Encode - e-mail, 20-05-2004 Intervista

23/06/2004 di

Non lo abbiamo inserito tra le nostre prime scelte a caso: “Singing through the telescope”, opera prima degli Encode, è un disco assolutamente necessario. Per la sua vocazione psichedelica, innanzitutto, ma anche per il modo in cui la band varesina è riuscita ad ammantare il proprio suono di riferimenti che vanno ben al di là della scena acida di fine anni ‘60.

Con il chitarrista Andrea Monaci - e con il fondamentale aiuto della posta elettronica- siamo entrati nel mondo del quartetto lombardo.



Singing through the telescope” è un disco che trasuda psichedelia da ogni poro. Come siete arrivati a definire il vostro suono?
Se parliamo del suono come ‘sonorità’, prima di tutto in sala prove, il luogo fisico in cui si prova, in cui si inventano le canzoni, determinante riguardo alle scelte di suono che poi traspariranno dal disco e dal concerto di ogni band. Noi proviamo in un grande salone con il soffitto molto alto - e dunque un marcato riverbero naturale - ma soprattutto con un’ampia vista su un lago, che sta a pochi metri dalle vetrate ed offre un inevitabile spunto malinconico di base. Il disco è stato registrato proprio in questa stanza, che ne ha condizionato fortemente la resa sonora; inoltre, abbiamo cercato di mantenere i suoni il più possibile naturali, a volte a scapito dell’equilibrio del mixaggio, che in alcune canzoni presenta una sezione ritmica anche troppo presente, ma è tutto voluto.

Se per suono invece intendi il ‘sound’ - nel senso di ‘stile’, è una cosa che non siamo arrivati a definire ma è stata fin dall’inizio così. Andiamo molto d’accordo sui gusti e sulle idee musicali e ci siamo trovati negli Encode a fare un po’ tutti ciò che desideravamo fare da tempo, perché tutti provenivamo da esperienze molto diverse. Infine, grande peso hanno avuto la registrazione e il mixaggio del disco, che abbiamo curato in ogni dettaglio perché abbiamo la fortuna di avere uno studio nostro.

Anche il titolo sembra essere molto vicino all’estetica psichedelica, tanto che i tardi anni ‘60 sembrano avervi influenzato non poco. Da cosa deriva l’interesse per questo tipo di musica?
Dai nostri ascolti ed esperienze precedenti, perché tutti e sei abbiamo ascoltato ed ascoltiamo tuttora il rock di quel decennio e di quello successivo - ed alcuni di noi l’hanno anche suonato. Quello che si faceva in Inghilterra e negli Stati Uniti alla fine degli anni ‘60 e nei primi ‘70 è qualcosa che va al di là dei generi e riesce a conservare tuttora una grande forza, tanto da risultare più attuale di molti dischi di oggi.

A dire il vero non siamo dei patiti della psichedelia in senso stretto, ma piuttosto dell’atteggiamento e del modo di fare musica di quei tempi.. Ed anche se sono anni che non appartengono alla nostra memoria, un po’ tutti ne abbiamo un’idea molto personale ma chiarissima. Sicuramente un’immagine molto più idilliaca di quanto fu realmente, ma ci piace così.

Vi sentite, in un certo modo, tutori di una certa tradizione?
Non certo della tradizione psichedelica, anche se nel disco ne sono visibili tracce evidenti. Semmai facciamo parte di un gruppo di persone - o meglio: siamo dentro una mentalità - che attribuisce alla musica prima di tutto un forte potere evocativo. In questo senso quello che ci interessa non è seguire un genere o cercare a tutti i costi di crearne di nuovi,, bensì cercare di fare musica che emozioni prima di tutto noi stessi, e che poi possa toccare anche gli altri. La ripetizione, l’ossessività di certi giri di basso, i sintetizzatori usati in un certo modo sono tutti elementi che contribuiscono a creare un quadro psichedelico, ma sono stati scelti non per dare volontariamente questo colore, bensì seguendo spontaneamente la nostra idea di ‘evocativo’ (o una delle nostre idee). Il nostro non porci regole forse (con tutto il rispetto e la dovuta misura) ci avvicina alla musica di un tempo più che a quella degli ultimi due decenni: non abbiamo paura di ‘sforare’ e non ci sentiamo parte di nessuna corrente o ideologia musicale. Abbiamo bene in testa quello che non vogliamo essere, mentre quello che siamo è semplicemente il frutto di ciò che ci passa per la testa mentre suoniamo, senza vincoli.

