Edda - Il capitale umano. La famiglia, le donne, e tutto il resto. Intervista

Starfooker - EddaStarfooker - Edda
30/10/2014 di

Edda è un pezzo di storia di musica italiana. Dopo l'uscita del suo terzo album "Stavolta come mi ammazzerai" (che ascoltate qui), abbiamo deciso di incontrarlo e farci raccontare un sacco di cose; di come la cassa integrazione aiuti a scrivere canzoni, dell'importanza di vivere il presente, della famiglia e di come la monogamia sia una cosa diabolica, sul serio. 

 

Edda, sei al terzo disco. Chi te l’ha fatto fare?
L’ho fatto perché volevo smettere di lavorare (ride, ndr). Altrimenti cosa avrei potuto fare? Avrei potuto anche non farlo e continuare a vivere del mio lavoro sui ponteggi, ma facendo un rapido bilancio, mettendo sul piatto lavoro o disco, mantenermi o l’avventura, ho scelto di darmi all’avventura.

Ma quand’è che hai sentito di dover scrivere un nuovo disco?
A dicembre ho fatto questa scelta. Sapevo che certi treni o li prendi o magari ripassano fra vent’anni: io fra vent’anni avrò settant’anni e non mi sembra il caso di rischiare e allora ho detto massì vai. Anche perché suonare è una passione, un sogno, e siccome la vita è un po’ duretta, è un po’ quello che è, mi va di sognare. Ci provo almeno, io.

Sei soddisfatto di come è venuto fuori?
Sì, anche se penso che si possa sempre fare meglio. Sto già scrivendo dei pezzi per un eventuale nuovo disco perché alla fine quello che proprio mi fa emozionare è scrivere il pezzo, il disco, la canzone. Siccome per un anno ancora ci dovrò cercare di vivere di questo lavoro, allora ne approfitto anche per scrivere e quando ci riesco la giornata mi sembra passata bene.

Adesso stai mi dicendo che stai scrivendo già quello nuovo...
Poi magari non uscirà mai...

Magari non uscirà, ok, ma ogni volta che viene pubblicato un tuo disco solista si dice che sia il migliore della tua carriera. Si tratta di un Edda in evoluzione, oppure di un Edda diverso, ogni volta con una sfaccettatura nuova?
Forse diverso è giusto, più che un Edda migliore. Il primo disco è stato acustico, il secondo sperimentale ed è nato da un’idea di Taketo; questo è un disco costruito con la band, fatto con la band.

Dal punto di vista dei testi invece? Sei in evoluzione oppure anche in questo caso solo diverso?
No, magari una piccola evoluzione ci può essere stata nel mio modo di scrivere perché proprio sulle parole sto cercando sempre di lavorarci, un po’ come il disco che ha fatto Alessandro Grazian. Del resto ci sono due modi: o usare tante parole o usarne poche. Io preferisco usarne poche e mi piace, buttare giù due o tre immagini che ci sono e via.

Mi dicevi che questo è un disco più completo nei suoni rispetto al primo, più suonato. Volevi arrivare a questo punto quando sei partito con le canzoni o ci sei arrivato nella produzione?
Be', già il fatto di aver deciso di suonarlo con la band lo ha condizionato. Sapevo ovviamente che non sarebbe stato come gli altri miei dischi. Poi va be', i suoni e la produzione sono tutto un mondo a me sconosciuto e infatti l’ha prodotto Fabio (Capalbo, tra i fondatori dell’etichetta Niegazowana, regista e batterista con Il Vocifero ed Edda, ndr).

Una volta c’era una grande differenza tra un tuo disco e la performance live. Non ho ancora avuto occasione di assistere a un tuo nuovo live, ma già da prima si coglieva come dal vivo ti piacesse alzare il volume. In passato hai affermato che già c’era abbastanza casino intorno a te durante il giorno, quindi nei dischi volevi evitarlo.
Eh sì, progressivamente stiamo alzando il volume. Ho molto presente la situazione di cui parlavo: lavorando nei cantieri e sentendo tutti questi rumori molesti, a volte pensavo che anche la mia musica fosse un rumore molesto, e probabilmente lo è.

