Libra [Veneto] - e-mail, 31-10-2005 Intervista

09/11/2005 di

Seguo i Libra fin dagli esordi e da sempre mi hanno saputo colpire per la loro spontaneità e sincerita - sia dal punto di vista artistico che sul lato umano. "Il viaggio di Zebra" é così un'ottima occasione di scambiare qualche parere con Alberto, non il "deus-ex-machina" ma di certo colui che più ha creduto, fin dagli inizi, nel progetto in cui adesso canta e suona più di uno strumento, secondo le necessità.



Prima illuminazione (non solo mia, credo…):se vi dico Notwist che mi dite?
Abbiamo ascoltato i Notwist come moltissimi altri gruppi. Non credo però che sia stato il gruppo che ci ha più influenzato nella fase di realizzazione del disco. Gli ascolti da parte mia e di Marco sono molto vari: per alcuni suoni di synth ci siamo ispirati ai Grandaddy come anche per le batterie. Abbiamo però puntato ad un disco più dilatato nei suoni per differenziarlo dai precedenti. In questo nuovo cd siamo più riflessivi sia nei testi che nella produzione artistica.

Le chitarre ci sono sempre, ma non suonano come prima. Anche stavolta condividiamo l’illuminazione?
Non condividerla sarebbe sbagliato, però tendo a ripetere che tutto è nato spontaneamente. Le chitarre in questo disco devono supportare un’elettronica minimalista e dei testi in un certo senso malinconici, quindi i suoni sono molto eterei e “riverberati”. Tutto l’organico e l’uso degli strumenti è stato fatto in funzione delle canzoni. Abbiamo lavorato molto sulla preproduzione del disco facendo un’attenta ricerca sul suono.

Credo che tutto abbia trovato un giusto equilibrio.

Quand’è avvenuto il “salto” che vi ha portato a realizzare “Il viaggio di Zebra”? Voglio dire: è stata una lenta mutazione oppure un improvviso cortocircuito?
“Il viaggio di Zebra” nasce più di un anno e mezzo fa. Dopo una breve pausa di riflessione da parte mia e di Marco ci siamo resi conto che dovevamo dare una svolta alla nostra musica. E’ li che abbiamo preso delle decisioni importanti e non facili, soprattutto quella di continuare il nostro percorso in due senza l’amico batterista di sempre Gianluca Cucco. Abbiamo cercato nuovi elementi partendo dal presupposto che la nostra musica doveva avere delle caratteristiche specifiche e che non potevamo più scendere a compromessi. Se non avessimo fatto tutto ciò ci saremmo divisi e sarebbe andato tutto perso. Invece eccoci qui con un nuovo disco, una nuova formazione e un live completamente rinnovato

Vi siete affidati nuovamente a Geoff Turner, con il quale collaborate ormai dal secondo cd. Mi chiedo quindi: ha assecondato fin da subito il nuovo percorso?
“Trasparenza” è un mini ep che rappresentava i Libra al 100% cinque anni fa. “Il viaggio di Zebra” è un cd che rappresenta al 100% i Libra di adesso. Geoff ci ha sempre capito, dato fiducia e stimoli interessanti. Il fatto che sia un artista americano non è da poco. E’ un ottimo musicista, un ottimo arrangiatore ed ha un gusto che si avvicina al nostro modo di vedere le cose. Noi come lui non siamo abituati a produrre i dischi in moltissimo tempo e in maniera minuziosa, ci affidiamo agli stimoli, alla prima buona, ad un momento, a delle sensazioni.

Abbiamo registrato il disco in 4 giorni agli Alpha Dept Studios di Bologna con Geoff Turner e Francesco “Burro” Donadello. Geoff è venuto a delle prove prima di entrare in studio e ha trovato un gruppo profondamente cambiato. Ha capito dove dovevamo andare e ci ha dato fiducia e supporto. I pezzi gli piacevano e si è divertito a suonarne un po’ assieme a noi. Ha aggiunto degli arrangiamenti di synth, mellotron e qualche chitarra. Abbiamo mixato il disco assieme confrontandoci e mantenendo un atteggiamento minimale costruttivo. Volevamo come lui un disco che rappresentasse il nostro live e credo ci siamo riusciti.

