Giancarlo Frigieri - e-mail, 29-03-2007 Intervista

04/04/2007 di

(Giancarlo, il primo da destra, e i Joe Leaman - Foto da internet)

Giancarlo Frigieri è un personaggio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo! Sembra retorica, ma in poche altre persone conosciute in quest’ambiente trovi così tanta naturalezza e spontaneità, tanto nei comportamenti quanto nella scrittura di canzoni. Per cui scambiare quattro chiacchiere virtuali servendosi della rete ci è sembrato quantomeno doveroso, soprattutto dopo la bella sorpresa che è stata “Close your eyes, think about beauty” (Black Candy/Audioglobe). E Giancarlo impiega poco meno di due ore per rispedire il file al mittente, rivelandosi - per chi non lo conoscesse - anche un fine battutista. Leggere per credere!



Da quanto tempo avevi in mente di fare un disco così?
L’idea mi era venuta durante le ultime sessioni di registrazione con i Joe Leaman. Il clima in studio non era esattamente idilliaco e iniziai a pensare che mi sarebbe piaciuto portare tutti gli strumenti a mia disposizione in studio e realizzare un album simile a quello che poi è diventato “Close your eyes, think about beauty”.

Hai fatto tutto in una notte: era nei programmi o tutto si è svolto in maniera tale che non potevate fermare l’ispirazione?
Veramente ho fatto tutto in un giorno, dalle 10 di mattina alle 2 di notte. Non sapevo quanto ci avrei messo ma ero intenzionato a fare il tutto piuttosto velocemente, seguendo le classiche dinamiche da demo. Mi piaceva l’idea di “apparecchiare” tutto e poi decidere sul momento quello che avrei usato, senza ulteriori interruzioni e se devo dirti la verità penso che i miei dischi risulteranno fatti sempre in questo modo o quasi.

Anche tu, come moltissimi altri, mano a mano che passano gli anni tendi a sottrarre piuttosto che ad aggiungere. Ma è proprio necessario quasi da sembrare un’esigenza?
Non penso che i dischi dei Joe Leaman avessero arrangiamenti così complessi da dire che abbia poi tolto granchè. Certo che a volte per creare la giusta atmosfera basta poco e sono sempre stato un fiero portabandiera dell’autarchia.

Con un disco del genere, i maledetti critici si scervellano nell’andare a (ri)pescare tutti i possibili nomi che in qualche modo ti hanno ispirato nella composizione. Io, ad esempio, ho notato che il tuo modo di scrivere e di cantare sia più vicino a una tradizione americana molto vicina tanto a Neil Young che a Johnny Cash piuttosto che al cantautorato degli ultimi anni…
Se devi copiare qualcuno meglio copiare quelli bravi per davvero...

Questi pezzi hanno visto la luce esclusivamente per il progetto solista o le avevi immaginate per i Joe Leaman?
Un pò e un pò. Ci sono canzoni composte una settimana prima della registrazione e ci sono un paio di pezzi che hanno addirittura una quindicina di anni o più.

La Black Candy ha conosciuto Giancarlo Frigieri sotto le vesti di uno dei Joe Leaman e dopo appena un disco se lo ritrova solista. Che faccia hanno fatto i discografici della situazione nel momento in cui hanno appreso la notizia?
Leonardo mi chiedeva da tempo quando avrei esordito da solista, era un suo pallino. Inizialmente non sapevo se avessi avuto qualcuno per pubblicare il disco. L’ho chiesto per primi a loro e sono rimasti entusiasti della proposta.

Dai all’amico Nicola Caleffi la possibilità di descrivere, con poche parole, lo “stato d’animo” del disco e anche quello con cui predisporsi all’ascolto. Ci piacerebbe conoscere qualche dettaglio in più su come si è svolto il tutto, anche perché il titolo del disco sembra provenire da qui
Mi piaceva l’idea di ripristinare l’antica usanza delle note di copertina, una pratica che si è purtroppo estinta con l’estinzione del vinile. Quando ho dovuto pensare a qualcuno che descrivesse la mia musica come l’avrei descritta io mi é venuto subito in mente Nicola. Ci conosciamo da una vita e anche se oggi ci vediamo poco abbiamo alcuni automatismi che scattano subito.

Ti sei anche riscoperto polistrumentista a quanto pare. Scelta obbligata o in parte anche necessità di comporre solo e solamente con le tue mani?
Quando puoi fare qualcosa da solo è inutile chiamare un altro solo per avere un nome in più sul disco.

Come mai la scelta della cover è caduta su “Blood of eden”? Mai avrei pensato ad una reprise di un pezzo di Peter Gabriel, tra l’altro completamente trasfigurato rispetto all’originale
Evidentemente non si è mai notato, visto che non sei il primo a chiedermelo. Peter Gabriel è uno dei più grandi compositori del ventesimo secolo. Adoro tutta la sua produzione e anche i primi Genesis, anche se so che alcuni quando sentono questo nome storcono il naso. Inoltre con la Realworld ha dato voce a musiche meravigliose provenienti da tanti paesi del mondo che meriterebbero ben più attenzione rispetto alla nostra convinzione “anglocentrica” della musica.

Ho scambiato qualche parere con i colleghi della redazione, e uno di questi osservava, a proposito del tuo lavoro, che si tratta di “una versione talmente calligrafica di country che quasi quasi gli danno la cittadinanza onoraria nel Tennesee”. In un modo o nell’altro, quindi, che si tratti del Giancarlo solista o di uno dei Joe Leaman, ti si muove sempre l’accusa di essere derivativo. Ma non sono le canzoni a contare sopra ogni cosa?
Io sono derivativo. Lo so e per me non rappresenta un problema.

Musicalmente parlando com’è Sassuolo nel 2007? Sempre florida come me la ricordo io a cavallo tra XX e XXI secolo?
Sassuolo non è in Florida, è in Emilia Romagna...

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