Hai fatto la pace con quello che fai?
Eh be' insomma, ho anche bisogno di alzare il volume. Sono anche canzoni brevi, sono quindi rumori molesti brevi e anche quello è voluto, infatti quasi tutti i pezzi sono sui due minuti e trenta. La conferma mi è venuta da Keith Richards. Non nel senso che mi abbia telefonato, ma dalla lettura del libro "Life" di Keith Richards in cui racconta che ai tempi in cui i Rolling Stones iniziavano la loro carriera, tutte le canzoni non potevano superare i due minuti e trenta.
Anche secondo me la canzone è proprio strutturata per durare quell’unità. Tutta la musica che ho ascoltato io quand’ero bambino negli anni sessanta, ma anche negli anni settanta, sono tutte canzoni così, strofa ritornello strofa o strofa ritornello inciso strofa ritornello e... a casa.

(foto di Starfooker)

Per la stesura di questo album hai collaborato con Walter Somà. Gira una strana storia di te con un iPad, proprio tu che nel 2008 dichiaravi a proposito dei provini di "Semper biot": Me l’hanno caricato su youtube ma non so nemmeno cosa sia. Come sei arrivato a questo?
Non lo so di preciso. Ho preso l’iPad perché era un multi traccia con Garageband. Avevo già il registratore digitale Zoom ma forse lo Zoom non è multi traccia, non lo so, perché io li compro ma prima che capisca come si usano ci vogliono mesi.

Avevi quindi l’esigenza di costruirti in casa gli arrangiamenti in fase di scrittura?
Non so perché avessi bisogno di un multitraccia, perché in realtà il multitraccia non mi serve, però adesso che ce l’ho so che non mi serve, prima probabilmente no. Questa è stata un’idea di Walter che mi ha detto di comprarlo. Adesso più che altro lo uso perché c’ho dentro i libri, internet e così via. Tutto sommato è stata comunque una scelta giusta.

Avevi già qualcosa su cui lavorare al momento di entrare in studio?
Ho continuato a lavorare fino a dicembre e sono entrato in studio a gennaio. I pezzi li avevo già creati. Nei mesi precedenti la mia (ex) azienda ci ha messi in cassa integrazione e quindi avevo molto tempo libero per suonare e comporre, anche se avevo sempre questa spada di Damocle che pendeva sulla mia testa. Quando c’era la possibilità che mi richiamassero, ero uno dei pochi che non voleva essere richiamato, uno dei pochi che chiedeva sempre: "No dai fate lavorare gli altri".

Ormai sentivi che si stava creando questo disco.
Si lo sentivo ed è stato difficilissimo per me scegliere di mollare un lavoro a cinquant’anni sapendo che comunque poi dopo, come puoi immaginare, la situazione non è delle più rosee. Però mi si è aperto tutto un altro scenario, con tutto un altro modo di pensare, un discorso lungo.. posso solo dirti che non so se ho fatto veramente la scelta sbagliata, forse stavolta forse l’ho fatta giusta. Forse eh. Lo sapremo dire col tempo.

Una volta in studio, il team di produzione è cambiato un’altra volta.
Si, abbiamo suonato in tre più ottoni, i fiati, più le percussioni, i cori.. Però in studio per due mesi siamo sempre stati in tre: io, Fabio (Capalbo) e Luca (Bossi, tastierista e basso dei Dilaila, ndr) più Davide Lasala (voce e chitarra dei Vanillina, titolare EDAC Studio, ndr), che era il fonico e comunque ci coadiuvava anche nelle scelte dei suoni. Insomma, possiamo anche dire che l’abbiamo fatto anche in quattro, è giusto così.

Quindi sei tornato al gruppo?
Si. Io gli portavo la canzone e l’arrangiamento nasceva lì in studio.

