Intervista via email, gli Elettrojoyce tra cantautorato e new-wave Intervista

14/12/2000 di

Filippo Gatti, vocalist e leader degli Elettrojoyce, è un fiume in piena: solo 15' per un'intervista telefonica, ma i concetti espressi dall'artista sono tali e tanti che anche il registratore fa fatica a stare dietro alle sue parole.

Provo a sintetizzare i suoi pensieri...



Rockit: Suppongo non siano cambiate poche cose dal vostro esordio omonimo fino a "Illumina", vero?

Elettrojoyce: Beh, certo, sono cambiate molte cose: adesso sono rimasto l'unico della formazione originale; Andrea Salvati ha lasciato la band, per trovare fortuna in UK, alla fine dello scorso anno. Io ho proseguito con gli altri due compagni, Stefano Romiti e Fabrizio D'Armini, finché anche loro non hanno deciso di abbandonare il progetto.

Voglio però precisare che adesso Elettrojoyce non significa Filippo Gatti più una schiera di session-men radunati per ogni occasione. La band, adesso, è un progetto in cui ogni persona che entrerà a far parte potrà dire la sua opinione in merito alla musica...

Rockit: La scelta di imbracciare la chitarra è stata dettata da qualche bisogno specifico?

Elettrojoyce: Io ho sempre suonato la chitarra, soprattutto l'acustica quando si trattava di abbozzare i pezzi. Ciò è diventata quasi una necessità quando Andrea ha lasciato la band e io, costretto dalle situazioni, ho riscoperto lo strumento e la libertà che questo mi dà quando si tratta anche di andare sul palco.

Pensa che all'inizio le canzoni che scrivevo con l'acustica si erano rivelate per me ottime - al punto da pensare di pubblicarle per una piccola etichetta che avrei voluto creare. Col tempo, però, ho notato che le atmosfere di "Illumina" rispecchiavano questi suoni e ho quindi mantenuto questi arrangiamenti per poi rivisitarli in studio con la tecnologia e l'elettricità.

Rockit: Non è perciò casuale che in questo disco si percepiscono atmosfere più vicine al 'cantautorato' piuttosto che alla new-wave di due anni fa...

Elettrojoyce: Certo: noi siamo sempre stati alla ricerca di questa 'fusione', tentando perciò di coniugare la tradizione italiana e il rock dai connotati internazionali. In un'era, poi, in cui internet sembra essere la parola d'ordine, questa posizione diventa inconsapevolmente una necessità. Non che si voglia sembrare 'campanilisti', ma mi sembra logico riaffermare certe identità in campo musicale, sapendo quindi dosare bene le tradizioni con certi input rock provenienti dall'estero che fanno ormai parte del nostro background.

Rockit: In generale quest'album mi sembra meno 'arrabbiato' del precedente. Confermi?

Elettrojoyce: Beh, sai... col tempo si cresce e, inevitabilmente, cambiano tante cose. Sicuramente questo è un disco più sereno, più costruttivo, perché umanamente si cambia - e ciò si nota abbastanza chiaramente nelle liriche, dove emerge un po' a sprazzi quella filosfia buddista che condivido.

Rockit: Allora non è solo una mia percezione quando penso che nei testi delle canzoni torna sempre più spesso questo concetto del 'male', pur se mimetizzato nei modi più svariati...

Elettrojoyce: In effetti hai azzeccato in parte i temi su cui si snodano le canzoni. Infatti, se da una parte viene affrontato il tema del cambiamento e la consapevolezza di non poter sfuggire a ciò, dall'altra c'è un argomento chiave come quello del 'male' e come noi ci rapportiamo con questo, nel senso che non è mai qualcosa di stabile, bensì muta a seconda delle relazioni che noi intratteniamo.

E' un concetto che va a braccetto con la natura del rock, di per sé eversiva e quindi legata fortemente con i due temi di cui finora ti ho detto. E in "Illumina", rispetto al disco di due anni fa e alle situazioni generate da quell'esperienza, ciò si sente fortemente perché la mia ricerca musicale e lirica si basa proprio su questi due concetti.

