Madaski - e-mail, 18-06-2003 Intervista

18/07/2002 di

Un Madasky breve e conciso, risponde alle nostre curiosità senza tergiversare. Il tutto, come da tradizione, grazie all’aiuto della grande rete, che ci permette di ‘interrogare’ uno degli artisti più disallineati della scena italiana. L’occasione ci è data dalla pubblicazione di “Dance or die”, uno dei dischi più scuri e ‘cazzuti’ di questo 2002...



Quando ci siamo incontrati l’ultima volta a dicembre, in occasione di un live degli Africa Unite, dicevi che in questo periodo storico non avevi nulla da dire. Solo quattro mesi dopo, invece, arrivi con “Dance or die”: come mai questo repentino ‘cambio di rotta’?
Mi sono venute delle idee, in modo piuttosto inaspettato ed ho cominciato a lavorare ìn modo forsennato su di esse. Il risultato è “Dance or die” e ne sono molto soddisfatto, anche per la sua genesi cosi immediata, al punto tale che anch’io mi sono sorpreso…

Considerato il lasso di tempo così breve intercorso fra la decisione di registrare il disco e la sua effettiva incisione, suppongo che le session siano state un vero e proprio ‘tour de force’. Ci racconti qualcosa a proposito?
Chiaramente le session sono state abbastanza faticose, ma la gran parte del lavoro è stata di programmazione, che ho quindi svolto da solo. Per il resto è stata molto preziosa la collaborazione di Mauro Tavella e di Ru Catania, che personalmente ritengo uno dei chitarristi più creativi che ci sia in Italia.

Un’altra curiosità è relativa proprio al sound, più vicino alla new-wave (mi vengono in mente i New Order) che non ai territori dub o jungle esplorati in precedenza. Come mai questa ennesima virata?
Non c’e’ traccia di dub o similaria… la new vawe ed il dark sono atmosfere che filtro attraverso un approccio ora tecnologico-dance, ora piu’ rock. Spero di aver creato un buon balance di elementi dando vita ad un suono inedito.

La musica, infatti, dovrebbe cercare di ottenere questo effetto invece di essere colonna sonora per la vendita di deodoranti per quattordicenni rincoglioniti che trasudano ormoni guardando MTV ed ascoltando il DJ Time!

Rispetto a “Da shit is serious”, spesso relativamente ‘solare’, in quest’ultimo disco colgo diversi aspetti decisamente più (o)scuri. Se la mia impressione è giusta, ti chiedo da cosa dipende tutto questo
Sì, indubbiamente, il disco è pi scuro rispetto a “Da shit is serious”, anche perchè è scuro il periodo da cui trae ispirazione. Ma è anche un disco fruibile in quanto molte sono le ‘canzoni’.

Ma soprattutto: come mai questa (piacevole) riscoperta degli Ultravox, protagonisti in questo giro del tuo sistematico ‘rito della cover’? Improvvisamente ti sei voltato indietro ed hai ritrovato vecchi amori?
“Quiet Men”, mio ricordo quasi infantile, è uno dei miei primi tentativi di suonare ‘elettronico’ nei primissimi anni 80.

Mentre della musica ‘contemporanea’ cosa ascolti con piacere?
Pochissimo, come sempre. Mi piacciono i Planet Funk per i 2 pezzi che conosco, adoro il live di Nine Inch Nails, specialmente la parte acustica, mi piace il disco di MGZ & Le Sigonore perchè è geniale nei testi, e i Persiana Jones che dal vivo sono imperdibili, specie in questo periodo di finto ska suonato male.

Dance or die” ha una serie di innegabili legami con “Distorta diagnostica”, anche se forse ad un primo impatto la cosa non è particolarmente evidente… sei anni dopo con che occhio vedi il tuo secondo lavoro solista?
“Distorta diagnostica” è il mio capolavoro.

A cosa é dovuta la scelta di affidare il microfono al fido chitarrista Ru Catania su “White side”, brano tra l’altro accreditato anche a lui e al fonico Mauro Tavella? E la collaborazione con i Monuments come si è realizzata?
Il pezzo è stato abbozzato da loro mentre io giocavo a squash (tutti i giorni durante le session dell’album dedicavo un’ora a picchiare la pallina contro il muro). L’ ho ascoltato e mi è piaciuto molto; lo abbiamo finito insieme e si è guadagnato un posto nell’album. Dal vivo è un pezzo forte.

Le foto del disco ti ritraggono sia vestito da samurai con una motosega in mano che con ‘giacca & cravatta’ in ginocchio con le mani giunte. Siccome non sei nuovo a queste ‘provocazioni’, mi chiedevo da chi era partita l’idea e come si è sviluppata
Mi piace giocare con l’immagine: deve essere forte, riconoscibile. O almeno per quanto mi riguarda sempre al limite del gusto. In Italia pochi si mettono in discussione… troppa paura di essere ridicoli, poca propensione alla provocazione.

Ok, ad ognuno il proprio stile. Questo è il mio.

In “Tribute” e “Quiet men” ti danno una mano gli Architorti, quasi a ricambiare, si fa per dire, il favore. Con loro c’è un continuo interscambio?
Gli Architorti hanno avuto grande peso nella realizzazione del live del lavoro precedente; qui c’è un piccolo apporto, ma sempre di grande efficacia. Mi piace molto il loro suono ed il loro approccio non classico alla musica…

Ultima domanda: dal vivo siamo sempre stati abituati ad esperienze shockanti quando avevamo a che fare con Madaski. Cosa ci aspetta stavolta?
Dade graziano che martella una microbatteria dal suono enorme, mentre Ru e Silvio incrociano chitarre e bassi spesso distruggendoli, davanti a me, che li guardo compiaciuto e, compiacente, li aiuto.

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