La realtà, però, è che non sembrate ancorati ad una scena musicale in particolare, essendo i riferimenti ‘altri’ e non necessariamente vicini all’era psichedelica. L’impronta dei Sonic Youth, dei Mogway ed anche dei Portishead sembra evidente... eppure c’è “White rabbit” dei Jefferson Airplane. Come mai avete deciso di appropriarvene?
È la prima cover che abbiamo fatto e la mettiamo in ogni concerto, perché fondamentalmente ci divertiamo un sacco a suonarla. Originariamente non doveva finire sul disco, ma in fase di registrazione abbiamo deciso lo stesso di buttare giù la base e riutilizzarla eventualmente in seguito. Riascoltandola però ci siamo accorti che stava benissimo nella scaletta, tanto da tagliare una nostra canzone che non ci convinceva. L’abbiamo stravolta a tal punto da sentirla ormai come nostra e sull’entusiasmo di questa cover ci siamo lanciati ultimamente nell’interpretazione di altri classici dell’epoca come “Chairman Mao” di Robert Wyatt o “Let there be more light” dei Pink Floyd per proporle nei prossimi concerti.

Comunque sia, è una canzone che rappresenta, probabilmente meglio di molte altre, un periodo molto ben definito dell’epopea rock e di un certo tipo di società. Un periodo che voi, per chiari motivi di anagrafe, non avete mai vissuto. Eppure, ve la sentite di fare un paragone con i nostri anni?
La sensazione è che il rock di oggi abbia perso parte della magia di un tempo. Nel bene e nel male, la musica rock degli anni sessanta e settanta era un evento collettivo, ma non necessariamente mediatico, per ovvie ragioni di progresso. Oggi invece è tutto visto, perché trasmesso, e quindi è tutto più vicino e a portata di mano, spogliato così del fascino che appartiene solamente a ciò che non si conosce a fondo. Non esistono miti ma solo gruppi più o meno validi che al massimo creano correnti musicali o nuove tendenze e slogan... ma la leggenda è un’altra cosa. Chi potrà entrarci insieme ai Beatles, ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin, ai Pink Floyd, a Jimi Hendrix? Forse gli ultimi sono stati i Nirvana.

Con questo non vogliamo fare un discorso di qualità, perché la musica continua a progredire e regalare grandi dischi e grandi gruppi, ma solo constatare che l’epoca in cui la qualità arrivava alle grandi masse è finita, e adesso la qualità il più delle volte devi andare a cercartela spulciando il catalogo di etichette semisconosciute (relativamente parlando), mentre la vera scena è riservata a prodotti che non aggiungono nulla e non fanno sempre bene all’anima: non più che prodotti nel vero senso della parola, pensati e creati con le caratteristiche giuste per arrivare ai più. È questa è la sostanziale differenza tra oggi e allora.

La ricerca di nuove possibilità sonore sembra essere alla base del vostro progetto. Fino a dove credete che gli Encode possano spingersi?
Penso anche fino alla musica cosiddetta ‘contemporanea’, se solo fossimo in grado di ‘maneggiare’ la dodecafonia - ma essendo fondamentalmente degli ‘zappatori’ dello strumento musicale non ci riusciremo mai. Nelle nuove canzoni che stiamo mettendo in piedi per un nuovo eventuale disco, stiamo cercando di ridurre all’osso gli arrangiamenti e lavoreremo molto di più sui suoni degli strumenti portanti - primi tra tutti le chitarre - che negli Encode hanno un ruolo fondamentale. Lavoreremo molto anche sui sintetizzatori (rigorosamente analogici) accentuando forse il lato artigianale dell’elettronica, un altro elemento che si è perso negli ultimi anni con l’avvento dei computer, che senza dubbio ampliano le possibilità espressive ma, forse proprio perché alla portata di tutti, tendono a omologare i suoni e le idee.

