicizia che non si ferma alla musica. La stessa cosa dicasi per Massimo Mosca, bassista dei nostri amici e fratelli Three Second Kiss. E proprio alla vicinanza di questi ultimi con Juan Carrera dobbiamo la conoscenza e la scelta del produttore artistico di “Weird place to hide”, una scelta che ci ha ripagato appieno sotto ogni punto di vista. A tutti loro va ancora un grazie per il contributo e l’appoggio che hanno saputo dare alla nostra musica e alla nostra esperienza.

Qual è secondo te il momento della giornata o lo stato d’animo più adatto con cui ascoltare “Weird place to hide”?
Mah… solitamente amo ascoltare musica in macchina, e la apprezzo ancora di più con le luci della notte. Se il nostro disco riesce a fare da colonna sonora ad un viaggio notturno e a raccontare quello che succede fuori e dentro, allora forse può essere quello il momento, e può voler dire che il disco è riuscito.

Quanta importanza riponete nella scrittura dei testi? Ne riponete, piuttosto? O date molta più importanza ai suoni delle parole?
Abbiamo sempre dato importanza alla scrittura dei testi, ma in particolar modo al suono e al ritmo delle liriche, convinti come siamo che la voce possa essere uno strumento in più, capace di aprire strade agli altri strumenti. Per quanto riguarda le storie che i nostri testi raccontano, si tratta quasi sempre di storie personali o di brevi schizzi di quotidiano in cui tutti o nessuno si possono riconoscere.

Il nuovo disco è stato edito dalla ottima Suiteside, e non da Gammapop come i precedenti. Abbiamo saputo, anche se solo parzialmente, delle vicissitudini di Gammapop e della diaspora che ne è conseguita. Volete raccontarci come è andata e come vi trovate ora?
Semplicemente, finita la registrazione di “Weird place” ci siamo ritrovati con un prodotto che sentivamo il bisogno di far uscire e in cui credevamo molto, a due anni dall’uscita di “Altitude”. Sapendo poco, al tempo, dei progetti e delle intenzioni di Gammapop, abbiamo deciso di cercare qualcuno che fosse interessato a seguire quel lavoro con entusiasmo e l’abbiamo trovato in Monica della Suiteside, con cui si è instaurato subito un bel rapporto e una bella collaborazione. Non dissimili da quanto avvenuto prima con Gammapop, perché nella scelta di una label, per quanto ci riguarda, intervengono sempre i medesimi fattori. L’amicizia e la stima reciproca ci avevano legato e ci legano ai Cut e a Gammapop. Ora la stessa ci lega a Monica, alla Suiteside e ad alcuni musicisti che vi gravitano intorno. Sono comunque contento che la Gammapop sia ancora attiva e approfitto per fare i complimenti ai Cut per il loro ultimo lavoro.

“Every night I dream a sad songs”. “Every day I see a darkness”. E poi “Saturday Mornings”, con il suo andamento baciato da una luce sfocata, da sole di inverno che si insinua nella stanza e lascia il cielo livido. A me sembra che ci sia molta malinconia, in questo disco. Condividete?
Certe canzoni sono naturalmente legate ai momenti della vita di chi le compone o ne contribuisce alla composizione. Anche il titolo e i versi che hai menzionato sono legati a momenti e stati d’animo particolari che spesso è inutile lasciarsi alle spalle nel momento della composizione. A volte conviene assecondarli e non far finta di niente, per trasformarli in qualcosa di creativo.

Sicuramente se in questi giorni fossimo in fase di composizione, dalle nostre canzoni trasparirebbero felicità e nervosismo perché il nostro bassista a breve diventerà papà!

Tanti auguri, allora! Ma è vero che i post rockers mangiano i bambini?
Generalmente sì. Ma come vedi, ne fanno anche. Ammesso che noi siamo post rockers…

E per concludere (perdonate la scontata banalità della domanda, ma la curiosità non guarda in faccia all’originalità), qual è il vostro “weird place to hide”?
Naturalmente la nostra sala prove con tutto quello che lì dentro succede. Perdonate la banalità della risposta, ma la sincerità non guarda in faccia all’originalità.

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