Settlefish - e-mail, 17-12-2006 Intervista

10/01/2006 di

Doveroso scambiare qualche chiacchiera telematica con i Settlefish, qui rappresentati da Jonathan Clancy e Emilio Torreggiani, uno di quei gruppi della cosiddetta scena indie italiana che – é proprio il caso di scriverlo – ha trovato la fortuna in America prima di esser celebrato sulle riviste di settore pubblicate in terra natia...



Tutti vi avranno già chiesto degli aspetti positivi dell’essersi accasati presso un’etichetta americana (nel senso di continente). Quali, invece, i lati negativi - ammesso che ce ne siano?
J.: I lati negativi più che altro derivano dal tipo di etichetta, non tanto dal fatto che sia americana. Deep Elm, infatti, è un’etichetta legata ad un certo tipo di suono che a noi va stretto. In più è chiaro che essendo noi un gruppo che nasce e vive in Italia abbiamo sentito il bisogno - soprattutto per questo secondo disco - di trovare qualcuno che fosse più affine al nostro modo di vedere le cose e che potesse seguirci da vicino con un rapporto confidenziale.

Per questo “The plural of the choir” è targato fieramente anche Unhip Records, etichetta di Bologna, gestita da amici prima di tutto. Spesso dopo il primo disco in Italia ci siamo sentiti quasi come un oggetto “non ben identificato”, forse anche perché prima di misurarci con il pubblico italiano la nostra prima esperienza è stato un lungo tour in America ed Europa. Non sapevamo quindi bene cosa aspettarci dall’Italia…

Avete mai riflettuto sul fatto che l’esposizione avuta sulla stampa di settore italiana possa derivare più dal fatto di essere un “prodotto d’importazione” - paradossalmente! - che una realtà artistica valida a prescindere da tutto?
E.: No, guarda... non credo proprio. Onestamente il primo disco, che era completamente in mano a Deep Elm, anche qui in Itali ha avuto un’esposizione neanche minimamente paragonabile a quella che ha avuto questo disco con Unhip.

Poi vorrei aggiungere che noi non cantiamo in inglese per una scelta di tipo estetico, il fatto è che J. è di madrelingua anglosassone, e le nostre influenze vengono solo da musica inglese e americana, sostanzialmente. Io credo che questo disco sia effettivamente piaciuto. In Italia non ci era mai capitato di firmare autografi o cose di questo genere prima dell’uscita di “The plural of…”. Quindi un grazie ad Unhip... eh eh eh eh…

Mi incuriosisce sapere se il pubblico di casa nostra e quello americano (sempre inteso a livello di continente) hanno un atteggiamento diverso ai vostri concerti. Voglio dire: esiste davvero questo famoso pregiudizio di noi italiani quando abbiamo a che fare con musicisti che si sono conquistati credibilità all’estero prima che nello Stivale?
E.: Domanda difficile, non saprei… Ti posso solo dire che in America siamo stati accolti molto bene, e non c’è mai stato razzismo per la nostra provenienza, anzi direi che a molti affascinava il fatto che provenissimo da un paese che per loro è famoso musicalmente credo solo per Pavarotti e Bocelli. In Italia i concerti vanno benone, non credo esista questo tipo di pregiudizio.

J.: Io trovo che il pubblico all’estero, soprattutto in Inghilterra ed in Germania sia un pelo più entusiasta di trovarsi davanti ad un gruppo che suona. Uno dei motivi potrebbe anche essere l’età media del pubblico all’estero, spesso molto più bassa rispetto all’Italia. Sai… da noi è il solito problema: manca la cultura del suonare sempre e comunque, in tutte le situazioni, tutti i giorni della settimana e ad orari accessibili a tutti. Poi chiaro che ci siano isole felici, e Bologna è una di queste.

Ma parliamo di voi e della vostra musica, soprattutto dell’aspetto compositivo, di come nasce una vostra canzone. Non posso credere, ad esempio, che il primo spunto sia di matrice acustica e poi si trasformi in elettrico o mi sbaglio?
E.: Dipende… molti dei giri che sono alla base dei nostri pezzi magari vengono composti proprio a casa con una chitarra acustica, ma poi vengono elettrificati e spesso stravolti in studio. Altre volte improvvisiamo poi ci fermiamo e ci diciamo: “Hey… ripetiamo le ultime 8 battute” e nasce una canzone. Ci sono casi in cui tutto parte da un solo riff, casi in cui qualcuno arriva con una struttura già ben definita e gli altri sommano arrangiamenti.

In generale, comunque, ritengo che alla base dei Settlefish ci sia un lavoro di gruppo. Componiamo ancora molto provando insieme, non siamo una band che ha un nucleo compositivo e altri sono semplici gregari, ognuno ci mette il suo secondo i propri gusti e le proprie esigenze. Una garage band?