Dal vivo li avrai accanto a te? Il disco resterà simile alla versione stampata?
Saremo sempre noi anche perché tutto nasce così. Dal vivo sarà un po’ simile: ovviamente il batterista sicuramente suonerà quella parte lì, il chitarrista idem perché sono io..

Parliamo dei testi. Hai pubblicato un album che almeno in parte si può definire incentrato sulla famiglia: da cosa è scaturita questa scelta?
Penso che presto rimarrò orfano. Io ho 50 anni, i miei genitori ne hanno più di 80. Penso che prima o poi moriranno e questa è qualcosa che magari a qualcuno può fare nascere qualche domanda. E allora, giusto per parlare di cose che mi riguardano, per non andare a parlare dei massimi sistemi, ho trovato che parlare della famiglia era una cosa che mi interessava.

La tua concezione di famiglia?
Per me la famiglia è una di quelle cose della vita che sulla carta ci dovrebbero essere. È giusta, dovrebbe essere un grande aiuto. Il problema è che se tu inizi sbagliando, questo sbaglio lo perpetri, lo riproduci: "i miei genitori han fatto così, io farò così con mio figlio" e si continua.
Secondo me la famiglia si basa su un errore, un misunderstanding, che va avanti e si perpetra. Io non ho avuto figli e me ne guardo bene.
Dai testi emerge questo tema, che poi non analizzo a fondo perché non è che i miei testi siano così didascalici, ma uno può collegarli alla famiglia perché effettivamente ne sto parlando. Anche la foto della famiglia in copertina può portare a pensarlo.

Certo, ci sono vari immaginari che confluiscono ma la famiglia è un tema che ricorre, per esempio mettendo la tua famiglia già nel secondo brano, ovvero "Coniglio Rosa". Anche il primo richiama questo tema, si chiama "Pater" e descrive un’altra famiglia, un’altra narrazione quindi...
Si, “Coniglio Rosa” è lo stato di famiglia dei Rampoldi. Ma nel primo, quando dico: “tutte le volte che vedo mio padre” è la mia di famiglia, è mio padre quando dico “Tutte le volte che vedo mio padre, esco di casa con la voglia di ammazzare”, ma non si tratta di lui in tutto il brano. In quella frase lì c’è la mia storia, poi la cosa più truce che succede in quella canzone non riguarda la mia famiglia (Voglio vedere chi mi ha violentata a dodici anni, ndr.).

Tuo padre appare quindi in quella canzone e poi, come da sempre nei tuoi testi, c'è una forte attenzione alla figura di tua madre. In questo album in particolare nel brano “Mater” in cui viene proprio descritta, c’è un legame speciale?
Mi trovo un po’ più a mio agio con mia madre rispetto a mio padre, quello sicuramente. Se vuoi ti racconto meglio, perché parla di un momento particolare di mia madre, un momento in cui mia madre certo non poteva accettarmi, non poteva volermi bene, non capiva le mie scelte e quindi lo rivivo così. Pensavo a quando i genitori parlano dei propri figli dicendo: “sai mio figlio adesso è andato a Londra a studiare, si sta laureando, ha trovato la fidanzata, si stanno sposando...” e io pensavo a cosa potesse raccontare mia madre: “sa, mio figlio adesso è diventato un gran tossico”. Così mi prendevo in giro, anche un po’ ovviamente per sdrammatizzare un momento che è stato molto difficile e doloroso.

Quando parli di tua madre c’è un’accezione positiva nella narrazione. Quando in “Ragazza Meridionale” e in “Peppa Pig” non si parla di tua madre ma dell’aspetto materno delle altre donne la situazione cambia.
Sì, in realtà quella lì è una ragazza, si parla de La ragazza della tua ragazza che poi diventerà madre, e comunque nella coppia c’è anche un aspetto materno per noi uomini.

