Majakovich - Eccezziunale veramente Intervista

27/06/2011 di

In breve: su disco ci erano piaciuti, la prima volta dal vivo ci avevano incuriosito, dopo il MI AMI ci siamo letteralmente esaltati. I Majakovich sono una band che dal vivo ti mena in faccia ogni possibile frequenza, ogni nota, ogni colpo di rullante. Una potenza. Un carro armato. Punto. Marcello Farno li ha intervistati.



Iniziamo col ricordo più fresco. Sabato 11 giugno. MI AMI. Tra nuvoloni neri che minacciano tempesta e il fango che dal giorno prima ancora continua a imperversare, i primi a suonare in Collinetta siete voi. Il tempo di arrivare e vi becco che state già all'ultimo pezzo. Smadonno per essermi perso una performance che tutti mi descrivono come grande e (molto) legnosa. Questo per chiedervi, com'è andata complessivamente l'esperienza MI AMI?
Francesco Sciamannini: Personalmente abbiamo trovato un clima molto sereno e disteso. Era tutto cosi sporco, molto 70s come atmosfera, il fango in questo ci ha aiutato parecchio. A mio avviso poi sono stati 20 minuti straintensi, e quei pochi che c'erano erano quelli tosti sul serio. In tre che muovevano la testa e canticchiavano appoggiati alle transenne. Insomma, una gran bella cosa. Poi il Jack&Cola ha fatto il resto, no Giova?
Giovanni Natalini: (Ride, NdA) Assolutamente d'accordo. E poi il momento epocale è stato durante il nubifragio, quando accalcati nel backstage col Jack&Cola che scorreva a fiumi, abbiamo fatto scoprire Il piccolo Lucio a Il cielo di Bagdad. Spettacolo per un'ora.
F.S.: (Ride, NdA) Si, è stato uno dei momenti più intensi. Poi il resto è andato alla grande, molto buono il suono sia sul palco che fuori, e poi, senza paraculismi, abbiamo davvero trovato uno staff stupendo.

Spostandoci sul vostro ultimo lavoro, "Man is a political animal, by nature", la prima cosa che vi volevo chiedere è: ma quand'è che imparerete l'inglese? Perché quasi tutte le critiche su questo aspetto ci vanno giù duro.
F.S.: (Ride, NdA) Qui rispondo io come diretto interessato, nonché cantante. Premetto che sì, ovviamente c'è molto da imparare, ho anche iniziato dei corsi (grossa risata, NdA), però credo che la mia pronuncia non sia peggiore del 90% delle produzioni italiane in lingua inglese. Sicché mi sento molto soddisfatto di me stesso. Fondamentalmente penso che parlare di pronuncia, di inglese sia una grossa minchiata. Se ci pensi, anche Mike Patton quando in "Mondo Cane" canta "24mila baci" o "Scalinatella", fa abbastanza ridere. Poi credo che quello che veramente conti siano le canzoni e son del parere che, salvo obbrobri, l'attenzione andrebbe focalizzata altrove rispetto alla pronuncia. All' estero non ho avuto problemi. In Italia c'è un leggero eccesso di ossessione da madrelingua inglese.

"L'uomo è, per natura, un animale politico", scriveva Aristotele nella sua "Politica". A quanto vedo con la filosofia va meglio che con l'inglese. Che significati stanno dietro al titolo del disco?
F.S.: Qui si potrebbe parlare per ora delle stesse cose, oppure liquidare la domanda, rispondendo che l'uomo è sì un animale politico, ma molto animale e poco politico. Nelle intenzioni però il titolo si riferisce al fatto che, per quanto si voglia, l'uomo fa politica sempre, inevitabilmente, nell'accezione pura del termine. Riferito ai giorni nostri, lo puoi rivedere in tutto quello che succede nella nostra bella Italietta e non.

E c'è anche esplicitamente della politica nelle liriche dell'album?
F.S.: No, nelle liriche dell'album non si parla direttamente di politica. Si parla in modo molto più generico di temi come la propria esistenza in relazione a quella degli altri, di paure, di vittorie, di amore. Insomma, si parla dell'uomo. Forse "L'era della massoneria" ci riporta a un tema ben preciso, ma anche lì ritrovi essenzialmente l'uomo e la sua vita del cazzo.

Dallo stoner ad alcuni sprazzi di post hardcore fino ad arrivare al noise e al blues. La varietà a livello sonoro sembra essere la componente principale. A tutto questo ha sicuramente contribuito il lavoro di produzione di Giulio Ragno Favero. Come nasce la collaborazione con lui?
F.S.: La collaborazione con Giulio è nata in una poco calda estate del 2009. Ci trovavamo a Prato a suonare in un bellissimo festival e la nostra stessa sera suonavano gli Zu, che come fonico avevano proprio Giulio. È successo che mentre suonavamo, sentivamo provenire dal backstage dei caldi applausi e urla con le bocche piene: erano gli Zu, gli O.B.O. e Giulio che apprezzavano quello che stavamo facendo. Poi da lì abbiamo iniziato e parlare ed è uscita la proposta di registrare il nuovo lavoro al Blocco A di Padova, il suo studio di registrazione. Checché se ne dica, Giulio è una persona meravigliosa.

