Lo-fi sucks! - e-mail, 29-04-2002 Intervista

21/05/2002 di

I Lo-fi sucks! hanno da poco pubblicato il loro quarto cd, un album le cui sonorità e, di pari passo, la produzione, sono assolutamente al passo dei migliori musicisti britannici e che ci da l’occasione di fare quattro chiacchiere con loro.



Rockit: Parlatemi del vostro passaggio alla Suiteside e di ciò che è successo tra “temporary burn-out” e “Music for the Brain”.

Fabio: Dopo l’uscita di “Music for the Brain” ci siamo imbattuti in un burn-out (spegnimento) che per fortuna si è dimostrato temporary (momentaneo), l’ispirazione è sembrata venir meno così come la voglia di mandare avanti il progetto Lo-fi sucks!; nel frattempo una serie di avvenimenti importanti avevano investito la mia vita: matrimonio, nuova casa, nuovo elettrodomestico: computer; e come se non bastasse il nostro fido batterista (Marzio Narcisi) aveva deciso di abbandonare tutto per cercar fortuna negli Stati Uniti. Alla fine credo sia bastata una canzone, come dice Eros. Quando Pierpaolo ascoltò il demo di “He played Steve Shelley’s kit” ne rimase entusiasta. Da lì seguirono differenti nuove composizioni che presero vita soprattutto grazie all’utilizzo di batterie elettroniche, campionamenti e grooves.

Il nuovo materiale, dopo una buona accoglienza da parte del pubblico accorso ai ns. concerti, risultò di ottima fattura anche alle orecchie di Fabio Magistrali, da noi interpellato in veste di produttore. Nel frattempo la mancanza della batteria era stata soppiantata da un nuovo elemento: Matteo Casari, a tutt’oggi dimostratosi fondamentale nell’equilibrio del gruppo. Ah, dimenticavo, abbiamo pure cambiato etichetta: a fronte di un crescente distacco da parte della Beware! si è contrapposto un fresco interesse nella figura della SuiteSide, che ha deciso di prenderci sotto la sua ala.

Rockit: La recensione apparsa su Rockit dice che il vostro ultimo disco ricorda le atmosfere dei Notwist, un gruppo molto acclamato nel 2001. Notate anche voi queste somiglianze?

Matteo: Io trovo che i Notwist non c’entrino molto col nostro modo di fare, ancora troppo mid-fi. Siamo ancora ancorati a certa tradizione cantautorale, non quella dei soliti italiani o della scuola genovese, quanto quella legata a certo psych-folk quale quello di Nick Drake e Robyn Hitchcock. Siamo abbastanza legati alla composizione classica su chitarra acustica e, per inciso, trovo che questo non sia affatto un male. Poi sotto stendiamo tappeti di scorie elettroniche. Il giro ‘crucco’ dei Notwist è invece più vicino per tradizione a creare ambienti e ad appoggiarvi poi sopra gli scheletri delle canzoni. Credo che la differenza sia piuttosto evidente, anche se entrambi puntiamo verso il medesimo obiettivo di fondere canzone ed elettronica.

Rockit: Documentandomi sui trascorsi dei Lo-fi sucks! ho notato che la maggior parte delle recensioni e degli articoli a voi dedicati esaltano la vostra musica. Eppure avete impiegato diversi anni ad uscire dall'anonimato. Di chi è la colpa? Delle indie italiane, del pubblico poco ricettivo...?

Fabio: Forse della promozione. A causa degli impegni lavorativi non possiamo dedicare più di tanto tempo a questo aspetto dell'attività musicale, da quando è uscito “Temporary burn-out” stiamo facendo salti mortali per riuscire ad evadere il maggior numero di impegni ‘promozionali’ possibili. In effetti forse l’unico neo della Beware! era proprio questo: bisogna ammettere che da quando abbiamo abbracciato la filosofia SuiteSide siamo diventati molto più visibili agli occhi della gente.

Matteo: E’ anche merito di un pubblico decisamente più attento a certe sonorità. Fino a poco tempo fa i gruppi come i LFS erano considerati cibo per critici, nomi da addetti ai lavori, che nonostante lodi sperticate alla fine a fine mese non vendevano nulla. Oggi, grazie all’ottimo lavoro dell’etichetta, ci troviamo comunque di fronte un pubblico che ha, perlomeno, sentito già un qualcosina, alle cui orecchie è già arrivato un passaparola e ai concerti si incomincia a vedere più gente e soprattutto gente più partecipe.

Rockit: Come mai avete scelto il nome Lo-fi sucks!? Quando uno ne sente parlare è portato a pensare a un gruppo prog-rock :-)
Fabio: Purtroppo ancora oggi si continua a dare troppa importanza al nome del gruppo: ci sono tante band che hanno dei nomi senza un significato particolare. In fondo è solo una denominazione, l’importante è che la musica sia valida. Ancora oggi a causa del nome c’è chi ci inserisce nel genere lo-fi e chi, come te, che è portato a pensare al contrario. Anche se con quest’ultimo disco mi sembra che si possa tranquillamente parlare di hi-fi, questo non significa che ci sia della pretenziosità nella nostra musica. Il fatto che i suoni e gli arrangiamenti siano curati non ha nulla a che fare con lo spirito col quale suoniamo.

Rockit: Qual è la decade dalla quale vi sentite più influenzati: i sessanta o gli ottanta?

Fabio: Vedi… io sono nato nel 1969 (ovvero l’année érotique, come dice Gainsbourg) e quindi è piuttosto probabile che sia rimasto molto influenzato dagli anni 80, praticamente i primi di cui ho memoria, (a parte qualche singolo degli ABBA e Donna Summer); comunque nel nostro percorso musicale è difficile dire cosa ci ha maggiormente influenzati, ci teniamo stretti gli insegnamenti e le esperienze avute in questi anni dedicati alla musica, sia come ascoltatori che come membri di gruppi musicali.

Matteo: Beh... io suono le tastiere: come potrei non essere influenzato dagli anni d’oro del synthpop con quei singoloni tipo smalltownboy o the reflex. Ah la plastica! Ovviamente sto scherzando.

Personalmente trovo molto interessanti tutte le derive post degli anni ’90, la scena di Chicago in testa. Dei ‘60 salvo certe avanguardie e i Velvet Underground, dei 70 forse i Kiss ma sicuramente la New York di fine decennio, quella dei Television e della no-wave. Degli ‘80 direi tutto il primo indie-rock/post-punk americano. Nei primi anni del 2000? Facciamo che salvo qualche cantautore sfigato, certo math-rock e molto glitch-pop e direi che ho toccato molte delle mie influenze.

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