Edisonnoside - Musica per i supporti del futuro Intervista

11/06/2014 di

La sua storia ce la racconta nel dettaglio: ragazzino dalla provincia che superata l'adolescenza tra chitarre e band da cantina se ne va all'estero e scopre che ci sa fare con la musica elettronica, torna in Italia e trova il suo posto nel mondo a Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton. Produce un disco che supera tutti i problemi di supporto attraverso un’applicazione iOs che fa interagire le immagini catturate dalla fotocamera con tre livelli in cui la produzione del disco è stata scomposta (armonia, melodia e ritmo). E adesso si ritrova sul palco del Sònar+D, lo spin-off del Sònar dedicato ai rapporti tra l'arte e le nuove tecnologie. E le idee nel cappello sono ancora moltissime. L'intervista di Starfooker.

Bando agli indugi. Io ti ho conosciuto inizialmente tramite il tuo lavoro “Sadly by your side” che ho recensito qui su Rockit. Poi mi sono appassionato e per quest’intervista ho fatto i compiti a casa e mi sono documentato. Ma se tu dovessi raccontare tu ai lettori chi è adesso Edisonnoside, il suo percorso in breve, cosa racconteresti?
Innanzitutto Edisonnoside è un ragazzo di nome Davide Cairo nato e cresciuto nella provincia di Venezia. Il mio percorso musicale è iniziato quando avevo 13-14 anni con i dischi dello zio e della mamma, classici che più classici non si può. Un Natale mi hanno regalato la mia prima chitarra elettrica e per tutto il periodo dell’adolescenza mi son cimentato con quello strumento suonando da solo e con amici in varie band. Verso i 18 anni ho avuto la mia prima connessione ad internet con annesso computer ed ho cominciato ad avvicinarmi ai primi software di produzione musicale, Fruity Loops all’inizio e poi Cubase e Reason e Live. La passione per i suoni elettronici e la computer music mi ha portato a Milano dove ho studiato Informatica Musicale alla Statale. I tre anni passati li mi hanno fatto capire bene dove volevo andare e cosa volevo fare, mi interessava il suono in tutte le sue forme sia artistiche che comunicative quindi per guadagnare qualcosa ho iniziato a produrre musica per qualche spot pubblicitario parallelamente a lavoretti di programmazione musicale. Post Milano volevo andarmene per un po’ così mi son trasferito a Londra per quasi un anno dove, come ogni italiano ventenne che si rispetti, ho lavorato in bar e ristoranti ma soprattutto ho frequentato locali e club che mi hanno formato molto musicalmente, dal XOYO al Plastic People, dove ho sentito per la prima volta Four Tet e James Blake tra gli altri. Durante il mio periodo a Londra ho fatto pochissima musica anche se ne ascoltavo e vedevo tanta, così mi son licenziato e con i risparmi che avevo mi son iscritto alla Granish School of Sound dove ho fatto un corso di Mixing and Mastering e per poi tornarmene in Italia sperando di riuscire a fare il Sound Designer. Pochi mesi dopo il mio ritorno ho fatto l’apply a Fabrica e inaspettatamente son stato chiamato da Francesco Novara, amico, collega e capo, e diciamo che professionalmente la mia vita è cambiata da quel giorno, ho iniziato a fare musica sul serio 24 ore su 24 dovendomi confrontare con generi diversi ed esigenze diverse, maturando un gusto estetico personale sia sulla musica che su altre discipline creative. Oggi, se penso che 2 anni e mezzo fa facevo frullati a Londra e ora vado a suonare al Sónar, quasi non ci credo ancora.

Il disco che ha cambiato la tua vita? E il live? Quello che magari ti ha dato una “direzione” verso cui andare.
Diciamo che ci son stati una serie di dischi che han cambiato la mia vita, non saprei scegliere uno, se te ne dico tre va bene lo stesso? Premetto sono pietre miliari che tutti hanno sentito. Il primo è “The Dark Side of the moon” dei Pink Floyd, mi ha aperto il mondo alla musica, alla chitarra e a suoni ricercati, poi “St Pepper Lonely Heart Club Band” dei Beatles che oltre ad essere un capolavoro mi ha fatto immergere nelle tecniche di registrazione e lo studio visto come uno strumento, e infine “Kid A” ed “Amensiac” dei Radiohead che mi hanno fatto capire che la musica elettronica ha un anima e può essere estremamente avvolgente.
Per quanto riguarda i live invece ti direi i Sonic Youth all'Alcatraz suonare tutto “Daydream Nation” e “DataMatix” di Ryoji Ikeda che ho avuto la fortuna di vedere al Barbican Center di Londra e mi ha completamente fatto impazzire.