Rockit: L'apertura del disco è affidata a "Raga", suppongo non a caso...

Elettrojoyce: Penso che affidare a "Raga" l'apertura del disco sia una sfida, anche abbastanza coraggiosa. Ogni volta che penso a questa canzone mi convinco sempre più che sia il pezzo migliore uscito dalla mia penna, perché inizia in maniera molto semplice e termina, invece, in modo molto complesso.

In fondo era questo l'effetto che volevo ottenere, proprio perché l'opener di un album non deve suonare come se fosse un singolo, bensì qualcosa che faccia esclamare all'ascoltatore frasi del tipo: "Questo disco fa schifo!", oppure: "Questo disco è una bomba!".

Perciò ho deciso di rischiare, di mettere subito in chiaro le cose evitando di piazzare come primo pezzo il singolo scelto per promuovere il cd, proprio per il classico motivo "pochi ma buoni" piuttosto che "molti ma superficiali" quando si tratta di aver a che fare con la mia produzione artistica.

Rockit: Nella musica degli Elettrojoyce torna spesso l'uso delle chitarre acustiche, e ciò sembra coincidere ultimamente con le ballate, poste soprattutto in chiusura del disco...

Elettrojoyce: Beh... ciò succede per il motivo a cui sopra ti accennavo quando parlavamo della tradizione cantautorale e del riappropiarsi delle proprie origini. Ho sentito fortemente questo bisogno e sembra aver coinciso casualmente con la riscoperta della chitarra acustica o comunque senza tanti effetti aggiuntivi. Ecco perciò spiegati brani come "K"...

Rockit: All'epoca del vostro esordio di due anni fa, Gianluca Polverari mi confessò che la scena rock 'romana' (se mi passi i termini) aveva molte aspettative nei vostri confronti. Com'è andata a finire secondo te?

Elettrojoyce: Posso dirti che Roma è atipica e al contempo affascinante in questo senso, proprio perché è talmente grande da non avere una scena (e ciò ti rende libero da omologazioni e standard da seguire obbligatoriamente) ma è anche fin troppo dispersiva al punto da non poter raccogliere le energie di più formazioni per coagularsi intorno a qualche idea.

Di fatto la capitale è dai tempi del Banco del Mutuo Soccorso che non ha una band importante nell'ambiente rock; e adesso che gli Elettrojoyce sono sotto contratto con la Sony molti artisti sembrano 'rosicarci' piuttosto che considerare positiva una situazione di attenzione da parte della discografia.

Rockit: Pensi che stavolta il pubblico italiano avrà maggiori occasioni di vedervi dal vivo molto più di quanto non è stato finora?

Elettrojoyce: Certamente. Anzi, questo è un punto su cui mi piacerebbe dire di più, ma preferisco rimandare ogni osservazione al momento dei nostri live.

Rockit: Come sarà, quindi la formazione dal vivo?

Elettrojoyce: Rivoluzionata, ma con un nuovo membro di assoluto valore che risponde al nome di Walter Marchesoni, co-produttore artistico del disco assieme al sottoscritto. Se infatti nel lavoro precedente avevamo optato per Fabio Magistrali perché volevamo qualcuno che sapesse fotografare al meglio il nostro suono 'live' in studio, in quest'occasione Walter è stato ideale perché sa usare la tecnologia al meglio, coniugandola con gli aspetti classici della musica.

Mi sono accorto delle sue capacità quando di fronte alle proposte che noi gli facevamo lui non negava mai la sua disponibilità, anzi era sempre incuriosito dal risultato che poteva ottenere (ad esempio, inserire un mandolino in un pezzo dai chiari contorni rock).

A questo punto Filippo ci lascia perché il suo aereo diretto verso Roma lo aspetta di lì a mezz'ora. Può bastare, sperando che la sensibilità del personaggio sia emersa dalla sua incredibile mole di parole concentrata in 15'.

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