Echopark - Lasciarsi l'Italia alle spalle Intervista

Echopark - Echopark -
12/06/2013 di

Da Italiano a Londra  - dopo una gavetta fatta di concerti dove è la band che paga per fare il concerto (e non il locale) e canzoni scritte nei ritagli di tempo dal lavoro - qualcosina da ridire sul suo paese d'origine ce l'ha: in primis l'educazione, e poi le radio, le band troppo vecchie e troppo poco curiose. Nur Al Habash ha intervistato Echopark.

Partiamo dai fondamentali: chi sono gli Echopark?
Echopark è una sorta di all star band. A parte me, c’è Matilde, che suona già con Girl With The Gun e anni fa era la cantante degli Studiodavoli, Andrea che è il batterista e anche lui suona con Girl With The Gun, e poi c’è Daniele, che è un ex Thousand Millions. Io, Daniele e Matilde viviamo in casa insieme; Matilde ha mixato tutto il disco e Andrea poi ha registrato tutte le batterie al Sudest Studio di Lecce, quindi erano le persone migliori con le quali formare una band. E poi c’è questa storia del disco registrato in cameretta che gira dappertutto e diciamocelo, ha anche un po’ rotto il cazzo.

Un po’ sì; però è anche vero che c’è sempre bisogno di raccontare una storia per presentare un progetto musicale
Sì, io scherzo, ma alla fine è la verità: il 90% percento delle tracce è stato registrato veramente in cameretta e le abbiamo lasciate così. Poi abbiamo affittato il Sudest Studio a Lecce dove abbiamo registrato le batterie in un paio di giorni e tutte le chitarre che mancavano. Quindi tutto il resto è stato fatto in cameretta. A me piace come suona, ma c’è dell’altro oltre la famigerata cameretta.

Com’è avere una band a Londra? I gruppi italiani dicono sempre che in Inghilterra i locali e i promoter ti trattano malissimo: niente soundcheck, niente cena, niente alloggio e soprattutto niente soldi. 
Devo dire che all’inizio ero spaventato all’idea di suonare a Londra. Per la maggior parte della mia vita ho sempre ascoltato musica inglese. Venire qua a suonare è un po’ come se un inglese venisse da noi e suonasse la tarantella. La reazione più scontata sarebbe quella di dire “ma chi cazzo è questo, che vuole?“ Più o meno è così, anche se alla fine hanno una mentalità molto aperta. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, sinceramente mi sono sentito trattato molto bene. Io sono in giro a suonare da quando avevo tredici anni, e piuttosto è in Italia che ho incontrato delle situazioni off limits: macelli occupati, cani che ti pisciavano sulle pedaliere, cose pazzesche. La cosa vera di Londra è che non ti pagano niente. Noi siamo stati fortunati perché quando è uscito il singolo e poi il disco ha avuto un buon riscontro sulla stampa inglese, e quindi ci hanno contattato dei pr che ci hanno trovato delle date. Quindi quei 50 - 100 pound a serata si riesce a farli entrare. Ma di solito quando una band è emergente è lei che paga. Il locale ti dà da vendere un tot di biglietti e tu devi pagarli in anticipo. Quindi è veramente un casino, è difficile. Per questo posso capire che questa impressione ci sia, noi però ci siamo diveriti un casino e spero che continueremo a farlo.

A proposito del nome della band, sempre sulle famose descrizioni in copia incolla si leggono grandi accostamenti tra Lecce e la California. Ma com’è uscito fuori? 
Una mattina, mentre dormivo, mi arrivò un messaggio da Daniele con questo nome, in un momento in cui mi stavo scervellando per trovarne uno perché non me ne piaceva nessuno. Lui stava leggendo un libro su un famoso hacker il cui fratello morì a Echopark, che è una parte di Los Angeles. Così è nato tutto...

