Caravane De Ville - e-mail, 31-05-2004 Intervista

16/06/2004 di Antonio Rettura

A due anni dal primogenito “Metropolis”, la carovana guidata da Giovanni Rubbiani è nuovamente in cammino per percorrere le strade della Casbah; abbiamo incontrato l’ex dei Modena City Ramblers per parlare del nuovo lavoro.



La carovana rappresenta per sua natura il viaggio, ma è un ‘andare’ nomade che spesso ha come ragione più la necessità che la scelta. E’ stato anche per voi così? Che cosa vi ha spinto a puntare rotta verso il Medio Oriente?
Hai ragione: “Casbah” per noi è stato davvero una necessità. Con tutto quello che ci succede intorno in questi anni, sentivamo come il dovere morale di affrontare, da musicisti, il rapporto tra oriente e occidente - e questo tema collega, nei testi e nelle musiche, i vari episodi del disco.

Qualcuno vorrebbe farci credere che stiamo vivendo un’epoca nella quale lo ‘scontro’ di culture è inevitabile, e ciò sottintende che ne esca un vincitore ed un vinto. La musica sembra non seguire questa dinamica: qual è - secondo voi - il motivo? Oppure, in realtà, il conflitto non esiste?
Il conflitto evidentemente c’è, questo non lo può negare nessuno. Il problema è come affrontarlo, se con le randellate o con un tentativo di convivenza. I nostri politici sembrano scegliere il primo modo, mentre molte altre persone, tra cui numerosi musicisti, cercano invece degli spazi di incontro possibili. Mi sembra che in certi momenti storici come questo, la musica possa servire a leggere la realtà da un’altra angolazione, molto più intelligente e lungimirante di quella di mr. Bush.

Togliamoci questo dente, e poi parliamo d’altro
Quando si intraprende un nuovo percorso musicale, spesso la scelta è dettata dalla ricerca di una maggiore libertà espressiva. Qual è - se c’è - il lato artistico di Giovanni Rubbiani che non ha avuto lo spazio per esprimersi al meglio con i Modena City Ramblers ed invece ora ha trovato la sua dimensione più adatta?
Premesso che i rapporti coi M.C.R. sono rimasti ottimi, credo che la cosa per me più opprimente fosse diventata la politica. Voglio dire: sono tuttora di sinistra e penso che la politica sia una parte importante del fare musica, ma dal mio punto di vista stava diventando una gabbia che soffocava tutto il resto. Con il gruppo attuale sono libero di affrontare anche temi politici, seppure senza quell’apparato ideologico che mi aveva francamente stufato.

Meticcio metropolitano’, così definite il vostro genere; ed in fondo potrebbe essere - correggimi se sbaglio - anche un escamotage per tirarvi fuori dall’inghippo di dover trovare una collocazione di genere cristallizzata. Ma volendo percorrere a ritroso l’albero genealogico, quali sono le radici che hanno dato vita ai vari ‘incroci’?
Hai ragione: per due anni ho fatto scena muta quando mi chiedevano di etichettare il nostro genere! Il fatto è che siamo in sette con provenienze diversissime: io vengo dall’etno-folk, Sara dal blues, Erik e Miky dal rock, Deb dalla classica, Nico dal jazz e Marco dal sudamericano. Il risultato è una musica assolutamente contaminata, una sorta di ‘frullatore’ che di volta in volta fa risaltare di più un aspetto: in “Metropolis” l’epica della città, in “Casbah” il turbinio del Mediterraneo.

Com’è nata la collaborazione con la posse tunisina Wled Bled?
Più di un anno fa ho scritto e registrato le musiche per uno spettacolo teatrale chiamato “Ces droles des Arabes” (trad. “Questi pazzi Arabi”). Era un’idea molto interessante e un po’ folle, una co-produzione italo-tunisina diretta da un regista mio amico, con la partecipazione di vari musicisti arabi tra cui questa posse bravissima. Eravamo praticamente pronti, poi purtroppo la cosa si è rivelata troppo folle e tutto è saltato per aria. Di tutto il materiale sono riuscito a salvare questo pezzo, a cui partecipava anche Sara, e che per me è uno dei momenti più interessanti del disco.

Cosa c’è da aspettarsi dai Caravane de Ville prossimamente?
Non ne ho la minima idea! Siamo un gruppo piccolo, assolutamente libero di seguire l’ispirazione del momento. E’ una delle cose che mi piace di più il non sapere se il nostro prossimo disco sarà acustico, blues, elettronico oppure rock. Nell’immediato futuro, oltre ai consueti concerti estivi, c’è la partecipazione a ‘ModenaMedina’, un progetto che sto seguendo e che vedrà riuniti per la prima volta in una giornata di concerti tutti i musicisti immigrati residenti nella mia città. A proposito dell’incontro fra culture!

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