Intervista Elettrojoyce, via email Intervista

18/03/2001 di Giancarlo Riviezzi

Giancarlo Riviezzi ha intervistato via email due dei componenti storici degli Elettrojoyce, che ora guardano dall'esterno l'evolversi del progetto, lasciato nelle mani del frontman Filippo Gatti con la sua nuova formazione. Con molta sincerita' i due ragazzi parlano del gruppo e della sua storia, senza nascondere un velato risentimento...



ROCKIT:Il debutto autoprodotto del '96, sebbene sia una raccolta dei primi pezzi degli Elettrojoyce scritti in tempi diversi ed in gran parte con una formazione diversa, delinea già uno stile originale. Non avete dunque faticato a trovare un "sound" vostro.

STEFANO: Mi fa piacere che non si senta, ma in realtà ci sono voluti anni per trovare un sound che ci soddisfacesse abbastanza da affrontare la realizzazione di un vero album. Riassumendo un percorso tutt'altro che lineare: il mio primo demo con Filippo è del 1987, ed era ancora molto legato alla new wave. Con l'ingresso di Andrea (e quindi del piano) all'inizio degli anni '90, abbiamo attraversato un periodo in cui il ruolo della chitarra era fortemente ridimensionato (ero passato al sax); intorno al 1993, innamorati del suono distorto di Nirvana e Pearl Jam, i primi tentativi di unire chitarre piuttosto prepotenti e atmosfere d'autore, tentativi che sfoceranno nel primo album.

ROCKIT:Una musica che è stata presto definita "colta", ritagliando un pubblico "di nicchia". Quanto vi ha aiutato e quanto vi ha pesato questa affermazione? Vi ci rispecchiate?

STEFANO: Senza dubbio una proposta come la nostra se riesce a ottenere riscontri li ottiene, almeno all'inizio, da parte del pubblico più attento e preparato, che nel nostro Paese è fatto da poche migliaia di persone. Non ti nascondo che eravamo certi che questo riscontro si sarebbe allargato più di quanto non sia avvenuto.

FABRIZIO: In effetti non ci siamo mai veramente posti il problema. Quando abbiamo composto o, nel mio caso, arrangiato i primi brani, ci siamo sempre solo preoccupati di fare una musica che ci piacesse suonare o ascoltare. Certo, sapevamo di non fare il solito pop con la rima "amore" e "cuore", ma non avevamo l'obiettivo di realizzare una musica per pochi intenditori. Abbiamo sempre pensato che il rock fosse comunque una musica popolare. Probabilmente l'etichetta di musica "colta", almeno all'inizio, ci ha aiutato, perché ha suscitato l'interesse di un pubblico più attento e ricettivo.

ROCKIT:All'interno della copertina, una foto. E' possibile che quei quattro ragazzi si ritrovino a chiacchierare amichevolmente a tavolino?

FABRIZIO: Intendi dire se è possibile "oggi" o "allora"? La storia dei "primi" E. è scandita da lunghissime chiacchierate dentro bar, pub, pizzerie, ecc. C'erano dei momenti in cui ci vedevamo più spesso al pub che in sala a suonare. Questo perché eravamo convinti che parlare, discutere o "cazzeggiare" era il modo migliore per tirare fuori le idee migliori e per rinsaldare l'unità del gruppo. Più di una volta ci è capitato, ancor prima di firmare il contratto con la Sony, che durante uno dei nostri incontri al pub si fermasse un ragazzo che non conoscevamo per salutarci o complimentarsi con noi; sono convinto che quei momenti sono stati più importanti per noi di qualsiasi concerto, recensione o intervista per darci la determinazione a continuare. Per quanto riguarda oggi, penso che non ci sarebbe nessun problema ad incontrarci tutti e quattro intorno allo stesso tavolo, ma probabilmente parleremmo d'altro.

ROCKIT:Poi subito il contratto con la Epic. Come ci siete riusciti? Cosa è cambiato nel vostro modo di comporre?

STEFANO: Una volta realizzato il primo disco, abbiamo iniziato a spedirlo a parecchie case discografiche proponendo la distribuzione del prodotto con lettere che, nel caso delle major, erano terribilmente spocchiose, arroganti e provocatorie. A ripensarci oggi viene da ridere, ma eravamo sicuri di non ricevere alcuna risposta, come infatti puntualmente avvenne.

I primi contatti col mondo major sono arrivati solo dopo essere riusciti ad ottenere un significativo riscontro di pubblico a Roma e buone recensioni dalla stampa musicale; non va dimenticato, inoltre, il supporto delle radio locali e la collaborazione con un'agenzia di managment che dal 1997 organizzava i nostri concerti e ci aiutava a proporci alle case discografiche.

FABRIZIO: Il nostro modo di comporre non è mai stato minimamente influenzato dalla casa discografica. Sin dall'inizio abbiamo capito che alla Sony noi interessavamo così come eravamo; non eravamo il tipo di gruppo che con un "buon" produttore artistico e un video farcito di tette avrebbe scalato le classifiche. Per quello avrebbero potuto benissimo cercare altrove, e a noi stava bene così. In effetti il secondo disco è nato sulla promessa di "Girasole" e "Carne", che erano state già scritte e registrate, mentre i restanti brani sono stati ascoltati dai discografici solo durante i missaggi.

ROCKIT:A distanza di due anni, come giudicate l'esperienza con una major? Quali sono i risvolti negativi? Dopotutto non mi sembra ci sia stata una forte spinta promozionale...