Torniamo al presente. Come funziona il tuo lavoro all’interno di Fabrica? Ti occupi anche di sonorizzazioni per altri progetti? Sai da qui non mi è facile capire la distinzione tra Davide/Edisonnoside col disco, le installazioni, e Davide alla “scrivania” magari dei progetti “commerciali”. Ci sono differenze, anche come approccio?
Fabrica è un posto unico nel suo genere, vivi quotidianamente a contatto con una quarantina di persone provenienti da 15-20 paesi diversi e impari tantissimo sia professionalmente che culturalmente e soprattutto ti accorgi che pur facendo lavori simili ma diversi ci troviamo tutti nella stessa barca e abbiamo tutti le stesse ambizioni. Io nel dipartimento di Musica mi occupo di suono e produzione musicale dividendomi tra progetti personali e commissionati, passo da produrre musica house per lo spot Benetton a musica rock per un altro brand, realizzo musica per gli altri ragazzi del dipartimento video o del dipartimento di Design, collaboro molto con l’area di interaction design dati sia i miei studi che i miei interessi. Chiaramente le differenze ci sono dal punto di vista di genere, ci son stili musicali che prediligo e altri che ho imparato a fare, la cosa più interessante è che senza accorgertene l’uno influenza l’altro, il processo creativo per scrivere musica propria è ovviamente influenzato da quello che hai fatto prima, mi capita spesso di trovarmi a mischiare suoni e ambiti diversi, è molto stimolante. Diciamo che Edisonnoside convive molto bene con Davide multigenere.

Andiamo ora a “Sadly by your side”. La cosa che mi ha colpito sono le possibilità date dall’app di interagire con la musica. Questo aspetto è nato prima della composizione delle musiche e quindi è stato pensato in tandem (penso ad esempio alla struttura ad accumulo degli arrangiamenti), oppure è stata pensata in seguito?
La app è nata successivamente ai pezzi, ma ne è stata la naturale evoluzione. Con i ragazzi qui a Fabrica cercavamo un modo interessante di distribuire il disco cercando di andare al di là del supporto cd/vinile/digitale. Avevamo tempo e idee per fare qualcosa di più interessante, così ci siamo divertiti a convogliare discipline diverse come l’interaction design, grafica editoriale, video e ovviamente musica in un solo contenitore. Ci interessava rispondere alla domanda: “come possiamo reinventarci la distribuzione musicale nel 2014 in un epoca post-iPod, post-Itunes, post-Cd, post quasi tutto?” Così l’unione tra digitale (app) e analogico (libro) ci sembrava un ottima cosa per contenere un disco che racconta un tema avvolgente e personale come le distanze ma prodotto quasi interamente attraverso il laptop.



Il concept di “Sadly by your side” sono le distanze, anzi come tu dici: “Il disco vuole essere un viaggio, l’ennesimo, per allontanarsi quanto serve da noi stessi ed essere più vicini a quello che per noi è casa.” Pensi che l’app, l’approccio con lo spazio circostante che questa permette, amplifichi l’idea iniziale o in qualche modo la espanda?
Sì, penso lo faccia, è bello pensare che si siano delle versioni alternative delle tracce che sia adattino molto bene al contesto in cui sono ascoltate, chiaramente il nostro è un esperimento che in quanto tale ha pregi e difetti. Però l’idea da cui siamo partiti con Angelo Semeraro (il designer e programmatore della app) è appunto quella di ribaltare il fatto che associamo una canzone ad un luogo, ci siam detti perché non far adattare la musica al luogo stesso? Perché non utilizzare l’iPhone come finestra su un mondo alterato nei colori e nel suono che in quanto tale ci appare distante?

Oltre al disco ho visto che sono usciti alcuni pezzi sul tuo Soundcloud (tra cui remix) e so che stai per partire per il Sónar+D (dal 12 al 14 di giugno a Barcellona) accompagnato da Daniel Schwarz, artista con cui già collabori da tempo. Come nasce questa collaborazione? Come vi siete conosciuti? Come riuscite a tenervi in contatto e a progettare? Fate delle prove prima delle performance, vi chiudete in “saletta” per qualche giorno?
Io e Daniel ci siamo conosciuto a Fabrica nel 2012 io ero appena arrivato mentre lui era qui da qualche mese, abbiamo parlato e mostrato i nostri lavori e ci siam resi conto che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda sia dal punto di vista estetico visuale che da quello sonoro. Così abbiamo iniziato a pensare a cosa realizzare assieme. Come primo progetto abbiamo c’è stato “Vanish”, un cortometraggio sperimentale pensato come un viaggio surreale attraverso paesaggi irreali in completa interconnessione con la musica, il video è andato benissimo ha vinto premi in Giappone, siamo arrivati terzi ai Visual Music Awards a Francoforte ed è stato proiettato in America, Giappone, Australia, Europa quasi tutta, Brasile e in altri posti che ora non ricordo. Poi dopo “Vanish” io lavoravo al disco e con Daniel volevamo pensare una performance che portasse avanti l’idea di giocare con la percezione visiva e in totale sincronia con la musica così è nata “Imposition”. Daniel adesso è a Los Angeles alla UCLA dove insegna e studia, ci teniamo in contatto costante via Skype, tanto per cambiare le distanze… Per la performance abbiamo un set-up testatissimo che proviamo al volo dopo aver montato e mappato lo stage, è stressante ma ci siamo preparati ad ogni evenienza.