In mezzo al cambiamento, c’è stata la positiva esperienza dei Grimoon, tanto inaspettata quanto gradita. Quanto ha influito sul progetto Libra?
Nel periodo in cui non suonavo con i Libra ho posto la mia attenzione ed entusiasmo in un progetto, i Grimoon, appunto, che mi ha dato molte soddisfazioni e nuovi stimoli.. Ho anche suonato e suono tuttora il synth con la migliore sgangherata pop-band italiana, i Travolta!!!!

Nei Grimoon la musica la scrivo in maggior parte io, nei Libra la scrive Marco, nei Travolta suono e basta. I tre progetti non sono comparabili anzi molto diversi per scelte musicali ed artistiche e trovo ciò molto bello ed interessante.

Con i Grimoon ho voluto costruire un progetto mio assieme ad altre persone che non avesse niente in comune con tutto quello che avevo fatto prima o sto facendo con le altre band. Sono molto orgoglioso di tutto ciò perché ho capito che si possono fare cose completamente diverse, cercare nuovi suoni ed emozioni. Credo di non essermi mai affezionato ad un genere preciso. Con i Grimoon canto in francese su toni molto scuri e soffusi, con i Libra canto in italiano lasciandomi trasportare dai suoni come in un viaggio, nei Travolta sono una “pop-star”.

Ritornando allo specifico della domanda, Solenn Le Marchand (cantante dei Grimoon, ndi) ci ha dato una mano per scrivere alcuni testi, Claudio Favretto, l’organista, adesso suona anche con i Libra, Francesco Doro, il loro tecnico del suono, suona il basso con i Libra, e Giorgio Trez, batterista dei Travolta, suona lo stesso strumento con i Libra.

Insomma, siamo una grande famiglia; ci scambiamo ruoli e strumenti per supportare i vari progetti. Quello che è bello - ripeto - è che la musica che ne esce è molto diversa da gruppo a gruppo.

L’unico difetto evidente che trovo in questo cd riguarda la voce, poco incisiva rispetto al resto. Vi è mai venuto in mente che potesse essere un disco strumentale?
L’ipotesi del disco strumentale non ci è mai venuta in mente. Io personalmente sono legato alla musica cantautorale, all’indie-pop dove la voce ha un ruolo molto importante. La voce poco incisiva è stata una di quelle scelte che abbiamo voluto prendere: non volevamo fare un disco rock classico, perché se interpretavo le canzoni nella vecchia maniera i Libra potevano ripercorrere strade già battute.

Abbiamo voluto mantenere cantati abbastanza lineari e non evocativi o celebrativi per prendere le distanze dal classico rock italiano che consideriamo di vecchia annata e non corrispondente al nostri gusti attuali. E’ stato come cantare un po’ sottovoce.

Parliamo della grafica del cd, che rimanda a storie e situazioni medievali. Come mai questa scelta?
Ci abbiamo messo molto per realizzare il progetto grafico perché volevamo dare l’idea di un viaggio. Abbiamo realizzato molte copertine ma nessuna ci convinceva. Alla fine abbiamo pensato ad un amico disegnatore: Melo. Gli abbiamo esposto le nostre idee e gli abbiamo lasciato carta bianca. Già dai primi bozzetti la cosa ci entusiasmava: Zebra è un personaggio che intraprende un viaggio e nel suo percorso si trova ad affrontare situazioni liete, altre veramente paurose e pericolose. Vuole essere un’illustrazione di un periodo trascorso tra difficoltà e bei momenti, un po’ quello che è successo a noi. L’idea della zebra ci è venuta guardando un documentario naturalistico dove mostravano la vita delle zebre che nella savana non è sempre facile.

Quest’album esce su Macaco, di fatto una vostra creatura. Come mai questa necessità di dar vita ad un’etichetta tutta vostra?
Su questo punto bisognerebbe spenderci molto tempo. La Macaco è nata da una nostra idea e volontà ed ha l’ambizione di diventare un punto di riferimento per promuovere la musica indipendente in Italia. Essendo una nostra creatura è ovvio che produciamo i dischi dei “macachi fondatori”. Fin dall’inizio però abbiamo voluto fare altre cose esterne a noi come musicisti e soci, sicché abbiamo allargato gli orizzonti producendo i Vega Enduro (assieme alla Desvelos) ed il cantautore Alessandro Grazian (assieme alla Trovarobato).

