Elio e le Storie Tese - La versione di Faso Intervista

Elio e le storie tese - La questione italiana: le radio che non fanno più il loro dovere, Pompei che crolla, le band poco coraggiose, il fighismo imperante, l'abitudine al mediocre. Faso si lancia in risposte a fiume per dire la sua sullo stato di salute della musica in Italia, passando per Sanremo e il Primo Maggio. E poiElio e le storie tese - La questione italiana: le radio che non fanno più il loro dovere, Pompei che crolla, le band poco coraggiose, il fighismo imperante, l'abitudine al mediocre. Faso si lancia in risposte a fiume per dire la sua sullo stato di salute della musica in Italia, passando per Sanremo e il Primo Maggio. E poi
12/09/2013 di

La questione italiana: le radio che non fanno più il loro dovere, Pompei che crolla, le band poco coraggiose, il fighismo imperante, l'abitudine al mediocre. Faso si lancia in risposte a fiume per dire la sua sullo stato di salute della musica in Italia, passando per Sanremo e il Primo Maggio. E poi la "Canzone Mononota", "Amore amorissimo"  che a Porta a Porta ha fregato tutti, e poi come è nata "Parco Sempione", l'impegno politico e molto altro ancora. L'intervista di Renzo Stefanel.

Uno degli aspetti salienti dell’"Album biango" è secondo me la nostalgia del passato, non solo, musicale. Così ho pensato a quando nel 2009 Elio mi diceva che non vedeva “in giro dei nuovi Genesis in Italia”. Questa nostalgia nasce da una delusione nei confronti del presente?
Mah, guarda: nostalgia vera e propria forse non è. A dire il vero è un’osservazione matura – perché ormai non siamo più dei ragazzini – sul mondo della musica, in particolare italiana, che è un po’ piatto e privo di proposte coraggiose. I testi delle canzoni si sono banalizzati. Ad esempio, c’è modo e modo di cantare l’amore. Si può farlo come Battisti in “Il monolocale”, in cui il protagonista ha il problema di non avere più l’appartamento di suo zio dove andare con la fidanzata a passare le notti. Il ritornello del brano dice “Soltanto vendesi, soltanto vendesi e neanche un buco per affittasi”: così una canzone d’amore fa passare un problema sociale, quello della casa.
Sottoscrivo quello che diceva Elio perché anch'io sono tempestato di cd di gruppi di ragazzi dove la qualità strumentale non è niente male, ma la banalità della proposta lascia sgomenti. Se fossi giovane adesso, oserei di più. È questo che potrebbe essere forse la sintesi del discorso. Mi sembra che osino tutti poco. Che sian tutti lì preoccupati di far la cosina giusta per vendere di più o perlomeno piacere di più. Mentre nell’epoca che amiamo noi, se vogliamo gli anni 70, di cui è permeato questo disco come ispirazione (ma anche le nostre cose precedenti lo sono sempre state), gruppi di ventenni come Area, Genesis, Yes, stavano in sala prove miliardi di ore e inventavano delle cose che ti fanno dire: “Porca vacca! Che idee, che coraggio, che ardimento!”. E adesso questa cosa qui non c’è più o c’è poco oppure, se c’è, non ha la possibilità di esprimersi.

Ci sono dei distinguo da fare - la musica radiofonica, quella che va in tv, il web – o è un discorso più generale?
La radio, secondo me, da tempo ha tradito la sua funzione primaria. Io ricordo che da ragazzino ascoltavo Free Radio, e un giorno, mentre stavo giocando con un mio amico – avrò avuto dieci anni – il dj ha detto: “Ragazzi, oggi ho comprato il nuovo disco dei Pink Floyd, “Wish You Were Here”. Siccome è un po’ difficile scegliere un brano ve lo faccio sentire tutto". Adesso tu dimmi se è una cosa che una radio di adesso potrebbe fare. Per i tempi radiofonici, per cui le canzoni devono essere di tre minuti e mezzo? Ma la musica è arte, non è tre minuti e mezzo. Hai mai sentito di un film che non esce perché invece di essere 90 minuti è 110? Ma stiamo scherzando?

Secondo te sono i media ad avere poco coraggio o è in primis la musica ad essere poco coraggiosa?
Sono sempre discorsi complicati. Da un lato almeno oggi la tv non vive più la musica come un problema (“Se c’è la musica si abbassano gli ascolti”): invece adesso con i talent, guardando il lato positivo di questo nuovo evento mediatico, è tornata in tv la musica dal vivo. C’è gente che canta e performa dal vivo e questo genera interesse nel pubblico. Questa è una bella notizia, secondo me. La radio che ha sicuramente, o almeno apparentemente, meno vincoli, potrebbe svolgere una funzione anche più educativo-culturale sui giovani. Potrebbe benissimo alternare grandi successi dell’attualità e grandi successi del passato, offrire un piatto variegato culturalmente. Il bello della musica è che il problema del tempo ce lo hanno solo i batteristi che non vanno a tempo, ma non ha il problema di essere vecchia o di essere nuova: non a caso la musica attuale è stracolma di cover.