Ti crea problemi osservare l’aspetto materno all’interno della relazione?
Non è che mi preoccupa l’aspetto materno, anche perché in un rapporto di coppia la tua donna non è tua madre, anche se poi si cerca un pochino la mamma nella propria compagna perché effettivamente la donna è anche madre. Però in “Peppa Pig” c’è anche una parte di humor che nasce dalle vicende di miei amici che non hanno avuto storie molto fortunate.

Restando ancora sulle donne, in queste canzoni così come in altre c’è una differenza nei testi tra la donna che vorresti e quella che hai vicino a te.
Come per quanto ti dicevo in precedenza, in cui bisogna capire il significato della famiglia, anche in questo caso bisogna capire il significato del rapporto, perché le persone stiano insieme, quale sia il modo giusto e quale sia il modo sbagliato. Secondo me, come nel caso della famiglia, il modello a cui tutti facciamo riferimento è sbagliato, per cui vengono fuori tutti questi grandi pasticci e tutta questa sofferenza.

È la tipologia di rapporto con l’altro sesso, a volte, esclusivo e non inclusivo, chiuso nella coppia, che ti porta a parlarne con termini più crudi, più brutali? 
Tu dici rapporto esclusivo, quando vedo la coppia come una chiusura le do un’accezione negativa. Uno dei problemi della coppia è proprio questa chiusura che secondo me non dovrebbe esserci. Il senso di proprietà che ti fa dire: “questa è la mia donna” per me è una bestemmia. Prima di tutto non si è proprietari di nulla, si nasce con niente e si muore con niente, bisognerebbe vivere pensando a questa cosa. Secondo me è molto difficile. Adesso non vorrei dire una gran cazzata ma, nella filosofia che io seguo, che è quella degli Hare Krishna per sintetizzare, la monogamia è vista come una forma quasi demoniaca. Però potrei sbagliarmi e potrebbe essere proprio il contrario, ovvero che loro dicano che la poligamia è demoniaca. Se dovessi scegliere io, per me la monogamia è demoniaca, anzi ti fa proprio male.

Se passiamo al rapporto fisico con l’altro sesso, in “Stellina” dici: "Ama me che sono un cesso e poi caga su di me", in modo simile a "Puttana da 1€" dove dici che...
Siccome viene con me allora si scredita (ride, ndr).

...perché dici di valere poco. Ultimamente va molto di moda l’applicazione Tinder (segue spiegazione di cosa sia Tinder, ndr), soprassedendo sulla valutazione del valore della persona, che per te invece rimane centrale, o sbaglio?
Io, per quanto poi possa passare per puttaniere, mi ritengo una persona che proprio nel rapporto sessuale cerca la persona.

La conoscenza della persona mi stai dicendo, quindi il sesso come un metodo di conoscenza?
No no no, non c’è neanche più il corpo. Il corpo l’atto sessuale lo fa trascendere, quindi in qualche modo è incontrare l’essenza della persona, una cosa un po’ romantica. Però io poi sono una bestia. Il corpo a me crea un problema, ma nel momento dell’amore questa cosa scompare un pochino.

Nei tuoi testi ricorre ultimamente poche volte il termine “scopare”, c’è di più “fare l’amore”.
In realtà si scopa tanto ma ci provi e ci riprovi, è come fare la schedina, non si fa mai tredici, anche se vorresti far tredici. Per cui diciamo che è importante non scopare col corpo. O come dici tu fare l’amore, ma cercare un attimino di andare un po’ più a fondo, insomma, se si riesce.

Restando sulla questione del valore, dai testi appare sempre una tua tendenza a sminuirti.
Dicono che sia un mio difetto.

Sembra che tu abbia una specie di debito. Un senso di colpa di stampo cattolico?
No, è un’impostazione vaishnava. Non io non so quanto possa valere, so che c’è tanta gente che vale molto più di me e c’è tanta gente che, purtroppo per lei, è più bassa. Per me è importante tendere ad alzarsi, anche se uno nasce basso deve cercare di migliorare o perlomeno di non peggiorare.

