Midwest - e-mail, 28-01-2006 Intervista

17/02/2006 di

Probabilmente il dialogo via e-mail non aiuta, ma i quattro di Varese - sollecitati da Rockit in merito a "Whatever You Bring We Sing" (Homesleep, 2005) e ad altre questioni - hanno preferito risposte brevi e concise. Se é vero che "meno é più"...



Ascoltando il cd l’impressione è di avere a che fare con un gruppo la cui età media supererebbe come minimo i 30 anni. Sono arrivato a pensare ciò perché le canzoni del disco tradiscono ascolti che non si “stratificano” in così poco tempo. Pensate sia solo una questione di coincidenze?
Difficile rispondere a questa domanda… forse soffriamo solo di vecchiaia precoce…

Siete coscienti del fatto che se mai un giorno diventerete un gruppo di successo sarà possibile solo grazie all’apprezzamento, quantitativamente rilevante, del pubblico americano? Oppure siete possibilisti sul fatto che l’Europa si innamori di voi?
Questa è una cosa su cui stiamo riflettendo molto attentamente, già da qualche tempo. Non penso potremo mai aspirare alla condizione di “gruppo di successo”, ma avere l’opportunità di far conoscere la nostra musica al pubblico americano sarebbe fantastico. Jennifer Gentle e Franklin Delano (per citare, tra gli altri, due gruppi italiani che ci piacciono molto) hanno avuto questa possibilità e siamo contenti per loro.

Più in generale avete mai messo in preventivo di vivere di musica oppure aspettate che gli eventi accadano indipendentemente dai vostri desideri?
Per una band come la nostra non è pensabile poter vivere solo attraverso l’attività da musicisti. Almeno per come (e dove) le cose stanno adesso. Sarebbe bello ma è pura utopia, anche considerando il tipo di musica che proponiamo.

La composizione dei pezzi è divisa equamente fra Francesco Scalise e Matteo Gambacorta (tranne l’episodio affidato a Paolo Grassi). Sulla base di quali criteri effettuate la selezione?
Non abbiamo regole o altro: ognuno porta i suoi pezzi, le sue idee. Poi ci lavoriamo assieme e se la cosa funziona arriviamo alle canzoni.

Gli arrangiamenti dei brani vengono già allestiti in sala prove oppure ci pensate solo una volta in studio?
Gli arrangiamenti principali vengono realizzati prima di registrare i brani anche se solitamente lasciamo molto spazio alle intuizioni (ed agli esperimenti) che possono saltare fuori una volta in studio.

Ascoltando quest’opera e rapportandola al vostro primo disco, si nota una crescita esponenziale, una maturazione artistica che vi colloca fra gli adulti a dispetto della vostra giovane età. Percepite anche voi questa sensazione?
Durante gli anni trascorsi tra il primo e il secondo disco abbiamo approfondito la conoscenza dei nostri strumenti ed abbiamo imparato a suonarne di nuovi. Poi abbiamo cercato ed ascoltato molti dischi e riscoperto un mucchio di cose interessanti: pop psichedelico, folk strambo, puro cantautorato, country e bluegrass, il dixieland.

Per “Whatever You Bring We Sing” la scrittura dei brani è avvenuta in maniera differente rispetto a “Town & Country”. Abbiamo dedicato molto tempo agli arrangiamenti e alla scelta delle sonorità più adatte… abbiamo introdotto nuovi strumenti ed utilizzato fiati ed archi. Probabilmente abbiamo acquisito maggior consapevolezza riguardo la nostra musica.

Parlando di voi la stampa italiana snocciola nomi e riferimenti di band e/o artisti sulla scena dagli anni ‘90 in poi; io invece sento - fortemente e soprattutto - echi di The Band. A ripensarci, vi ci trovate con questo riferimento?
Come si diceva poco fa abbiamo ascoltato un sacco di folk, country e pop dei 60’-70’ (in tutte le loro varianti, sfumature e contaminazioni). E’ incredibile pensare a quanti dischi meravigliosi siano usciti in poco più di dieci anni…tre titoli (tra i tanti) che ci hanno influenzato e che consigliamo: “The late great T.V.Z.” di Townes Van Zandt, “The notorius byrd brothers” dei Byrds e “A beacon from Mars” dei Kaleidoscope.

Avete provato a far ascoltare i provini a qualche produttore che non fosse Giacomo Fiorenza? O più semplicemente vi accontentate di farvi rassicurare da “mani” e “orecchie” che già vi conoscono?
La scelta di Giacomo per la produzione di “Whatever You Bring We Sing” è stata del tutto naturale. Ci conosciamo bene, abbiamo lavorato assieme al nostro primo disco abbiamo rinnovato questa collaborazione anche per il secondo.

Siete una delle tante band italiane che ha adottato l’idioma dell’inglese. Ci sono però gruppi italiani della scena indie, che hanno optato per la lingua madre, che vi piacciono particolarmente?
Ci sono cantautori e gruppi che hanno saputo scrivere ottime cose utilizzando la lingua propria (l’italiano) e la cosa è incoraggiante…

Domanda apparentemente banale: che rapporto avete con i vostri genitori? Vi sostengono nel progetto?
Le nostre famiglie ci hanno sempre sostenuto e per questo le ringraziamo.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati