La storia della Eko, la più grande fabbrica italiana di chitarre Intervista

Il liutaio Roberto Fontanot, collaboratore dell'azienda Eko. Foto via www.ekomusicgroup.com - Il liutaio Roberto Fontanot, collaboratore dell'azienda Eko. Foto via www.ekomusicgroup.com -
27/03/2017

All’inizio di quest'anno Eko Music Group –storica casa produttrice di chitarre recanatese, fondata nel 1959 dal geniale Oliviero Pigini- ha annunciato il ritorno in Italia della produzione di chitarre dopo anni di delocalizzazione all’estero. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Massimo Varini, musicista, turnista, produttore e Project Leader dell’azienda, per capire meglio le motivazioni dietro a questa scelta.

 

Quando è nata l’azienda Eko?
L’azienda nacque nel 1959. Oliviero Pigini era un imprenditore (avvicinatosi al mondo degli strumenti musicali come decoratore di fisarmoniche presso un artigiano e in seguito nelle imprese di due zii, fino a fondare un’attività di produzione di fisarmoniche in proprio e in seguito un import di strumenti, nda). Percependo i forti segnali che arrivavano dagli Stati Uniti, Pigini partì da una grandissima intuizione: mentre noi in Italia continuavamo a usare le fisarmoniche, dal movimento del Rock and Roll americano emergeva la chitarra. La sua intuizione fu quella di prendere i pezzi delle fisarmoniche, quindi tutta la celluloide che veniva utilizzata, per costruire delle chitarre diverse rispetto a quelle che venivano prodotte in America, all’epoca già Fender e Gibson. Iniziò così a fabbricare le prime Eko, modelli dai colori particolari, un po’ prismatici. Ebbe questa illuminazione, che fece sì che per un certo periodo la Eko sia stata la fabbrica di chitarre più grande del mondo. La partenza fu tutta lì: nel capire che il rock sarebbe arrivato e, cosa non da poco, nel cercare di produrre chitarre economiche.
Fino a quel momento, le chitarre avevano comunque un certo costo: Pigini decise di creare una chitarra per la massa. Solitamente, le chitarre acustiche hanno il manico incollato, il che rende la costruzione più complessa e costosa per via degli innesti creati, che fanno sì che un dato manico vada bene solo su una data chitarra. Lui si inventò di avvitare il manico della chitarra acustica alla cassa così come veniva fatto per la chitarra elettrica, cioè con quattro viti, senza però una dispersione di suono. Questo abbassò moltissimo il costo della manodopera, perché con quel processo seriale tutti i manici andavano bene per le chitarre con lo stesso scasso del ponte. Tant’è che in seguito la vendita di chitarre avveniva anche attraverso le pubblicità negli angoletti in basso nelle riviste: uno le ritagliava, faceva l’ordine per posta e gli arrivava la chitarra a casa. Adesso ovviamente sono racconti che fanno quasi sorridere, ma se andiamo indietro di più di cinquant’anni erano sicuramente idee che, dal punto di vista di comunicazione e marketing, nessun altro aveva utilizzato.

(Oliviero Pigini mostra una chitarra EKO a un giovanissimo Gianni Morandi, via)

Ci racconti qualche aneddoto o vicenda particolare dietro la nascita dei vostri strumenti?
Non ho aneddoti, non ce ne sono nemmeno nel libro dedicato a Pigini. Però sono di fatto aneddoti tutta una serie di idee forti che ebbe. Pigini ebbe l’intuizione di colloquiare direttamente con gli artisti per creare strumenti il più performanti possibili. Ci sono foto di Pigini insieme a Morandi, ai Rokes di Shel Shapiro, ai Kings. Insieme crearono alcune chitarre disegnandole insieme, la Eko a freccia dei Rokes usata da Shapiro fece storia. Investì poi molto denaro al fine di sponsorizzare le band che volevano usare Eko: forniva loro un furgone con scritto Eko e le aiutava nella diffusione della loro musica, purché suonata con strumenti Eko. Inoltre, formò una squadra di docenti per formare a loro volta docenti di strumento. Fece arrivare in Eko, all’epoca a Recanati, una serie di insegnanti di conservatorio o anche provenienti dalle scuole civiche, per insegnare loro come insegnare al meglio la chitarra. Per l’epoca, stiamo parlando di inizio anni '60, era un’idea davvero rivoluzionaria.

Chi sono i musicisti più famosi e importanti che scelsero di utilizzare strumentazione Eko?
Endorser ufficiali, vedi i Rokes di Shapiro che menzionavo prima, e poi moltissimi altri, vedi Bennato. Immaginati che in azienda abbiamo fotografie dove Hendrix utilizzava una Eko o dove Jimmy Page usava la Ranger 12 corde per “Stairway To Heaven”. Ci sono nomi veramente giganteschi che hanno utilizzato questi strumenti. Anche perché c’è da dire una cosa: essendo diventata un’azienda così grande, da un certo punto in poi Eko iniziò anche a produrre per altri. Intraprese la produzione di organi e amplificatori, per esempio per VOX. Così facendo, aumentò naturalmente di molto i propri contatti e ampliò tutto quello che gira attorno al mito di Eko. La Eko Ranger 12 corde resta la 12 corde più venduta della storia.

(I Led Zeppelin, foto via)

A fronte di una storia rivoluzionaria e di un’azienda in crescita, quali fattori causarono lo spostamento della produzione di strumenti all’estero e quando?
Una causa importante fu il grosso incendio nell’aprile del ’66, che distrusse larga parte degli stabilimenti a Recanati. Oliviero riuscì a ricostituire l’azienda, però scomparve l’anno successivo. Il marchio fu rilevato dal fratello di Pigini e da altre persone, ma l’azienda risentì moltissimo della mancanza del suo ideatore, che era un mezzo genio e un visionario. Inoltre, cosa determinante, verso la fine degli anni ’80 iniziavano ad arrivare le prime produzioni orientali. Questo creava problemi anche a Fender e a tutte le altre case produttrici: fino a quel momento la chitarra era americana, ma si iniziò a capire che anche quella che arrivava dal Giappone, pur essendo un po’ più economica, aveva un’alta qualità di produzione. Le produzioni iniziarono a spostarsi verso l’Indonesia: per un marchio che stava ripartendo era un disastro, perché in Italia era impossibile produrre a un costo tanto basso e questo rendeva l’azienda non competitiva. Così iniziarono a spostare le produzioni prima nell’Est dell’Europa e poi in Oriente, perché era l’unico modo per rimanere sul mercato.

Di recente avete annunciato che riprenderete la produzione di chitarre in Italia. 
Faccio un piccolo passo indietro. Io sono un musicista. Suono come turnista, mi occupo di produzione. Non sono uno dell’azienda. Realizzo delle consulenze esterne in qualità di Project Leader. Qualche anno fa, Eko realizzò una chitarra signature per me. Era la chitarra più costosa del catalogo: Eko non aveva mai venduto chitarre che costassero più di 150€. Quella realizzata per me ne costava 350€, ma nell’arco di poco tempo finì a rappresentare più del 30% del fatturato. Così, fui incaricato di rifare l’intero catalogo dell’azienda. Però per me, qualora le cose fossero migliorate e i fatturati fossero aumentati, era rilevante riuscire a riportare lavoro e produzione in Italia. Nei primi due anni dal lancio del progetto, l’azienda ha più che raddoppiato il fatturato. E quindi, ecco che proviamo a partire con questo progetto di tornare Made in Italy. Questo non significa che domani apriremo una fabbrica gigante dove produrremo chitarre. Si tratta di un progetto con diversi step.

(Adriano Celentano con una chitarra Eko a metà anni Cinquanta, via)

Qual è stato il primo di questi?
Ho iniziato chiamando come primo collaboratore un liutaio di fama internazionale, Roberto Fontanot. Veronese, ha lavorato anche per Steve Vai, Tommy Immanuel e tanti altri grandissimi chitarristi. Ho pensato a lui perché non è soltanto un liutaio, ma un liutaio di mentalità aperta, che pensa che anche industrialmente, e non solo con lima e carta vetrata, sia possibile creare prodotti realizzati in un certo modo. Ha seguito tutta la produzione in Cina dell’azienda: ora, proprio attraverso la produzione in Cina, cerchiamo di finanziare questo progetto. Lui si è spostato da Verona alla parte superiore dell’azienda con il suo laboratorio di liuteria, provvisto di macchine a controllo numerico, una stanza per la verniciatura e così via. E ora iniziamo questa produzione.

È un processo che coinvolgerà un largo numero di prodotti?
Si tratterà di alcuni modelli. Ed è già ben chiaro come saranno. Il lavoro che stiamo facendo è però legato alle tecnologie, che per una chitarra significa: prove di abbinamenti di legni, meccaniche in fibra di carbonio al posto dei tiranti in metallo nel manico, aste in fibra di carbonio per ottenere chitarre particolarmente leggere, risonanti e al tempo stesso robuste. La rosetta sarà in fibra di carbonio, così da dare un certo tipo di sostegno intorno alla buca, dove a volte gli strumenti mostrano di essere un pochino più delicati. Le viti saranno realizzate in Ergal, una particolare lega di alluminio per l’aeronautica. Stiamo cercando di portare una chitarra già pensata ad alcune performance sonore che la possano differenziare. Quindi, in realtà la produzione in Italia è già ricominciata, ma non abbiamo ancora venduto. Perché quando crei una chitarra nuova, devi anche prevedere un periodo di test serio, cioè comprendere se il nuovo materiale che stai utilizzando ha la tenuta che ti aspetti. Ci sono chitarre pronte da mesi: una sera le lasciamo in macchina in inverno nel baule, il giorno dopo vicino al termosifone. Vengono suonate da più mani e il giorno dopo lasciate vicine alla finestra, così che batta loro addosso il sole. Tutto questo per vedere come reagiscono. Il nostro primo Made in Italy è stato la vera prototipazione, per poi andare a produrne in Oriente la versione più economica.

A quale mercato sono principalmente destinate le chitarre che produrrete in Italia?
Finora questo Made In Italy realizzato in piccole quantità è andato soprattutto in Brasile e in Giappone. In Italia, e non mi vergogno di dirlo, Eko ha purtroppo una fama di chitarra economica e non abbiamo la credibilità per poter vendere quel prodotto. È diverso all'estero, dove un giapponese che prende qualcosa Made in Italy cerca il nostro stile, la nostra qualità, tutto quello che è il know-how italiano. Che è il motivo per cui siamo famosi nel mondo.

Più in generale, quante chitarre vendete ogni anno nel mondo?
Siamo sopra ai 100.000 strumenti all'anno, di tutte le fasce di prezzo. Ovviamente buona parte del mercato, diciamo un 30 o 40%, è rappresentata dall'Italia. Un mercato che sta crescendo molto bene è l'Australia: lì hanno un modo molto particolare di lavorare con le scuole, dove sono presenti megashop in cui lo studente trova dal grembiule, ai quaderni, agli strumenti musicali. E le nostre chitarre sono di una fascia giusta per gli studenti. Una grande soddisfazione è che negli Stati Uniti le nuove chitarre sono piaciute molto, tant'è che la Ranger Eko Vintage Reissue è diventata top seller all’interno della catena più grande al mondo, Guitar Center. Ovviamente per noi essere top seller in un negozio di quella qualità e soprattutto con quella diffusione è un grande orgoglio. L’Inghilterra sta andando bene, la Spagna è partita, c'è qualcosa nell'Est e negli Emirati Arabi. Questi sono i principali mercati. Gli altri sono importanti, ma non come quelli che ti ho citato.

Quanto pensi abbia inciso l’attività di Eko nell’affermazione del Made in Italy musicale nel mondo?
La maggior parte dei successi degli anni '60 sono canzoni inglesi o americane a cui era stato cambiato il testo. Equipe 84, Nomadi e tanti altri artisti facevano successo in quegli anni con brani stranieri tradotti in italiano. Questo ovviamente è un fatto che ha contribuito a bloccare la possibilità che l’Italia potesse andare all’estero con prodotti propri. A prescindere da Modugno, forse la prima musica italiana esportata è stato il Tozzi di “Ti amo”, per poi arrivare a Ramazzotti, Pausini, Nek, Bocelli. Ma in questa esportazione Eko non ha potuto purtroppo influire, perché quando l'azienda era grande la musica italiana all’estero non aveva questo peso. Questa però è un’opinione molto personale.

(Massimo Varini presenta Profumosa, creazione del 2014 interamente realizzata in Italia)

Qual è la maggior difficoltà che incontrate oggi come grossi produttori e rivenditori di strumenti?
C’è un problema, soprattutto italiano, di carattere culturale. Le chitarre oggi costano molto meno di quanto costavano trent’anni fa. Oggi una chitarra economica costa veramente poco, 39€ e la compri. 39€ potrebbe essere il costo di una cena fuori e tu con quella cifri compri una chitarra che potrebbe durarti una vita. Nonostante questo, noi vediamo genitori o nonni entrare nel negozio di strumenti per comprare una chitarra al figlio o al nipote che deve fare musica a scuola. Il commesso gliene mostra una, magari non la più economica in assoluto ma una da 60, 80€, che abbia almeno una parvenza di legno. La risposta è “non c’è qualcosa di più economico?”. Nel frattempo, il nipotino o il figlio sta giocando con un iPad da 1000€. Negli Stati Uniti, quella chitarra viene venduta nel negozio di giocattoli, non in un negozio di strumenti musicali. E così accade anche in Inghilterra, dove noi non vendiamo la chitarra più economica, perché è considerata un giocattolo. Questo è il primo scoglio, cioè il muoversi in un territorio in cui la musica e lo strumento musicale non sono eccessivamente considerati.
In secondo luogo, diversi anni di Eko sostenuti con chitarre così tanto economiche hanno fatto sì che la credibilità del marchio sia un po’ scesa. C’è poca fiducia nel mercato, lo vedo spesso anche nei commenti nei vari forum chiusi o gruppi di Facebook, quando i nostri endorser –e ne abbiamo a centinaia- caricano video in cui usano Eko e molti faticano a credere sia una Eko normale. E poi c'è il fatto che gli italiani spesso sono contro l’Italia. L’italiano non riesce a percepire come prodotto italiano un prodotto italiano fabbricato in Cina, ma percepisce come americano un prodotto americano fabbricato sempre in Cina. Questo è uno scoglio culturale difficilissimo da oltrepassare. D’altronde abbiamo anche persone che acquistano chitarre da 100€ e si chiedono dove sia realizzata: secondo te? Se con il 22% di iva e un costo del lavoro aziendale in Italia arriva a circa 30€ all’ora, considerando poi quanto paga l’azienda in termini di contribuzione, incluse le tredici o quattordici mensilità a fronte di undici mesi di lavoro... In Italia non è possibile produrre chitarre che siano sotto quel livello. Non ce la puoi fare a meno, a meno che tu non sia un bandito che lavora con persone schiavizzate, vendendo poi senza fattura. Ma se sei una persona che lavora secondo le regole, rispettando la sicurezza sul lavoro, non ce la puoi fare.

È evidente che il costo di produzione di una chitarra in Italia è molto maggiore rispetto all’estero. Ne vale davvero la pena?
Non è quello su cui contiamo in questo momento per realizzare la maggior parte del fatturato. È come se io stessi guardando un iceberg. Questa piccola produzione ne è la punta, è quello che mi giustifica tutto quello che sta sotto. Perché significa dimostrare che siamo in grado anche di creare una grande produzione, grande in termini di qualità. A me interessa che Eko possa essere imbracciata anche da musicisti di rinomate qualità artistiche. E che lo possano fare con orgoglio, avendo in mano strumenti che suonano veramente bene. Questo non significa che quelli che abbiamo fatto in Oriente non suonino bene, comunque: le chitarre delle serie Ego, Mia ed Evo sono su palchi importantissimi, io me la sono portata in tour con Biagio Antonacci e altre chitarre sono state in tour con Baglioni, Morandi, Dolcenera. Sono chitarre intorno ai 500€, ed è un gran risultato far sì che una chitarra che costa così poco sia ritenuta buona al punto da poterci lavorare, portandola all'attenzione di un artista importante. Se questa produzione dimostrerà di essere interessante, l'idea è proprio quella di creare una struttura dove andare a produrre insieme a Roberto e ad alcuni contatti che abbiamo con scuole, istituti professionali e università. Una vera scuola di liuteria, dove formare giovani che siano pronti per costruire chitarre in una sorta di catena montaggio di qualità. Riuscendo finalmente ad avere di nuovo (sebbene in Italia il costo del lavoro e tutta la burocrazia lo rendano un processo difficile) un’azienda in cui produrre chitarre in modo industriale, ma di alto livello.

Tag: intervista strumenti

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