Non conosco Brian Deck... ditemi quindi come l’avete scelto, se vi è stato consigliato e qual è stato il suo valore aggiunto nelle canzoni?
J.: L’idea di registrare con Deck è nata parecchio tempo prima di questo secondo disco. Volevamo registrare con qualcuno che ci piacesse tanto, che rappresentasse per noi alcuni dei migliori dischi usciti negli ultimi anni. Durante il primo tour americano un nostro amico musicista (David Singer) che lo conosceva ci ha messo in contatto. Ci siamo scritti per circa un anno e ad un certo punto abbiamo spedito dei demo di pezzi che poi sono finiti sul disco. E’ rimasto entusiasta e siamo quindi riusciti poi a farlo venire in Italia a registrare.

Apprezziamo in particolare il lavoro che ha fatto sui dischi di Califone, Modest Mouse e Iron & Wine. Cercavamo anche noi quel tipo di suono, qualcuno che riuscisse a coniugare bene sia le parti acustiche folk che quelle elettriche… e poi volevamo un bel suono live ed ambientale…

Oltre a Italia e America avete probabilmente suonato in altri paesi e/o continenti. Com’è stata l’accoglienza?
E.: I continenti nei quali abbiamo suonato per ora sono solo due. In altri stati d’Europa l’accoglienza è sempre ottima… io però amo molto suonare in Inghilterra e in Germania, i posti in cui c’è maggiore apertura mentale e in cui abbiamo un buon seguito.

Dell’esperienza, invece, di qualche tournée, sia in Italia che all’estero, con altre band, cosa mi raccontate?
E.: Ci siamo fatti un sacco di amici! Abbiamo suonato con tantissime ottime band alcune delle quali sono veramente vicine a noi e con cui ci sentiamo con una buona frequenza. Negli Stati Uniti mi vengono in mente i Desert City Soundtrack e per quello che riguarda l’Inghilterra gli Hot Club De Paris, una band davvero fenomenale che tra poco esordirà su Moshi Moshi, l’etichetta che curò anche i primi lavori dei Bloc Party.

J.: Aldilà delle band, forse la cosa che mi è rimasta più impressa sono i locali… veramente tanti quelli visitati negli ultimi anni. Posti di cui senti parlare per anni come la “Casbah” a San Diego, il “Fireside Bowl” a Chicago, il “Knitting Factory” a New York, il “Bottom of the Hill” a San Francisco o il “Garage” a Londra. Piccoli sogni che si avverano. Spesso è bello ricordarsi dei posti cercando magari di ricollegare qualche dettaglio o qualche faccia conosciuta al banchetto dopo il concerto.

Altra curiosità da soddisfare è relativa al vostro rapporto con Bologna, la città in cui siete cresciuti. Se doveste scattare una foto, su cosa puntereste l’obiettivo? E più in generale, che rapporto ha ognuno di voi con l’entità Bologna?
E.: Se dovessi fare una foto di Bologna come città in generale farei una foto nel quartiere universitario o di via del Pratello, zone in cui la presenza dei giovani è davvero forte - e che fa capire come questa città abbia un buon fermento culturale grazie all’università. Ne spedirei anche una copia al sindaco che sembra essersi dimenticato che Bologna è quello che è, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, grazie alla presenza massiccia di ragazzi dai 20 ai 35 anni.

Se invece dovessi scattare una foto di Bologna “musicale” sicuramente ne scatterei una all’esterno del “Covo”: una realtà che ha 25 anni e che continua ad essere un posto favoloso, magico.

J.: Per noi sicuramente è la città giusta. Ci sentiamo quasi cullati dalla facilità che si ha nello stringere rapporti e portare avanti le proprie idee senza stress. E’ anche una città che si presta a molti gruppi semplicemente come punto di incontro. Mi vengono in mente amici come The Death Of Anna Karina, Cut o Yuppie Flu che, per ragioni diverse, si ritrovano tutte a provare in sale prove di questa città pur non avendo iniziato il loro cammino qui.

Spero condividiate il giudizio che rispetto a moltissimi gruppi dell’ambito indie vi siete già tolti qualche soddisfazione. La mia curiosità però riguarda quella/e che non vi siete ancora tolti…
E.: Beh, sul fatto di essersi tolti delle soddisfazioni non c’è dubbio: tour all’estero, due dischi che sono usciti in tutto il mondo, la possibilità di fare ciò che ci piace in sostanza. Ora vorremo riuscire a fare un ulteriore passo in avanti e magari riuscire meglio a stabilizzare la situazione, avere un maggior numero di persone ai concerti e riuscire a fare un terzo disco all’altezza di quest’ ultimo che tutti noi amiamo molto.

J.: Oltre a tutto questo la nostra ultima grande soddisfazione è stata trovare un nuovo batterista incredibile. Solo questo ci ha fatto venire una voglia fortissima di ripercorrere di nuovo tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora. Finalmente siamo riusciti a trovare una dimensione nostra anche in Italia. Questo era sicuramente uno dei sogni per questo ultimo disco.

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