Eugenie - e-mail, 22-04-2003 Intervista

24/06/2003 di Christian Amadeo

Uno scambio di e-mail con Davide Ferrazzi, mente degli Eugénie, ci consente di approfondire la conoscenza di questo interessante gruppo proveniente da Bolzano. L’anno scorso hanno pubblicato il loro interessante cd d’esordio, “Ciò che vorrei”, dove predomina la melodia, mai banale e perfettamente incastonata in trame sonore cupe e malinconiche. Musica d’autore e rock decadente.



Eugénie, un nome piacevole da pronunciare e facile da ricordare. Da dove trae ispirazione il nome del vostro gruppo e perché l’avete scelto?
Avevamo la necessità di trovare un nome che suonasse foneticamente molto dolce, sicché un nome di donna e il francese ci sembrava la lingua più adatta. Poi ci piaceva l’idea di un nome positivo ed Eugénie proviene dal greco ‘eu’, che vuol dire buono, e ‘genòs’ che sta per stirpe... quindi buon gene o buona stirpe...

Il vostro primo album si intitola “Ciò che vorrei”. Cosa vogliono ottenere, gli Eugénie, con la loro musica e con i loro messaggi?
Penso che fondamentalmente siamo un gruppo molto ‘emotivo’, dove l’emotività viene espressa attraverso una venatura malinconica che accompagna sia la musica che i nostri testi. Creare emozioni in chi ci ascolta è ciò che vorremmo, emozioni di qualsiasi genere; se però dovessi usare un altro termine per rappresentare ciò che facciamo userei la parola ‘passionalità’, perchè è ciò che dà linfa all’esistere, a vivere le emozioni, a sentire la necessità di scrivere canzoni e suonarle davanti ad un pubblico...

Dalla vostra biografia, dai vostri testi e soprattutto dalla vostra musica, si capisce che le vie di mezzo non vi piacciono. I vostri brani mischiano molto bene suoni potenti ad altri dolcissimi, le chitarre distorte e gli archi. Come conciliate questi diversi aspetti nel momento creativo?
Nasce semplicemente da cosa uno ha ascoltato nella sua vita: io ho iniziato a suonare grunge nell’88, in tempi non sospetti, spinto dall’amore che provavo per l’hard rock degli anni ‘70 e per le sonorità che mi giungevano da Seattle. Ma sono cresciuto con i dischi dei miei genitori, dei Beatles e dei Velvet Underground, dei cantautori italiani, anche se prima dell’avvento del grunge ero un estimatore della new-wave - quindi dei Joy Division, Bauhaus etc, etc. Penso che in ciò che suoniamo ci siano tutti questi ingredienti, shakerati a dovere, perché è inutile pensare di inventare qualcosa di nuovo, in qualsiasi forma d’arte: siamo espressione del tempo che viviamo e di ciò che c’è stato prima di noi. Poi è chiaro che uno tenti di crearsi un suo modo di interpretare la musica... e se la musica può essere considerata una metafora della vita, è giusto credere che rabbia, dolore, malinconia, passione, amore e gioia possano convivere insieme. Quindi, quando scrivo un brano, lo propongo e decidiamo insieme che taglio dargli, che vestito sonoro cucirgli intorno, che atmosfera vorremmo che abbia…

E qual è l’ascoltatore ideale della vostra musica?
Boh, non saprei cosa rispondere... ma ci provo: penso che possa essere colui che abbia voglia di viversi la musica non in maniera superficiale, che abbia il desiderio di lasciarsi trascinare dal suono, dalla psichedelia, dalle parole… alla fine sono solo pezzi cantautoriali…
Avete affermato che “la musica è sapere amare ed odiare, prescindendo dalla distinzione… astrarre all’interno e lambire l’universale… non la pretesa di una convinzione, ma un tentativo…”. Cosa intendete dire?
Dietro a questi ‘paroloni’ c’è un umile tentativo di valutare l’atto creativo di una canzone, di renderlo importante, la catarsi dal dolore e la voglia allo stesso tempo di gioire della vita. Le contraddizioni generano semi nuovi... penso che nel microcosmo di ognuno di noi ci sia l’essenza del macrocosmo che ci circonda, ma questo non vuol essere un discorso mistico o religioso. E’ forse semplicemente una maniera per sopravvivere agli eventi che non dipendono da noi, alle cose che rifiutiamo ma che esistono...vi sono cose che prescindono dalla nostra volontà...la creazione di una canzone è invece un atto di esistenza, è un’affermazione di ciò che sono i desideri o i valori, ma soprattutto è una cosa personale che ti riempie di felicità quando nasce...poi diventa una cosa da spargere al vento e alla gente....