Siamo nell'epoca delle retromania, come direbbe Simon Reynold. Si predilige rifare il passato invece che guardare avanti.
Si potrebbe anche cercare di guardarsi di fianco, la musica non è solo indietro/avanti: è anche sinistra/destra, è 360° gradi intorno a te, perché ci sono dei mondi musicali che nessuno ha mai esplorato e che sono interessantissimi. “Parco Sempione” nasce da Cristian Meyer, il nostro batterista, che è andato a farsi una vacanza in Marocco ed è tornato dicendo: “Ragazzi, ho sentito un gruppo marocchino dove c’erano un batterista e un percussionista che facevano un groove pazzesco. Gliel’ho tirato giù. Ve lo faccio sentire”, ed è nata “Parco Sempione”. Non te la cito perché è una nostra canzone ma perché rappresenta una possibile via anche di superamento della forma canzone classica italiana. E quando vedo la gente dal vivo che batte le mani su questa roba tutta storta, capisco come il risultato sia stato raggiunto. Quella potrebbe essere una via per il superamento anche della forma canzone classica: strofa-ritornello. La musica in radio è tutta così, strofa-ritornello, e poi, colpo di scena, c’è lo special. E poi c’è un nuovo ritornello alla fine forse un tono sopra, così facciamo sentire che il cantante va più in alto. Non ci siamo. Secondo me non è una questione di passato/futuro, perché non credo che esista un vero passato nella musica, non ci sono delle cose “vecchie”, tipo “questo non si fa più: è vecchio”.
Si possono creare infinite cose nuove, usare anche parole nuove. Ti cito Battiato, per farti un esempio di uno che ha sempre utilizzato dei termini che nelle canzoni non c’erano mai: l’effetto è vincente e originale. Quindi il retrò è una scappatoia come è l’imitazione: “Ah, questo sound funziona, quindi faccio anch’io così”. I gruppi secondo me non lavorano tanto nella direzione di essere personali. Anche gli strumentisti.


 

In Italia è così, all’estero non proprio, e va detto che l’industria musicale è in crisi ovunque.... 
...i truccatori che ci hanno truccato a Sanremo e ci hanno fatto diventare dei ciccioni fantastici sono dei ragazzi che sono anni che lavorano a Londra. E quando gli domandi come mai non stanno qua, ti rispondono: “E cosa ci stiamo a fare qua? A mettere la cipria a Bondi?”. Più in generale, la mia sensazione è quella di vivere in un Paese che dei suoi aspetti culturali se ne è fregato e se ne frega. E si è dimenticato dei grandissimi cantanti e artisti che abbiamo avuto. Non a caso siamo meta turistica di gente che viene a vedersi le nostre bellezze. Ma noi siamo degli inetti perché non siamo neanche capaci di curarli, i nostri monumenti. Se tu vuoi andare a vedere “Il cenacolo” di Leonardo fai la fila per mesi.

Come cantate in “Il tutor di Nerone”.
Guarda, l’ho scritta io quella frase perché c’era un mio amico che aveva degli amici inglesi che sono venuti apposta a Milano, prenotando due mesi prima la visita al Cenacolo e quando sono arrivati c’era sciopero. Hai capito? Ma tu pensa questi due quando tornano in Britannia cosa diavolo dicono degli italiani? E ce lo meritiamo. Ed è un esempio. Poi c’è Pompei che crolla. Ci devono togliere di ufficio le cose, a noi italiani.

Cosa vedi di positivo dell’Italia di oggi?
Ne vedo tante di cose positive. Siamo vittime di una realtà vecchia, costruita su vecchie cose, che non funzionano più da tantissimi anni. Ci vuole tempo per cambiarle, per scalzare abitudini e usanze sbagliate, però mi sembra di vedere che qua e là ci siano delle luci. E sento anche nei giovani, per quanto riguarda la musica, un amore rinascente nei confronti della musica suonata dal vivo. Ci sono delle grandi opportunità: questa è secondo me la cosa bella di quest’epoca. Sono convinto che gli italiani si sveglieranno, ma ci vogliono tempo e soprattutto una rivoluzione culturale perché comincino a rendersi conto che sono bravi. Noi guardiamo solo gli stranieri, ma siamo bravi anche noi, abbiamo un sacco di idee, solo che viviamo in un mondo che ce le gestisce malissimo: dobbiamo cambiare questo mondo, non le nostre idee, non la nostra creatività, non le nostre capacità e far sì che esse e il nostro territorio bellissimo non siano più gestiti da questo esercito di inetti.

Parliamo un po' di canzoni: “La canzone mononota” è un elogio della semplicità di fronte agli sfiancanti vocalizzi dei cantanti dei talent show?
(Ride, NdA) No, non è così. In realtà “La canzone mononota” è partita da un gioco: “Allora quale potrebbe essere la canzone più semplice e banale del mondo, però sotto incasinatissima? Facciamo un pezzo con una nota sola e sotto c’è l’inferno”. Poi, certo, c’è la gag del cantante che svisa prima ancora di cantare la melodia, nell’intro del pezzo. E' un po' il morbo di questi tempi: “Ma non so ancora com’è la melodia: che cazzo mi fai lo svolazzo prima?" Anche questa cosa qui è figlia del fighismo imperante, del “devo farti subito vedere quanto sono figo”.

Che mi dici del simil-Modugno di “Amore amorissimo”?
È una composizione tutta di Rocco Tanica che aveva scritto per una gag di Fiorello in tv, il quale, dato che lui canta benissimo in finto modugnese, la avrebbe presentata come un inedito di Modugno incredibilmente ritrovato. La cosa divertente è che, dopo la sua esibizione, ci fu un dibattito a Porta a porta, dove c’era chi diceva “Ah, sì, riconosco il sound del Maestro. Però le parole sono un po’ strane: non me le aspettavo da lui”. E solo uno degli ospiti disse: “Ma per me è uno scherzo: queste parole qua non mi sembrano tanto da Modugno”. Ti rendi conto?


 

Il disco si apre nel segno di Sanremo, con l’intro “Televisione russa” e i due brani portati al festival, e si chiude nel segno del concertone del Primo maggio. A mio avviso avete preso di mira due baracconi dei peggiori che abbiamo, dove il “vecchio” si mostra in tutta la sua accezione negativa. O no?
Sanremo secondo me è un caso a se stante, perché comunque ha una sua liturgia, che in un certo senso va rispettata: ha un pubblico molto variegato e penso che anche la nonna che lo guarda abbia il diritto alla sua gratificazione musicale. Quindi è giusto che il Festival proponga anche cose che a me e a te possono non piacere e suonare un po’ stantie.
Sul Concertone del Primo maggio il discorso è diverso, perché invece sarebbe un’opportunità per far ascoltare una musica un po’ diversa e dar spazio a delle band interessanti. Ma ti racconto un fatto che non sa nessuno, accaduto quest’anno. Quando la diretta è finita a mezzanotte, era previsto un gran finale in cui l’orchestra di Vittorio Cosma avrebbe dovuto suonare “Arrivederci” di Battisti, tutti insieme, con i fiati: insomma, dovevano esserci ancora un 20 minuti-mezzora di musica. Si è interrotta la diretta televisiva: “Eh, ci dispiace, spegniamo tutto: non c’è più la tv”. E, ti giuro, c’era tutto il pubblico che era stato lì tutto il giorno. Il messaggio qual era? “No tv, no music”. Cioè: l’evento non importa. I musicisti erano infuriati, dietro al palco, perché dicevano: “Ma come? C’è il palco, è tutto attaccato, c’è il pubblico, una marea sconfinata, e non possiamo salire a suonare perché non c’è la tv che ci riprende? E chi se ne frega: suoniamo per la gente” – “Eh, no, mi dispiace: dobbiamo smontare”. Ma ti sembra una roba possibile? C’hai la gente che vuole suonare – tutta brava - c’hai il pubblico che vuole sentire: che l’evento vada avanti. I musicisti avevano sul volto un misto tra la furia, la delusione, lo sgomento, che non ti dico.

Da molto siete un gruppo “impegnato”: per essere brevi, “Parco Sempione”, l’appoggio per Pisapia, i tuoi filmati di denuncia. L’avete sempre fatto a modo vostro, zappiano direi. In un’epoca di così forte contrasto e crisi ci si aspetterebbe almeno una descrizione della situazione del Paese. A che punto siamo con la canzone politica oggi?
Secondo me c’è tutto lo spazio che vuoi. Devi togliere un po’ di “nel blu dei tuoi occhi mi annegherei / come sono triste perché non ami più”. Devi fare un ragionamento di questi genere: “Nel mio disco ci sono dieci pezzi? In tre parlo di lei: il cuore, il batticuore, l’amore, la pulsazione. Magari negli altri brani distribuisco altri messaggi”. Non è vietato. Non c’è nessuno che dice: “No, guarda: qua c’è un po’ troppo impegno sociale. Devi mettere un po’ più di amore”. Però bisogna aver coraggio e mettersi un po’ in gioco: “Voglio dire una cosa che magari a qualcuno dà un po’ fastidio. Attenzione!”. Ma piacere a tutti e star tranquilli è il trend di questo millennio.
Ritorno a quello che dicevo prima per le radio: “Per stare tranquilli, passiamo le robe che sicuramente fan successo”. La banalissima idea geniale che c’è dietro è questa. Ma non è sempre stato così, perché l’Italia sarà un Paese di sempliciotti, ma l’italiano ha le orecchie e le orecchie non sono malate o non sono più capaci di sentire. Mi è capitato di nostri fans che sentendo le nostre robe mi hanno chiesto a chi si ispirassero. “È un po’ un omaggio agli Earth, Wind & Fire” – “Chi sono gli Earth, Wind & Fire?”. E mi capita, ma sovente, che questi ragazzi poi arrivano e mi dicono: “Sai, Faso, che sono andato a prendermi un The best di Earth, Wind & Fire: che ritmo, che tiro”. Mi rendo conto che questi ragazzi semplicemente non conoscono le cose. Il problema è l’abitudine al mediocre.

 

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