Il vostro disco esce per Enclaves all’estero e per We Were Never Being Bored in Italia. Come sono nate queste collaborazioni?
Enclaves è la stessa etichetta di Andrea Mangia, ovvero Populous e più recentemente Life & Limb. Anche se siamo amici, in realtà la collaborazione non è nata tramite Andrea ma in un modo un po’ strano: un mio amico blogger ha postato un paio di pezzi su soundcloud, poi altri blogger in Polonia li hanno ripostati e Samantha, una delle fondatrici dell’etichetta, li ha ascoltati per caso durante una delle sue giornate dedicate al solo ascolto di musica. Mi ha raccontato di aver sentito “Youth & Fury” una domenica a Brooklyn, mentre stava riposando sul divano. Appena l’ha ascoltata è impazzita e si è messa a cercare informazioni su internet ma senza risultati, perché non avevo ancora messo nulla online. Come se non bastasse poi Echopark è un nome comunissimo, immagino non sia stato facile trovarmi. Per quanto riguarda la WWNBB, ho sempre seguito i loro gruppi: Calorifero, Horrible Present, Be Forest e tutto il resto. Quando è stato il momento di scegliere un’etichetta italiana ho pensato subito a loro e sono stati felicissimi.

Ok, ora che sappiamo tutto, presentaci "Trees"
Ho iniziato a scrivere “Trees” a inizio 2012. Mi sono trasferito qui a Londra e, giusto il tempo di ambientarmi, e poi ho iniziato a scrivere una cosa mia, ma senza nessuna pretesa. Doveva essere una cosa nata e cresciuta in casa e distribuita agli amici. Ho scritto questi 11 brani, poi arrivò Matilde e si offrì di mixarlo. Ad Agosto dello scorso anno siamo poi scesi a Lecce per registrare le batterie che a casa non potevo registrare (i vicini ne avevano già abbastanza). Poi l’abbiamo spedito in America da Alan Douches per un mastering su bobina (che abbiamo voluto così per forza). Quindi la storiella del disco registrato totalmente a casa è vera, ma anche no, perché nel disco ci sono tante cose registrate in studio in un salone enorme con i microfoni piazzati lontanissimi per ottenere riverberi… è tutto vero quello che senti. Anche se è stato un lavoro velocissimo, perché volevamo spendere pochi soldi, è anche un lavoro molto curato. Matilde poi ha fatto un buonissimo lavoro.

Io ho sempre pensato che Matilde abbia una delle voci più belle d’Italia. Pensi che in un futuro possa cantare con te?
Per ora sul disco ci sono solo le mie voci, ma io sono aperto a tutto! Il disco era nato come una cosa scritta per me e per i miei amici, quindi...

Di cosa parlano i pezzi?
Di tante cose. Sono un po’ malinconici. Un po’ sono dedicati a mio fratello, altri a miei amici. Parlano sempre di cose passate, di Lecce, del sole. Di quando sei a Londra e ti ritrovi con le nuvole che ti schiacciano. Parlano anche della situazione triste che ci ritroviamo in Italia. Non sono pezzi molto espliciti, alla fine ognuno ci legge un po’ quel che vuole. L’ho chiamato “Trees” perché le 11 canzoni nel disco sono come undici alberi cresciuti spontaneamente, proprio per il fatto che non ho avuto nessun tipo di vincolo o aspettativa futura. Sono nati durante i weekend o durante i giorni di vacanza, mi mettevo lì a scrivere e crescevano da soli. In una settimana magari aprivo un pezzo, poi ci tornavo, oppure lo lasciavo abbandonato per un po’ per poi recuperarlo alla fine, a volte anche a distanza di sei mesi, o un giorno. Una cosa molto libera e senza preoccupazioni. 11 alberi colorati, cresciuti e alti. Alcuni spogli e altri vivi. Anche l’artwork è ispirato a questo. Ho dipinto degli alberi su carta e poi Daniele (il chitarrista) ha scritto un codice in processing per ottenere dei poligoni random che si ramificano a densità variabile e creano quest’effetto strano.

Un effetto che rispecchia poi anche i suoni del disco, direi
Sì, volevamo rendere anche nell’artwork questo blur analogico perché i suoni sono tutti analogici, io odio il midi, e anche il digitale insieme.

Una cosa che mi ha stupito, però, vedendovi dal vivo, è che di suoni elettronici ce ne sono molto pochi. Al contrario, avete un suono molto rock
Sì, proveniamo tutti da una scena punk hardcore, Fugazi e via dicendo. Il disco non è così, ovviamente, e ha molti suoni stratificati. Se dovessi riproporlo dal vivo dovrei avere un sacco di basi e sequenze che vanno mentre tu ci canti e suoni sopra stando attento al millimetro. Magari è anche bella come cosa ma secondo me si perde la naturalezza del suonare, e poi oggettivamente si suona poco. Diventa più una performance, tipo i Knife, che vanno in giro a fare balletti. A me non piace quella cosa. Per come la vivo io, quando uno va a un concerto è perché vuole sentire come la band interpreta il disco dal vivo e per me Trees è un disco sporco, e dal vivo deve suonare sporco.

Segui la scena musicale italiana? Devo dire che in qualche modo, il vostro disco mi ha ricordato gli Yuppie Flu
Gli Yuppie Flu vennero a suonare nel mio paesino, Copertino, che è lo stesso paese di Giuliano dei Negramaro (prima che tu me lo chieda). Avevo 14 anni quando suonarono al castello. Mi piacevano molto. Attualmente ascolto Cosmo e Dumbo Gets Mad ma per il resto non seguo moltissimo quello che succede in Italia. Però ho letto lo speciale sul concerto del Primo Maggio di Deer Waves e mi sono ammazzato dalle risate.

Eh, il Primo Maggio è sempre stato abbastanza ridicolo
Lo so, ma sta diventando sempre peggio.

Tu avresti un’idea per far si che le band buone che ci sono in Italia escano allo scoperto, conquistino Sanremo, il Primo Maggio e abbiano spazio? E’ un’operazione giusta e necessaria? Oppure bisogna lasciar marcire queste manifestazioni? In altre parole: questa separazione inutile tra indie e mainstream è una roba che in Italia sta rovinando la musica da anni. In Inghilterra le band che noi consideriamo “indie” le vedi in metro su dei mega poster, e vengono recensite dai quotidiani nazionali ogni giorno. Le band in Italia sono condannate a rimanere nel loro cantuccio?
Ma sono condannate perché? Secondo me è un discorso troppo lungo. Ma riassumendo, la musica deve essere vista come educazione, e nel nostro paese questa cosa non c’è, non esiste. Il mainstream italiano non educa, mentre il mainstream inglese, dai tempi dei Beatles, ha sempre educato. L’orecchio di un ragazzo inglese che si approcciava alla musica nell’adolescenza anche solo dieci anni fa poteva ascoltare in radio i Blur, gli Oasis etc. In Italia c’erano i Negramaro. Non so come questa cosa possa cambiare. Le case discografiche poi non hanno nemmeno tutta la colpa. Cosa potrebbero fare? Se una major italiana facesse uscire il disco di His Clancyness non venderebbe nemmeno una copia. Ed ecco allora che His Clancyness se l’è beccato la Fat Cat.

Se però parliamo di gruppi tipo Perturbazione, Paletti o Dente, insomma le band che si portano dietro tutta una tradizione di musica italiana, il discorso è diverso: potrebbero tranquillamente passare in radio e avere successo. E invece Dente venne scartato a Sanremo anni fa.
Ok, qui cadiamo in un discorso ancora più pericoloso, perché a me non piace questo tipo di musica. Ma se tu fai il paragone tra il nuovo cantautorato italiano, e quello vecchio, non c’è paragone.

Secondo me bisogna fare dei distinguo, non sono tutti uguali: c’è del buono e ci sono le schifezze, come in tutto
L’impressione che ho io è che l’Italia sia un paese chiuso dentro sé stesso. È come se la gente non avesse interesse o modo di affacciarsi fuori e capire cos’è la musica adesso, nel 2013, nel mondo. Tranne alcune piccole realtà, come quelle che ho citato prima. È come se la musica stesse “succedendo”, ma non in Italia, solo in altre parti del mondo.

Purtroppo, credo che sia una cosa che in Italia si possa applicare a tutti i campi. Quindi la “colpa” è delle band stesse che non cercano di sfondare queste barriere?
Stai parlando con un emigrante, uno che non ha trovato nel territorio italiano qualcosa che valesse tutti gli sforzi fatti, e ha deciso di andare via. In italia a un certo punto succederà qualcosa, io sono sempre ottimista. Qualcosa che smuoverà un po’ le cose, ma non prima di vent’anni (seguono grandi risate, ndr.). Siccome io non ce li ho altri vent’anni, il mio consiglio è di uscire fuori e vincere, come ad esempio sta facendo His Clancyness. Ci hanno provato fuori dai confini, qualcuno si è accorto di loro e si è lasciato alle spalle l’Italia. Brutto a dirsi, però è così. Credo che suonino quasi più all’estero che in casa, dove invece sono quasi snobbati. Se ti affacci a vedere cosa c’è fuori dai confini nazionali vieni etichettato come uno che vuole fare il “figo”, l’hipster. In italia, qual è il festival più grande? L’Heineken? Arezzo Wave? Se ti sposti in un paese che sta nella merda come noi, come può essere la Spagna, hai il Primavera Sound, il Sonar, il Fib e mille altri.

Per dovere di cronaca, bisogna dire però che magari non ci sono festival enormi, ma ce ne sono tanti più piccoli ma comunque validi: partendo dal MI AMI, per arrivare all’Ypsigrock in Sicilia...
Sì, per esempio a Lecce un gruppo di amici sta cercando di far partire un nuovo festival che si chiama Contronatura. L’anno scorso c’è stata la prima edizione con Young Dreams, Eels on Heels e tanti altri. Con quel poco che hanno a disposizione, i ragazzi cercano sempre di fare del loro meglio, anche se sanno benissimo che ci andranno sotto con le spese. La puglia è un posto invaso dalla taranta e loro lottano per portare qualcosa di diverso.

Questo è vero, però bisogna anche dire che la puglia è sempre stata una regione con tante buone band. Il problema è che per spostarsi le band pugliesi hanno moltissime difficoltà: solo per uscire dalla regione ci vogliono tre ore di guida.
In passato, quando suonavo con i Metropolitan, ci invitavano spesso fuori ma non ce la facevamo: nessuno lavora, e in più devi affrontare un viaggio che ti costa minimo 1000 euro senza poi guadagnarci niente.. insomma, siamo in Africa!ù

Ultimamente hai visto qualche bel concerto?
Sono stato al Pitchfork a Parigi dove c’era un sacco di bella roba. Animal Collective, Grizzly Bear, James Blake che dal vivo è qualcosa di trascendentale, molto bravo. Nella musica di solito preferisco più la “struttura canzone”, però lui è troppo bravo. E poi è giovanissimo. E qui riprendiamo il discorso di prima sull’educazione in Italia: prendi i Tame Impala, sono partiti a diciannove anni e hanno pubblicato “Innerspeaker”. Un ragazzo di diciannove anni in Italia dov’è? Cosa sta facendo? Mi rendo conto di essere fortunato, perché quando io e i miei amici avevamo quattordici anni avevamo già begli ascolti.

E chi è che vi “spacciava” la musica? Io per esempio sono cresciuta in provincia, senza fratelli o sorelle maggiori, con internet che muoveva i primi passi, e dalle Spice Girls o i Backstreet Boys non sono potuta scappare, ma non me ne pento. Ho cominciato a trovare qualcos’altro solo con gli allegati musicali dei quotidiani, che all’epoca andavano forte
Lecce aveva solo un negozio di dischi, e faceva pure cacare. Noi da piccoli eravamo degli skaters, cercavamo musica dappertutto!

Però se ci pensi un ragazzo o una ragazza che hanno 20 anni nel 2013 hanno potuto avere da subito tutti gli strumenti per un’istruzione musicale fai da te
Sì ma i ragazzi, come dicevo prima, devono essere educati. Devono avere un fratello maggiore che può essere magari anche una radio. In italia non c’è nessuna radio che manda musica decente, se non realtà piccole e locali. Quando partì Virgin Radio avevo delle speranze, poi è andata come è andata. Insomma se qualcuno non si preoccupa dell’educazione, non si va da nessuna parte. Anche le band stesse dovrebbero fare qualcosa. Prendi gli Afterhours. Basta! Fate un disco bello! I Verdena per esempio con “Wow” hanno fatto un disco impegnato e bellissimo, che non ha nulla da invidiare a quelli che escono in America.

Siamo partiti con una domanda classica: finiamo allo stesso modo. Progetti per i prossimi mesi?
A inizio Giugno uscirà il singolo nuovo tratto da Trees che conterrà due pezzi “Brother” e “Mountain”, più una b-side che si intitola “10 Agosto”. In più ci saranno due bei video: “Brother” ha un video live girato al Sudest Studio con tutti nostri amici che suonano decine di timpani intorno alla band. E l’altro, “Mountain”, sarà una sorpresa che sta girando sempre Valentina dell’Aquila, la regista che ha firmato anche “Teleportation”. Infine, suoneremo qui a Londra per un po’ di date sparse, poi in Italia il 28 Giugno all’Hana bi e a Padova per il Radar Festival. Forse poi a Settembre partiremo, ma è una sorpresa.

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