Sikitikis - e-mail, 30-05-2005 Intervista

03/06/2005 di

Uno scambio di battute senza sconti - proprio come piace a noi - anima questa interessante chiacchierata virtuale con i sardi Sikitikis, all'esordio sulla lunga distanza con un disco discusso come "Fuga dal deserto del Tiki".



Partiamo da una premessa/provocazione, ovvero che in redazione non si fosse tutti convinti a intervistarvi, fino al punto da esclamare: “A parte le molteplici recensioni marchetta comparse ovunque, poi, questo dei Sikitikis è un disco che non s'è cagato nessuno e non vedo perchè dovremmo parlarne noi”. A fronte di ciò vi chiedo: gli spazi guadagnati pensate siano esclusivamente per merito della vostra musica oppure il nome Casasonica, anche solo in parte, ha influenzato la critica?
Siamo incuriositi da questa domanda. Mettiamo in discussione il nostro lavoro. Analizziamo i fatti: quanto sopra affermato significa forse che Alberto Campo, Federico Guglielmi, Vittore Baroni, Elio Bussolino, Marco Sideri, Andrea Pomini e molti altri loro colleghi sono dei march(K)ettari?.

Non sarebbe più corretto affermare che il nostro disco non è stato apprezzato da qualcuno di voi, o forse da nessuno di voi? Circa 200 media fra radio, fanze, siti, tv si sono espressi esattamente al contrario. Pensavamo foste più informati.

Noi, però, non facciamo i dischi per farli sentire ai giornalisti, facciamo i dischi per le persone che li vogliono ascoltare e vogliono venire ai concerti.

Ai nostri concerti la gente viene, canta e balla ciò significa che il disco piace a chi lo compra (o lo scarica). Se poi questo dovesse avvenire perché siamo una band di Casasonica, beh… i problemi non sarebbero certo i nostri ma di chi si rende vittima di questo meccanismo.

Nello specifico della recensione di Rockit, c’è qualche osservazione che vi ha spiazzato (sia in positivo che in negativo) e qualcun’altra che invece condividete?
Siamo rimasti abbastanza colpiti da qual meccanismo che un nostro concittadino, l’attore Pierfrancesco Loche, chiamava “alchimia della notizia”. Interessante sotto il profilo lessicale e ricco di contenuti scenografici di rara fantasia. Ci piace come scrive Acty, divertente. Vi giuro non facciamo dell’ironia, vorremmo conoscerlo.

Leggendo la biografia sul vostro sito, non sono riuscito a capire in quale preciso momento siete entratti in contatto con Casasonica. Forse perché é stato un legame saldatosi col passare del tempo?
Esattamente. È un legame che prende solidità nel 2000, durante il tour di “Microchip emozionale”. Poi Max è venuto a Cagliari ad un nostro concerto e lì si è concretizzato anche l’inizio di una collaborazione artistica.

Quanto, nello specifico della composizione e della produzione, Max Casacci ha avuto la ‘mano pesante’?
Quanto Arrigoni nei calci di punizione di Zola. Noi abbiamo la nostra personalità, lui sa come tirarla fuori. In ogni caso il disco è stato prodotto da Ale Bavo, talvolta le note di copertina rivelano dati piuttosto interessanti.

Vi confrontate con tre cover, ma suppongo ne abbiate diverse in repertorio. Come mai proprio queste?
Per ciò che ognuna di esse rappresenta.

Mina per omaggiare la canzone italiana di quel periodo, tutta.

Morricone non c’è bisogno di spiegarlo.

“Metti un tigre nel doppio brodo” per la forza affilata del suo messaggio e per il suo valore musicale indiscusso.

La versione di “Metti un tigre nel doppio brodo” sembra ispirarsi, soprattutto nell’interpretazione vocale, a un esperimento di Madaski in combutta con MGZ e Le Signore? Mi drogo troppo oppure vi ci ritrovate?
No, non ci ritroviamo. Noi troviamo che sia molto simile all’originale, dove i coristi erano i 4+4 di Nora Orlandi.

Con questo lungi da noi sospettare di una tua tossicofilia.

Vi vantate di non aver utilizzato alcun suono di chitarra nel vostro disco. Pensate sia uno strumento fin troppo abusato oppure…?
Quando abbiamo fondato il gruppo non siamo riusciti a trovare un chitarrista. Poi ci siamo abituati ed abbiamo cercato di sopperire alla mancanza con un utilizzo inconsueto del basso. Ci è piaciuto e siamo andati avanti così. Troviamo sia divertente e caratterizzante.

La chitarra è uno strumento del quale non si abusa mai.

Secondo voi, quanto è distante la Sardegna dall’Italia? Voglio dire: percepite che sia difficile per un gruppo sardo, dal punto di vista logistico e comunicativo, raggiungere il continente, anche se viviamo nell’era della comunicazione digitale?
Indubbiamente la distanza si percepisce soprattutto quando fai i biglietti per far viaggiare sei persone con un furgone… un salasso. In realtà è anche il motivo per il quale siamo apparsi poche volte dal vivo in “continente”.

Per il resto c’è da rivedere alcuni atteggiamenti mentali. La distanza è più grande quando la tua mente non è mobile, dinamica. Con l’abitudine a saltare il mare si sente la Sardegna più vicina all’Italia e tutto è più facile.

In ogni caso abbiamo anche preso un appartamento a Torino che farà da base logistica durante il periodo del tour che inizia il 18 giugno a Padova allo “Sherwood Festival”.

A proposito di comunicazione digitale, che atteggiamento avete nei confronti della musica e i supporti attraverso i quali viene ‘diffusa?
Che dire… le solite menate che i dischi costano, che lo stato non aiuta, che c’è crisi e disillusione, sono tutte cose vere ed assodate.

La nostra posizione in merito è chiara da sempre. Non colpevolizziamo chi sceglie di masterizzare o scaricare.

La ficata di questo meccanismo è che la tua musica arriva con costi bassissimi ad orecchie che altrimenti non la avrebbero mai ascoltata, vuoi per questioni economiche, vuoi per pigrizia.

Nell’ultima pagina del booklet inserite un elenco di band e artisti che hanno i vostri stessi natali. Ciò è per riaffermare la vostra identità ‘isolana’ oppure semplice opera di divulgazione?
Entrambe le cose. In tutti i progetti che sono stati citati in quell’elenco sono coinvolti degli amici di qualcuno dei Siki, alcuni sono addirittura figli di nostri amici a loro volta musicisti.

Abbiamo pensato che fosse carino citare i gruppi con i quali condividiamo la scena locale e citarli come parte della nostra cultura.

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