Secondo voi la scena italiana offre ancora la possibilità di sperimentare?
Credo che la scena italiana sia il terreno ideale per sperimentare, sempre che interessi a qualcuno. Proprio perché si appoggia su un mercato talmente inconsistente che la maggior parte di chi fa musica lo fa esclusivamente per un’esigenza espressiva e senza le pressioni o le aspettative che deriverebbero dal confrontarsi con un pubblico vasto. Il prezzo da pagare è quello di non riuscire a vendere neppure le mille copie canoniche, ma a conti fatti venderne 100 o venderne mille cambia poco se alla fine sei contento del tuo disco. Tanto di soldi non ne arrivano comunque, e da quello che si vede è praticamente impossibile vivere di musica in Italia se non si cantano ritornelli che parlano di vespe 50 special o sere nere.... é così e basta! Quindi si può mettere una pietra sopra l’illusione di fare il musicista di professione e dedicarsi alla musica con la più grande apertura mentale possibile... e non è poco.

Al di là della vostra etichetta e di tutte le label indipendenti, non credete che continuare a fare musica che vada al di là dei modelli consolidati sia sempre più difficile?
Sì, ma non è detto che sia un problema. Intendo dire che se tu sei un architetto non ti metti a costruire una casa con il ghiaccio e gli aghi di pino, ma con i mattoni, come si fa da secoli. Perché è il modo in cui si fa, è consolidato. Poi però, magari, crei una stanza ottagonale, una con il pavimento di sasso, un soffitto trasparente che fornisce una bella illuminazione naturale, e la personalizzi in quel modo.

Lo stesso é nella musica: un conto è copiare spudoratamente, un altro è rielaborare le basi filtrandole attraverso la propria sensibilità. Se la vedi in quest’ottica la musica continua ad andare avanti, o meglio, ha la possibilità di farlo e in molti casi ci riesce. Il discorso è valido soprattutto nell’ambito più indipendente, sia chiaro, ma non è raro che qualcuno riesca ad imporsi al grande pubblico dicendo qualcosa di interessante e abbastanza originale.

A proposito, com’è avvenuto il contatto con la Ghost records?
Siamo amici di Francesco e di Loris della Ghost, siamo della stessa città e facciamo parte del medesimo giro di persone. Quando noi eravamo agli inizi come gruppo la Ghost records iniziava a prendere forma e il passaggio successivo è stato del tutto naturale da parte di tutti. La compilation “Ghost town”, del 2001, fu il primo passo per noi e per l’etichetta, e non appena il nostro disco fu completato ci parve ovvio e giusto rivolgerci a loro.

Alla luce di quanto detto sinora, come definireste il vostro modo di produrre musica?
Una specie di improvvisazione ragionata: questo è il modo in cui nascono le canzoni. Ci troviamo alle prove e iniziamo a suonare improvvisando - è raro che qualcuno porti qualcosa di già fatto - registrando poi il tutto su cassetta. Poi lo riascoltiamo e generalmente alle prove successive la canzone inizia a prendere una forma compiuta; infine Elena aggiunge la voce.

In fase di produzione del disco il nostro modo di lavorare è invece stato abbastanza maniacale: registriamo il suono dei vari strumenti con cura per cercare di modificarlo il meno possibile durante il mixaggio e almeno un paio di canzoni del disco, di fatto, non sono neppure mixate.

Cosa ci riserverà il futuro degli Encode?
Penso un altro disco tra non molto, perché c’è già materiale nuovo in abbondanza. Speriamo qualche bel concerto nel frattempo perché a conti fatti suonare dal vivo è davvero il massimo, la cosa che ci piace di più. Ultimamente siamo molto migliorati nei live perché finalmente siamo riusciti a solidificare la resa delle canzoni e ad acquisire una certa tranquillità nel suonarle; e dunque non vediamo l’ora di farci vedere un po’ di più in giro.

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