Aver fatto queste co-produzioni ci ha dato modo di stringere contatti con strutture già esistenti e ben organizzate che invece di soci ci danno una mano e ci fanno crescere professionalmente. Noi siamo una giovane etichetta e la loro esperienza è stata fondamentale, e non ultimo sono dei ragazzi gentilissimi e disponibili. Ci riteniamo fortunati a collaborare assieme a loro.

Adesso stiamo lavorando sulla promozione dei Libra e di Alessandro Grazian, ma stiamo anche programmando l’uscita del disco di Marcho’s e speriamo su un altro progetto che sarà veramente una bella sorpresa. In poco tempo abbiamo realizzato un catalogo di tutto rispetto.

La nascita di etichette come la nostra è molto criticata dai discografici (che si ritengono di serie A) perché crea confusione. Io credo personalmente che in un periodo così buio culturalmente, in cui sembra che nessuno voglia considerare la musica e la cultura in generale, la nascita di queste label possa essere il motore per cambiare questo stato di cose. In basso ci si arriva facilmente ma è dal basso che si riparte. La cosa è molto stimolante ed avere un etichetta e lavorarci tutti i giorni è bellissimo, perché ti rendi conto di contribuire alla diffusione della musica e della cultura in un paese che ormai ne ha veramente bisogno.

Solita, inevitabile domanda:è realtà che il Veneto sforni ormai da anni, soprattutto nel mondo indie, piccoli capolavori o comunque dischi di buona fattura. Diteci la vostra, semmai ci avete pensato/riflettuto
La domanda è molto stimolante. Tu ci hai conosciuto in periodo in cui il Veneto era al centro dell’attenzione, quando si parlava di “miracolo musicale del nord-est”. La cosa mi ha sempre fatto sorridere anche se all’inizio ci credevo e pensavo di far parte di qualcosa. Non avevo preso in considerazione che la musica qui da noi non è paragonata ad un lavoro. Il nord-est è una terra di “gran lavoratori” dove l’artista ha le sembianze di un personaggio misterioso. Credo che nessuna persona normale ne abbia mai visto uno. Quindi non essendo una persona reale non ha un posto ben definito. Nascono piccole imprese che costruiscono le cose più disparate, ma nessuno con il cervello apposto investirebbe sulla musica. Quindi bisogna lavorare. Questa cosa l’aveva dichiarata in maniera molto forte anche Giulio Casale degli Estra nel disco “Nord-est Cowboy”.

Questo è il pensiero più pessimista che ho, ma non tutto va così: ci sono gruppi come gli One Dimensional Man, GoodMorningBoy, Jennifer Gentle e tanti altri che sono riusciti ad uscirne e hanno fatto della loro musica una professione. Ci sono riusciti per il loro grande talento e grazie a delle strutture fuori regione che hanno supportato loro e stanno facendo un bellissimo percorso. Il territorio ha avvertito queste cose e da un po’ d’anni stanno nascendo delle piccole etichette nel Veneto che cercano di farsi spazio nel panorama nazionale. Un esempio fra tutte è la Fosbury che considero, assieme alla Madcap Collective, fra le più organizzate e professionali. La Macaco nasce sul loro esempio e cerca di correre il più possibile per allinearsi a loro.

Nei prossimi anni spero ci sia una struttura valida nel nostro territorio che sappia promuovere gli artisti locali e non, in maniera professionale ed organizzata. Il Veneto è ricco di musica e gli artisti sono come delle piantine che crescono giorno per giorno ma ad un certo punto nessuno le annaffia più.

Dal vivo suppongo abbiate già provato questa nuova formula. Vi trovate a vostro agio oppure rivoluzionate i suoni a favore di un rock più crudo ed essenziale?
Dal vivo ricreiamo fedelmente le atmosfere del disco. Usciamo con tantissimi strumenti tra cui molti analog-synth, organi elettrici, chitarre ed effetti. Il nostro live è molto intenso e cerca di trasportare l’ascoltatore da un paesaggio sonoro all’altro.

Abbiamo lavorato in maniere maniacale sul suono e credo che non avremmo potuto fare altrimenti perché è la cosa che ci piace di più. Ci piace anche bere… intendiamoci!!!

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