Tu chiudi il disco dicendo “chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi”. Quindi tutto quello che hai detto?
È falso (ride, ndr)

In realtà è vero, ti stai nascondendo, dai.
Alla fine sai, la capacità d’illudersi è sempre talmente forte che a volte dici una cosa ne pensi un’altra e viceversa. Quello è un altro aspetto della filosofia Hare Krishna, Vaishnava, per cui bisogna stare attenti quando si parla perché a volte c’è anche la capacità di illudere se stessi e tu stai pensando di dire la tua verità quando in realtà sei lontano mille miglia, ti stai ingannando.

Se parliamo di carriera, quest’anno, interruzioni a parte, sono 30 anni che fai musica. C’è una canzone che è uscita in questi giorni dei Fast Animals and Slow Kids in cui si canta: “ricordatevi di noi tra 30 anni che avremo bisogno di voi, sarete l’orgoglio dei tanti ma solo un appiglio per noi”. Per te cos’è stato l’affetto della gente?
Be' fa piacere l’affetto della gente ma io non è che sono così circondato da affetto.

La tua fan base è comunque molto stretta intorno a te e c’è un certo gruppo di persone che ti segue che ti supporta.
Allora li ringrazio tutti tantissimo: l’affetto fa sempre bene.

Sempre sul passato è uscito in questi giorni il libro “Uomini - I Ritmo Tribale, Edda e la scena musicale Milanese”, a cura di Elisa Russo. Che effetto ti fa vedere tutto quello che hai fatto sulla carta? Son persone che hai seguito, con le quali hai tenuto rapporti in questi anni?
Mi piace tantissimo vedere le persone in quel libro, di come sono e di come si raccontano, quello che dicono. Passato o non passato mi piace vedere la reazione psicologica. Poi no, io non tengo rapporti neanche con la mia fidanzata, viviamo da soli.

Gli Afterhours quest’anno hanno pubblicato “Hai paura del buio - Reloaded and remastered” in cui c'è una canzone che ti riguarda , "Come vorrei". Per te, sentire ancora parlare di te al passato, di quel passato, non è pesante?
Sì, si dice così, io non ho mai capito. Penso che noi viviamo nel presente, il passato è passato, il futuro non c’è ancora, viviamo nel presente.

Ed ora tu cosa stai facendo? Costruendo?
Chi lo sa? Se domani io mi alzo da qui e muoio... cosa vuoi? Io vivo nel presente cercando di non fare sbagli macroscopici, non perché pensi al futuro o viva nel futuro, esiste solo questo, il presente.

Seguendo il percorso che hai fatto, hai lasciato l’industria discografica nel momento in cui stava per collassare... 
Sì sono sceso prima, sono collassato prima io.

Poi sei ritornato in un mondo diverso, cambiato. Come ti sei trovato?
Mah, mi fa comodo ora schiacciare un bottone e vedere su Youtube cose che prima avrei dovuto avere nella mia discografia, cioè aver comprato. Mi sembra abbastanza democratico e un po’ più fruibile il mercato.

Anche per te come musicista?
A me fa comodo, perché a me serve sentire le canzoni degli altri, non è che posso spendere miliardi in dischi. Io compravo dischi, mi piaceva, qualcuno ci ha speculato un po’ troppo forse è anche giusto che siano finiti quei tempi così, adesso magari uno non riesce a vendere un disco se non che lo vogliono mettere come zeppola sotto la gamba del tavolino, però la gente ha sempre bisogno di musica.

Siamo arrivati ai saluti finali. Ti lascio e immagino che tornerai a casa. Di Milano senti la mancanza?
Si, tornerò sulle montagne. Di Milano no, non sento la mancanza. Mi piace la città però se potessi andrei o a Londra e se proprio non potessi andare a Londra sarei anche contento di vivere a Genova.
Milano purtroppo è cambiata, non mi trovo a mio agio, peggiora.

 

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