Al Sónar+D che cosa presenterete? Riesci a darmi un’idea “su carta” di come funzionerà l’installazione? Quale sarà l’interazione rispetto al brano e quali le possibili interazioni?
Al Sónar presentiamo appunto “Imposition”, una performance audio-visuale in cui io e Daniel suoniamo all’interno dello stage composto da una matrice di aste altre 2 metri e larghe 15 cm, tutte video mappate, ogni singolo evento sonoro viene inviato dal mio laptop a quello di Daniel e a sua volta processato e assegnato ad un elemento visuale. Tutto iper sincronizzato in tempo reale, le tracce sono suddivise in layer sonori che abbiamo deciso di visualizzare e assieme abbiamo pensato che tipo di immagini o forme o colori dare ad ogni elemento, sono 9 tracce alcune da “Sadly by your side” e altre realizzate appositamente per la performance, quindi più cariche di singoli elementi e ritmica, per circa 40 minuti di live che proporremo tre volte al giorno per tutti i tre giorni del Sónar. Chiaramente ogni canzone ha un suo immaginario visivo che la rappresenta e la rende diversa dalle altre.

Sarà un’esibizione unica o la porterete in giro? Riesci a trovare spazi per queste performance in Italia?
L’esibizione per ora è l’unica che abbiamo durante l’anno, siamo già stati a Mosca, Ginevra e Francoforte, purtroppo è difficile, ha bisogno di un certo tipo di spazio e di equipaggiamento, in più Daniel vive stabilmente a Los Angeles perciò è abbastanza complicato anche da quel punto di vista. In Italia non è facilissimo portare in giro questo tipo di performance vuoi per i costi, vuoi per gli spazi e soprattutto perché non c’è interesse nel grande pubblico, anche se, devo essere sincero, vedo sempre di più un brulicare di realtà fortemente indirizzate verso questo tipo di cose, a partire dal Robot Festival a Bologna passando per il Live Performance Meeting di Roma e il Kernel Festival.



Ho qualche amico che si occupa di Max/MSP e di installazioni. Sono abituato a vedere l’installazione come il “prodotto finale” di un processo di studio e ricerca, forse un po’, se vuoi, fine a se stesso, pure quando si tratta di collaborazioni con altri artisti. Ciò che mi ha colpito di quello che stai portando in giro è il fatto che il punto iniziale è la musica e che le installazioni son un mezzo per espanderne le possibilità di rappresentazioni live, insomma, piuttosto di un dj set. Pensi che questo sia il modo migliore per portare live la tua musica?
Hai ragione spesso le installazioni sono molto auto-referenziali e piacciono solo a chi se ne occupa, “Imposition” innanzitutto è una performance live ed è uno di quei casi in cui la parte visuale, che spesso oscura quella audio, non potrebbe esistere se non ci fosse la musica, in quanto sono le componenti sonore che generano o triggerano quelle visuali. Per quanto riguarda me attualmente la vedo come la cosa migliore che posso portare dal vivo, sono un musicista elettronico e non mi posso permettere una band come può avercela un Jaar o Blake, perciò devo suonare di fronte ad un pubblico dietro un laptop che sembra che leggo la mail, e faccio fatica ad apprezzarlo e divertirmi, poi chiaramente lo faccio, complicandomi anche la vita con chitarre, microfoni, percussioni in aggiunta. Credo che il laptop musician sia molto più accettato oggi rispetto a qualche anno fa perché ci stiamo abituando alla cosa, ma non per questo ritengo che lo spettacolo sia sempre adeguato. Se parliamo di live si deve far il possibile per catturare anche l’attenzione visiva del pubblico, ma oggettivamente non è un processo semplice. Magari mi sbaglio e son io che ho troppe pretese (cosa probabile).

Ho dato un occhio sia al Sónar+D che al programma del Sónar, che si svolgerà in contemporanea. Ma se ci fosse del tempo libero, hai già dato un occhio al programma di entrambi? Ti piacerebbe andare ad ascoltare qualcuno o vedere qualche altra installazione? Io personalmente sì e rimpiango di essere a Milano in quei giorni.
Sì, il Sónar+D è a tutti gli effetti parte del Sónar by day, io avrò tempo libero si spera dalle 8 in poi e sicuramente non mi perderò i Massive Attack, Plastikman, uno spettacolo di James Murphy col suo super impianto e non vedo l’ora di sentirmi Kid Koala, Oneohtrix Point Never e Bonobo. Poi chiaramente mi dividerò tra pubbliche relazioni in cerca di contatti pazzeschi ed etichette discografiche ma soprattutto andrò a dare una mano agli altri ragazzi di Fabrica: Francesco, Lisa e Catlin che portano un installazione sonora super interessante, “SWAY”, a cui proprio ora sto lavorando anche io per la parte audio. Saranno tre giorni duri ma bellissimi.

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