Three Second Kiss - e-mail, 18-03-2003 Intervista

22/03/2003 di

La personalità cerebrale della musica dei Three Second Kiss sgorga a fiotti dalle lapidarie risposte che Sergio ci scrive in un interessante faccia a faccia virtuale. Non so come, ma queste rasoiate è come se me le fossi immaginate proprio scrivendo le domande, forse perché ascoltavo “Music Out of Music”, un disco che in quanto a rumore ossessivo, cerebrale e fendente non ha niente da invidiare proprio a nessuno.



Un tour negli Usa di spalla ai June of 44, la partecipazione ad All Tomorrow’s Parties, forse il più importante festival europeo, il contratto con l’etichetta americana Slowdime, l’oramai consolidato rapporto con Steve Albini, un disco tutto nuovo e un tour internazionale (si parla di Shipping News, se non sbaglio) che partirà fra non molto. Insomma, queste sono belle soddisfazioni… quanto lavoro, quanto talento e quanta passione c’è in questi eccellenti risultati?
La passione per quello che facciamo è un presupposto di vita della band, per cui questi episodi, fondamentali nella nostra storia, non costituiscono momenti eccezionali su cui riversare una concentrazione maggiore, ma sono la prosecuzione naturale del nostro percorso. Per quanto riguarda il talento …. non mi ritrovo in questo concetto, suona snobistico ed elitario e poi non sta a noi rilevarlo. Direi che nel nostro caso il perseguire con coerenza una strada “autonoma”, svincolata da mode e pose ha pagato in termini di credibilità e apprezzamento estero. Credo sia per questa attitudine che fuori Italia l’accoglienza nei nostri confronti è sempre stata ottima.

“Music Out Of Music”: un titolo, quasi un manifesto.
E’ una formula volutamente ambigua e spiegarla sarebbe una limitazione. Suona profetica ma anche di una linearità e semplicità estreme. Cercavamo un titolo “emotivamente aperto” che non veicolasse un senso univoco ma che lasciasse spazio ad una riflessione sul fare musica oggi. L’aspetto stimolante è che ognuno gli dà un’interpretazione diversa, ognuno ci sente “il suo significato”. E’ proprio quello che volevamo da questo titolo, che ciascuno dicesse la sua. Per noi possiede tanti significati diversi, letterali e non, ma non è importante sapere quali siano. E’ più importante per noi sapere ad esempio cosa ci senti tu.

Proprio a conferma di ciò che dici, ci sento tantissime cose… Mi sembra comunque che descriva appieno il vostro modo di costruire le canzoni decostruendole, ma anche il vostro status di musicisti italiani con una storia per niente italiana, out of (italian) music, appunto.

A tal proposito, sono curioso di sapere come nascono i vostri brani: la vostra non sembra affatto una destrutturazione casuale, ma piuttosto l’impressione è che seguiate un certo metodo (magari anche istintivo) con il quale scomporre la forma canzone per (ri)costruirla in qualcosa di diverso. Scrivete i pezzi tutti insieme o piuttosto partite dall’idea di un singolo per poi arrangiare il pezzo come band?
Rischio di deluderti ma trovo sterile ricostruire un metodo (il metodo del non metodo?, NdR). La cosa interessante del comporre musica e che dopo 10 anni non riesci ancora a capire come si faccia. Ovviamente abbiamo i nostri meccanismi e non succede niente per caso, ma trovo che con gli anni puntualmente gli approcci cambiano. Succede che qualcuno di noi tre accende un interesse negli altri, poi procedendo per accumulazione creiamo una materia informe e totalmente libera, ma con uno spessore sufficiente per essere successivamente sezionata e veicolata secondo un nostro “senso “comune”.

Ossessiva e cerebrale (ma non dimentica della melodia), la vostra musica sembra la vostra maniera di cercare - comunque attraverso la razionalità - l’istinto, la libertà stilistica. È la vostra maniera di raccontare ciò che succede dentro e fuori di voi?
Assolutamente, questo è il motivo per cui siamo insieme da tanti anni. Ognuno cerca di raccontare nella massima libertà espressiva la propria esperienza facendola fruttare all’interno della democrazia della band, dove si ricava il suo spazio. E’ un’autoanalisi, un percorso che, volta per volta, non sappiamo dove ci porterà.

Quanto incide secondo voi sulla resa di un disco la mano di un produttore così esperto come Steve Albini? È vero che - come si dice in giro - Steve abbia una mano molto “pesante” sulle canzoni?
Penso che in giro si dicano tante cazzate su di lui. La nostra esperienza è davvero diversa. Steve Albini è riuscito a captare con molta sensibilità le sfumature del nostro sound rendendole tecnicamente molto vive e percepibili, ma è davvero ridicolo pensare ad un suo “marchio indelebile” sul sound altrui. Steve è stato, oltre che un amico, un ingegnere del suono fondamentale per rendere “music out of music” il più Three Second Kiss possibile. Direi che è questa la sua forza.