I testi puntano tutto sull’Io, sulle proprie azioni e sono spesso ermetici. Non c’è il rischio di non farsi comprendere o di creare fraintendimenti?
Il rischio c’è, ma ciò prescinde da ogni mia volontà ( mi ripeto )...scrivo istintivamente, scrivo per necessità, scrivo molto...e spesso sono appunto accusato di essere troppo intimista ed ermetico, ma il potere delle parole nella forma canzone devono essere, a mio modesto avviso, uno strumento evocativo e immaginifico...la musica ha in sé questa peculiarità, alle parole bisogna infonderla. Rispetto ai fraintendimenti non saprei cosa dire...se a me non piace un gruppo o ciò che dice, non lo ascolto...libero arbitrio...

Le parole, le immagini di copertina ed i colori trasmettono una certa aria di decadenza e di sofferenza. Era nelle vostre intenzioni?
Sì...per questo primo disco era così che ci vedevamo...penso che il prossimo lavoro sarà molto più colorato...come band avevamo bisogno di maturare e al tempo di “Ciò che vorrei” ci vedevamo in questo modo: e non ce ne vergogniamo...la vita è fatta di periodi e in un cd ci metti il periodo che stai vivendo....è chiaro che se mi guardo indietro dico “Va beh...potevamo presentarci in maniera diversa”, ma è meglio pensare di andare avanti.

In “Ciò che vorrei” ci sono anche altri aspetti degli Eugénie. Quello che testimonia il momento live, con tre brani registrati dal vivo…
La scelta dei tre brani dal vivo era un atto di genuinità, immatura, ma pura genuinità…era un modo per mostrarsi ‘nudi’ nella dimensione che più preferiamo, anche se devo dire che da quella registrazione ne è passata di acqua sotto i ponti!

…e quello che testimonia la collaborazione con i Punto.exe…
I Punto.exe sono nostri amici, e siccome volevamo un disco che non suonasse tutto rock, gli abbiamo proposto la cosa. Ho registrato il pezzo con chitarra e voce in presa diretta, e ho dato in mano la canzone a Simonluca, lasciandolo poi libero di fare ciò che voleva… e lui l`ha fatto!

A noi il risultato è piaciuto, anche se devo dire che “Quello che non mi dai”, quando lo suoniamo dal vivo, è un pezzo ruvidissimo…

Il disco è stato pubblicato dalla Edgar Music, un’etichetta che sembra mostrare un vivo interesse per le band emergenti trentine. Siete soddisfatti del rapporto con loro? E quali aspettative vi dà la loro collaborazione?
Con la Edgar va tutto bene: è una realtà giovane che ha bisogno di crescere, però non è un’etichetta che si occupa solo di band trentine; in fin dei conti solo noi e Il Piccolo Male Puro siamo della zona. Gli Alix sono di Bologna e i Neuroderma di Firenze. Stiamo cercando di crescere insieme, di darci una mano a vicenda in questo mondo ‘allucinato’ che è la realtà musicale italiana… si va controcorrente, con pochi soldi e tanti sacrifici… è una lotta continua ma piacevole. Le nostre aspettative, rispetto alla Edgar, sono quelle di riuscire a girare e suonare il più possibile…e chiaramente di mettere a punto il nuovo cd che abbiamo in programma di registrare.

Avete partecipato ad ‘Arezzo Wave’: com’è stata quell’esperienza? Il festival è come ve lo aspettavate?
I festival fanno curriculum…eheheheh… e devo dire che ‘Arezzo Wave’ è la manifestazione più trasparente a cui abbiamo partecipato, perché ti dà la possibilità di far conoscere il nome della tua band e di avere un brano sulla compilation, insomma un po’ di visibilità. Ma poi tutti si dimenticano di tutto se non continui a sbatterti in giro... Ad Arezzo ero già stato con l’altra band con cui suono, gli Zoe, e quindi sapevo già che cosa ci aspettava: 15 minuti di musica da proporre e la sensazione di essere uno fra i tanti...

Del ‘Tim tour’, altra kermesse alla quale avete preso parte, invece, non sembrate molto soddisfatti
Il ‘Tim tour’ è una cosa che ci è stata proposta: abbiamo accettato sapendo che fosse una canzone e via, e tutto era già finito. Un simpaticissimo (ironico) Red Ronnie, la valletta di turno e 10.000 ragazzini urlanti per i ragazzi di “Saranno famosi”...va bene il quadro? Comunque queste non sono cose che fanno per noi…

Cosa state facendo in questo periodo? E cosa rientra nelle vostre intenzioni future?
Stiamo sistemando il materiale nuovo per il prossimo cd e stiamo suonando in giro. Poi abbiamo integrato nell’organico Penni, la nostra nuova violinista, e il fantastico Giovanni al piano e organo che suonava con i grandi Folkenublo. Stiamo inoltre sperimentando suoni nuovi, soluzioni nuove e vorremmo solo riuscire a realizzare un disco che ci soddisfi pienamente...e siamo fiduciosi. Peace & love da Eugénie.

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