Nel disco hanno suonato anche tantissimi ospiti, da Giovanni Ferliga degli Aucan a Xabier Iriondo, o ancora Vanni Bertolini, Richard Tiso, George Gabber. Essendo comunque tutte persone con un certo carico di esperienza sulle spalle, quanto sono stati importanti i loro suggerimenti? Vi ha "gasato" lavorare con nomi come loro oppure ha aumentato la pressione?
F.S.: Beh, ovviamente la cosa ci ha gasato, come dici tu. Quando collabori con gente del mestiere, verso cui hai anche un minimo senso di ammirazione per quello che fa, diventa tutto molto più stimolante. Xabier Iriondo è una persona fantastica, disponibilissima, lo stesso dicasi per Giovanni Ferliga degli Aucan, che essendo l'assistente di studio ci ha seguito per tutta la lavorazione del disco. E poi c'è Vanni Bartolini, che se ricordi gli anni '90 non puoi non associarlo ai De Glaen. Con lui il discorso si lega soprattutto alla sua etichetta, la Antidot - Indipendent in Florence, a cui è piaciuto molto il progetto e che ha così deciso di prenderci sotto la sua ala. Poi c'è anche Richard Tiso come hai detto tu, e doveva esserci anche Franz Goria, che però per motivi di impegni e tempistiche non è poi riuscito a partecipare. Quindi che dire, tutto ciò può solo gasarti.

Ascoltando il disco e pensando ai riferimenti, vengono in mente tanti di quei nomi che citarli tutti sarebbe davvero impossibile. Quindi chiedo direttamente a voi, quali sono le band che maggiormente vi hanno influenzato?
G.N.: A me, personalmente, Gigione e Joe Donatello.
F.S.: Ti dico la verità, quando leggevo le prime recensioni del disco, che parlavano tutte di post hardcore, noise, bizz bazz, io sgranavo gli occhi. Perché ti giuro non ho mai ascoltato quella roba. Son cresciuto con Timoria, Soundgarden e Faith No More.
G.N.: Più che Faith No More io direi Fantomas. Comunque sì, Mike Patton è stato sicuramente uno di quelli che ci ha influenzati di più, anche se il nostro guru per eccellenza rimane Demetrio Stratos.

Un'altra cosa che ho avuto modo di notare, sia ascoltandovi su disco che vedendovi in quello scampolo di live, è questo approccio che avete nel suonare, molto diretto, senza fronzoli. Un attitudine quasi hardcore.
G.N.: Si, secondo me questo è vero. Abbiamo questo modo di fare molto "rough" e diretto, quasi a dire "tenetevi lontani, non è uno sport per signorine". Niente fighetteria insomma.
F.S.: Esattamente. E poi sul palco spendiamo molta ma molta energia. Diciamo che siamo "grezzi" quanto basta, che è un approccio fondamentale per qualsiasi tipo di artista.

Il vostro percorso a livello di band come si è snodato in questi anni? Cosa resta nei Majakovich del 2011 dell'esperienza col precedente moniker di Majakovich Terzet o anche delle soluzioni liriche in italiano, che erano presenti nel vecchio lavoro?
F.S.: La prima vera differenza col passato sta proprio in Giovanni, che da poco ha sostituito Leonardo alla batteria, un fantastico ragazzo che ha dovuto mollare Majakovich circa un mese fa per motivi familiari. Delle altre cose comunque resta moltissimo, è tutto parte integrante, e quello che siamo ad oggi viene dalla decisione di fare tutto in tutti i modi, quindi anche il fatto di cantare sia in inglese che in italiano. In particolare, cantare in inglese ci ha aperto mondi che non conoscevamo prima. Devi infatti sapere che nei nostri progetti precedenti cantavamo esclusivamente in italiano. Quindi il fatto di strutturare i pezzi con liriche in inglese è stata una crescita sotto ogni punto di vista. Quello che poi ci distingue da quello che eravamo due anni fa è la cura del suono, il tempo speso nel cercare strumentazione di livello, tutto per amore del bel suono, che come Giulio ed altri artisti ci hanno poi insegnato, conta quasi più di ogni parola. Comunque, tornando alla lingua, non è da escludere che in futuro si ritorni a scrivere pezzi in italiano.

