Mojomatics - e-mail, 20-01-2007 Intervista

30/01/2007 di

Matt, voce e chitarra; Dav, batteria. Due come il numero del blues ma anche due come i Mojomatics. Non provate a fermare questi veneti. Quando uno fa il rock’n’roll, è difficile che abbia anche voglia di rispondere a chi gli chiede di contestualizzare il proprio ruolo all’interno della situazione musicale attuale. Anche se, sotto sotto... Ma è per questo motivo che questa band ci piace. Perchè “Songs For Faraway Lovers” – il loro ultimo disco uscito per I Dischi De La Valigetta – se ne ne fotte. Garage? Lo-fi? Punk? Canzoni. Punto. Siamo andati a chiedergli che ne pensavano del loro disco e della musica d'oggi. Abbiamo scoperto che amano Jeff Tweedy. E che il 99% dei musicisti esistenti scrive merda.



Mojomatics. Quando nascete? Dove? E, soprattutto, perchè?
Ci siamo incotrati nel piccolo studio di registrazione di Matt. Era l’estate del 2003. Parlando abbiamo capito di avere gli stessi gusti musicali e abbiamo deciso che avremmo potuto fare una prova assieme. La cosa ha funzionato. Sul perchè crediamo sia un po’ difficile rispondere... già durante la prima suonata che ci siamo fatti assieme c'era nell'aria la sensazione che avremmo messo su una band.

Non siete certo musicisti che hanno vissuto le origini del rock'n'roll, eppure, a parte qualche intelaiatura garage e un'attitudine lo-fi, sembra abbiate pressochè dimenticato la musica contemporanea.
Prima di tutto vogliamo precisare che noi non siamo assolutamente una band di revival che suona con la nostalgia della bella musica di una volta. Se qualcuno lo pensa è assolutamente fuori strada. A noi non interessa la forma e se un pezzo suona più rock o country oppure più '60 o '90. Noi puntiamo tutto sulla canzone, ed una canzone o funziona oppure no, o ti resta in testa oppure no, o ti da qualcosa o ti lascia indifferente. Il genere è contorno, forma. Non vogliamo essere criticati per il genere che suoniamo ma per la qualità dei pezzi. Certo che a noi piace la musica del passato ma crediamo che ci sia una gran bella differenza tra il Blues degli anni '20 e noi, o tra il Beat dei '60 e noi. Il nostro obbiettivo è partire dal passato, prenderci le cose che più ci interessano, metterci dentro una bella melodia pop e suonare tutto in maniera fresca ed istintiva . Senza grosse produzioni e senza voler assomigliare a nessuno. Punto.

Cosa c'è che non va nelle canzoni di oggi?
La critica all'attualità della nostra musica c'è arrivata solo dall' italia. Boy Howdy di Creem Magazine non la pensa così. All'estero nessuno s'è mai sognato neppure di sfiorare l'argomento. Guarda caso gli italiani, e cioè quelli che storicamente (musicalmente parlando) arrivano sempre in ritardo, la pensano così. Alla domanda rispondiamo niente. Anzi. In giro ci sono grandi songwriters, ad esempio Jeff Tweedy dei Wilco. Lui è un genio. Oppure Mark Everett degli EEls o Bonnie Prince Billy. E questi tre sono nomi ultrastimati nella scena indie e non ci pare abbiano inventato assolutamente nulla. Ma scrivono grandi canzoni. Che è quello che conta. Il vero problema è che le belle canzoni le scrivono l'1 % dei musicisti esistenti. Il restante 99% scrive merda. In passato invece questa proporzione era inversa.

"Songs For Faraway Lovers" segna il vostro ingresso all'interno di un certo circuito di etichette che lavora anche a contatto con l'indie-rock. Avete esperienze estere con Alien Snatch!, ma in Italia avete sempre lavorato discograficamente ai margini. Cambia davvero qualcosa? Come vi trovate? L’uscita del nostro secondo album anche per I Dischi de la Valigetta significa soprattutto avere un preziosissimo supporto e qualcuno che segua la band qui in Italia. Siamo contenti di essere “entrati” nel mondo dell’indie-rock italiano. Per noi è una cosa nuova.

Amanti distanti. Potrebbero essere chiunque. Il presente e il rock'n'roll, ad esempio. Jon Bon Jovi ed Elvis Presley. Oppure un fatto personale. Quanta importanza date ai testi?
I testi di quest'ultimo disco hanno in comune il tema dell'amore lontano, della partenza, dell'addio. Per questo il disco si chiama "Songs for faraway lovers". In realtà non avevamo pianificato prima un tema comune a tutto il disco, è venuto così spontanemente…

Siete veneti. Avete punti di contatto con altri artisti proveniente dalla terra musicalmente più fervida d'Italia?
Non particolarmente. Conosciamo e siamo amici di molte band venete, alcune di queste le stimiamo anche, ma nessun punto di contatto musicale.

Suonate un po' dappertutto. Oslo. Goteborg. Stoccolma. Come vi trattano all'estero? All’estero ci trattano molto bene, sopratutto nei paesi in cui abbiamo suonato molto e i nostri dischi girano; in generale la scena underground e anche le piccole etichette indipendenti hanno molto seguito di pubblico e stampa. Senza finta modestia credo che ci siamo creati un buon posto nella scena garage punk europea.

A fare il musicista roots si incontrano persone strane?
Si, ma anche non facendo il musicista roots.

Completo scuro. Camicia bianca. Cravatta nera. Occhiali scuri. Scarpa lucida. E' tutta roba vintage quella che indossate quando salite sul palco?
Niente di quello che indossiamo è vintage. Gran parte della nostra strumentazione musicale lo è invece. I nostri completi li cuce un sarto (anche se non molto giovane) con dei tessuti attuali che noi scegliamo secondo I nostri gusti (che forse sono un po' vintage).

A quanto pare, dopo questa onda bagorda di anni ottanta, c'è una gran voglia di rockabilly, di western, di sixties e di un nuovo film di Tarantino. Voi, con il vostro total look retrocool e il vostro songwriting pasionario e la vostra verve ritmica, parete perfetti per la parata. Che obiettivi si pone un duo rock'n'roll come il vostro?
Il nostro obbiettivo è quello di suonare in giro il più possible, divertirsi, fare dischi, cercando di migliorare e di allargare il nostro pubblico sempre di più. E se è vero, come tu dici, che c’è una gran voglia di sixties ecc.ecc. noi suoniamo anche per gli appasionati di Tarantino e per i seguaci dell’ultim’ora degli stereotipi che fraitendono cosa sia il r’n’r!

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