Condivido. Massima stima per Steve, un produttore che riesce quasi sempre ad esaltare il miglior lato di ogni gruppo che segue.

Oltre a quello di Albini, credete vi abbia aiutato essere associati a nomi così prestigiosi?
Se ti riferisci alle cose fatte all’estero e ai palchi che abbiamo condiviso con band americane, direi che sono state esperienze fondamentali che hanno rafforzato la nostra consapevolezza di gruppo. Abbiamo avuto la fortuna di fare cose importanti con persone umanamente uniche, e abbiamo colto queste situazioni come delle grandi opportunità di arricchimento, non come dei veicoli promozionali.

Riuscire a suonare con una buona frequenza anche all’estero, ampliando così il vostro potenziale pubblico, vi permette di campare di musica?
La condivisione del progetto TSK costituisce l’ispirazione e l’influenza principale delle nostre vite attuali, ma non abbiamo mai desiderato che la musica diventasse la nostra fonte di sostentamento, sarebbe stato oltretutto “tecnicamente impossibile”. Per noi è molto significativo trarre forza dall’esperienza musicale e convogliarla in altre situazioni extramusicali, “out of music” appunto.

“Music Out Of Music” è più una conferma che una sorpresa, almeno nel vostro caso. Metto la mano sul fuoco che, nonostante un curriculum onorevole e tanta bella musica, in Italia ancora restiate un oggetto sconosciuto ai più. La critica vi loda, ma il pubblico è a tutti gli effetti rimasto di nicchia (anche se per fortuna più ampio rispetto ad altri artisti underground). Visto che il rapporto con media e pubblico è parte propria del vostro “lavoro”, come ci si sente in questa situazione? Ho sentito di musicisti che dicevano “ma chi me lo fa fare!”.
Non ci sentiamo “al lavoro” quando suoniamo e non ci predisponiamo alla musica con un approccio presenzialista (tiè!, NdR). Gli inevitabili rapporti con l’esterno li affrontiamo in modo molto naturale e diretto, come un momento interessante per esternare il nostro approccio. Abbiamo suonato di fronte a migliaia di persone e in club minuscoli, percependo la stessa atmosfera vibrante. Viviamo ogni situazione come un momento di comunicazione privilegiata, per questo non c’è mai stata frustrazione nella storia dei TSK.

Siete gli alfieri del noise italiano nel mondo (passami questa definizione). Cosa rispondete a chi, forse non con tutti i torti, afferma che gli orizzonti del noise (non del vostro noise, s’intende) si stiano richiudendo in se stessi in una sorta di autocompiacimento stilistico?
Faccio fatica a capire a quale scena ti riferisci… non abbiamo molta simpatia per le etichette (comunque parlavo in generale di tutti quei gruppi emergenti che fanno noise oggi…, NdR). La musica è per noi una questione di attitudine oltre che di puro suono e quando subentra l’autocompiacimento significa che freschezza, sincerità e ricerca sono andate a farsi fottere. I gruppi che noi amiamo e rispettiamo seguono un percorso autonomo e non si accodano a nessun trend, per cui il sound non sfiorisce secondo le regole del mercato o della saturazione di un’estetica musicale.

In un’intervista hai dichiarato che “il termine post puzza di marcio, di qualcosa che è appena morto”. Dunque, tutta quella musica che viene inserita nel calderone “post” (quindi i Mogwai come gli Slint, i Tortoise come gli Stereolab, solo per fare qualche nome) non ti piace o, più che altro, non sopporti la “nostra mania” di classificare ed etichettare?
Apprezzo molto i gruppi che hai citato, ma non ho molta familiarità con le etichette, con le catalogazioni che inevitabilmente perdono per strada ogni sfumatura e sono la via più deleteria per una “standardizzazione” della cultura musicale. Tanto più non ritrovo nella formula post qualcosa che hai citato, avendo anche avuto la possibilità di confrontarmi concettualmente con musicisti che in quel tipo di catalogazione sono rientrati loro malgrado. E’ difficile “scrivere di musica”, a volte è anche inutile. Ma chi scrive ha una responsabilità: l’etichetta è un modo pigro e sbrigativo di comunicare.

Sì, anche se, forse, supportata da un discorso più ampio, è un modo più facile per capirci meglio…
Comunque, ultima cosa: a questo punto della vostra vita, qual è il bilancio della vostra carriera e quali sono le aspettative per il futuro? Io, da parte mia, non posso che dirvi complimenti! e buona fortuna!

Ti ringrazio, i complimenti ci fanno ovviamente sempre molto piacere. Noi faremo bilanci quando decideremo di guardarci alle spalle. Per ora siamo rivolti in avanti e il futuro per adesso riguarda un prossimo tour in Usa e in Europa.

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