Terni non è sicuramente una città famosa per i suoi trascorsi musicali. Che aria si respira lì? C'è fermento, gruppi che suonano? Su quali direttive si muove la scena musicale?
Francesco Pinzaglia: In effetti da questi lidi non è mai uscito nulla di particolarmente altisonante. Ma alla fine credo che non sia stato poi così male, visto quello che normalmente succede nelle città in cui una band riesce a venire fuori. Solitamente partono una serie infinita di cloni privi totalmente di personalità e di gusto, che bloccano un po' il processo creativo. Comunque detto questo (che è un mio parere personalissimo), posso assicurarti che la situazione ternana è stata sempre ricca di cose interessanti a livello di proposta musicale, forse anni fa c'era più carne al fuoco, ma anche ora ci sono molte buone situazioni in continua evoluzione. Se passiamo invece a parlare delle situazioni (intese come locali) in cui questa scena dovrebbe muoversi, beh, la questione cambia radicalmente, poiché di posti ce ne sono realmente pochi e quei pochi - pur sbattendosi - di risultati ne vedono veramente col contagocce, vuoi perchè ultimamente fare musica nella nostra città è diventato assolutamente impossibile causa restrizioni comunali a dir poco allucinanti, vuoi perchè la cultura musicale dell'ascoltatore medio dei locali si è ormai assuefatta all'ascolto delle cover band. Ma entrambi i problemi comunque credo siano più un mal costume generalizzato nell'intera penisola che un problema circoscritto solamente a Terni.

Dove avete suonato all'estero? E soprattutto, domandona, Italia contro il resto del mondo, chi vince?
F.S.: Beh, credo che la differenza più grande, oltre alle dimensioni geografiche, sia sicuramente quella per cui l'Italia è l'Italia e l'estero è l'estero. Su questo credo che, più o meno, siamo tutti d'accordo. (Ride, NdA) Per quanto riguarda i luoghi, abbiam suonato circa un paio di anni fa nella meravigliosa Berlino, e poi quest'anno, in Aprile, abbiamo fatto un bel salto nei Paesi Baschi. È decisamente un altro mondo, anche se magari è una frase che sa di luogo comune, ma purtroppo è la verità.
Di Berlino c'è poco da dire, credo che una larghissima parte di tutti noi ci sia stato almeno una volta e sa quindi cosa vuol dire accostare Berlino alla parola Musica. Quelli che ci hanno sorpreso sono stati i Paesi Baschi, nella fattispecie le città di Bilbao e Vitoria-Gasteiz. Nonostante siano in Spagna, la sensazione, credimi, è che tutto sia molto più simile al Nord-Europa. E poi comunque di bello ci sono le situazioni che si vengono a creare: già alle 21:30 i locali sono pieni di gente, il giorno del concerto i giornali locali parlano di te, il pubblico si avvicina al palco senza che glielo chiedi e se non gli dici di fermarsi ti suona anche qualche strumento. E tutto ciò con una naturalezza che ti fa quasi commuovere. Insomma, son cose che fanno bene al proprio ego, perchè in fondo, parlandoci chiaro, non siamo nessuno. Tutto questo, magari, in qualche remoto angolo della bella Italia succederà anche, lo voglio sperare, ma a noi, qui, ancora non è capitato.

A proposito di futuro, com'è che immaginate l'esperienza Majakovich da qui ai prossimi anni? Sperate che comunque il mazzo che vi fate per suonare sia poi funzionale ad arrivare a farvi vivere con la musica?
F.S.: Credo che in Italia vivere decentemente con la musica non sia direttamente proporzionale al mazzo che ti sei fatto. Ma questo suona di luogo comune e mi sta sul culo anche solo parlarne. Dico solo che Majakovich da un anno a questa parte ha fatto e visto cose che non si aspettava minimamente, quindi la strada c'è, e ce la siam creata da noi, su questo non ci sono dubbi. Quindi, forti di ciò, continueremo a farci il mazzo, e a farlo (forse).

Commenti (6)

Carica commenti più vecchi
  • Majakovich 28/06/2011 ore 15:04 @franzkovich

    grazie di cuore Amica. sei una di "quelli tosti sul serio":)

  • Faustiko Murizzi 29/06/2011 ore 08:22 @faustiko

    Bella intervista e bravi Majakovich, che al Mi Ami han fatto un figurone...

  • Majakovich 29/06/2011 ore 15:52 @franzkovich

    Faustiko, tutto ciò è molto bello.

  • Marco Gargiulo 30/06/2011 ore 00:40 @cestdisco

    Prima fila al Mi Ami, ma sono arrivato all'ultimo pezzo. Sigh.

  • Majakovich 30/06/2011 ore 14:55 @franzkovich

    Frosinone, 8 luglio, La Cantina Mediterraneo
    :)

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


LEGGI ANCHE:

"Zeta reticoli" dei Meganoidi compie 15 anni e continueremo ad amarla per sempre