FABRIZIO: Tutto sommato l'esperienza è stata positiva. Senza nessun condizionamento artistico abbiamo avuto la possibilità di produrre e distribuire un disco con un budget complessivo pari a più del doppio del disco precedente, e quasi senza sborsare una lira (a parte la "sopravvivenza" durante i giorni di registrazione a Scansano). I risvolti negativi sono stati soprattutto nell'accoglienza di un certo tipo di pubblico- e parlo di pubblico, non di stampa specializzata - che si è dimostrato piuttosto prevenuto. Mi ha stupito molto il fatto che da molti il disco fosse considerato, a causa della presunta interferenza dei discografici, più "morbido" del primo. Il fatto che non ci sia stata una gran promozione, tutto sommato, posso dire che fosse inevitabile; in un certo senso era il prezzo da pagare all'autonomia artistica. Credo che la spinta sarebbe dovuta venire dal basso.

STEFANO: Quando una casa discografica decide di produrre un gruppo come gli Elettrojoyce in un Paese come l'Italia, pensa soprattutto a non perdere troppi soldi: una volta assicurato al gruppo un budget per il recording cost più che dignitoso e un po' di promozione appena uscito il disco, i cordoni della borsa si chiudono in attesa di sviluppi. Nel nostro caso gli "sviluppi" sono stati sufficienti a farci fare un altro album con un budget ancora più alto, ma non a ottenere una promozione martellante e dispendiosa. Onestamente l'unico lato negativo per me è stato il sentirci spesso abbandonati a noi stessi, specie in occasioni in cui invece sarebbe stato importante sentirsi appoggiati dalla casa discografica.

ROCKIT:Arriva un altro "Elettrojoyce". Trasuda da ogni poro l'affiatamento e l'entusiasmo della band, la registrazione in presa diretta ne è fedele testimonianza.

FABRIZIO: E' proprio così. L'idea di registrare in presa diretta l'intero disco è la testimonianza più evidente di quanto allora fosse forte la fiducia e l'entusiasmo del gruppo. Avevamo voglia di trasmettere all'ascoltatore l'energia che riuscivamo a sprigionare dal vivo e che, per vari motivi, nel disco precedente non emergeva. Il risultato è stato, almeno per me, un disco straordinario.

STEFANO: Sicuramente la cifra stilistica prevalente dell'album è il calore della presa diretta, che abbiamo cercato di mantenere utilizzando con molta discrezione l'elettronica e le sovraincisioni.

ROCKIT:Cosa resta oggi di quell'energia?

STEFANO: Nella prima metà di Illumina si avverte un'energia più trattenuta e sotterranea, che mi piace molto e mi sembra uno sviluppo interessante della potenza espressa nel disco precedente. Non mi sento di affermare la stessa cosa per il resto del disco, dove anzi avverto in più punti un calo di tensione che avremmo dovuto cercare di evitare.

FABRIZIO: Forse non si poteva continuare ogni volta ad aggredire il pubblico, come facevamo noi, con pezzi tiratissimi e testi spesso provocatori urlati spudoratamente in faccia, alternati ad improvvise ballate melodiche e introverse. Ad un certo punto tutta questa istintività, questa carica emotiva, doveva trovare una un contrappunto "razionale", una norma o un metodo. Certo c'erano molti modi per affrontare questa sfida...

ROCKIT:La risposta della critica all'omonimo del '99 è entusiastica, ciononostante il consenso non si espande come forse avrebbe potuto. Come mai?

STEFANO: Ho sempre vissuto gli Elettrojoyce come un gruppo tutto sommato mainstream; il problema è stato semmai che, nel contesto italiano, eravamo troppo strani per chi ascolta la musica commerciale, e troppo pop per gli appassionati dell'underground. Ho l'impressione che in Inghilterra o in America ci sia molto più margine di manovra tra questi due estremi.

FABRIZIO: Onestamente me lo sto ancora chiedendo. Appartengo a quella schiera di fruitori di musica che a scuola ascoltava tra gli altri i Joy Division, gli Smiths, i Cure, gli U2 e conosceva Lou Reed, Genesis, Bowie, Pink Floyd, Iggy Pop e i Led Zeppelin quando gli altri ascoltavano i Duran Duran e gli Spandau Ballet. Spendevo tutte le mie "paghette" settimanali in vinili nuovi ed usati, con curiosità ed avidità. Ho avuto la fortuna di fare musica a buoni livelli e, facendolo, mi è capitato di fare un ottimo disco come "Elettrojoyce" '99, un disco che mi sarebbe piaciuto comprare ed ascoltare, anche rinunciando ad una pizza. Per il resto, non so che dirti.

ROCKIT:Restano i riferimenti "dotti" ed i testi criptici mai scontati. Le canzoni sono ancora quasi tutte firmate da Gatti-Salvati: qual è il vostro apporto produttivo? E il vostro "peso" decisionale è pari a quello degli altri due?

STEFANO: Ad eccezione dei testi, la cui responsabilità (e il merito) sono sempre stati del solo Filippo, tutti gli altri aspetti venivano decisi in assoluta democrazia, attraverso lunghissime discussioni tra tutti e quattro. Le sessioni di prova funzionavano secondo uno schema collaudato: Andrea o Filippo presentavano un tema musicale di chitarra o di piano che poi il gruppo sviluppava con la massima libertà, ognuno attento non solo alle parti del proprio strumento, ma anche a quello che facevano gli altri. Per me era soprattutto questo metodo di lavoro a fare di noi un vero gruppo, che è sempre qualcosa di più che una semplice somma di singoli musicisti.

FABRIZIO: In ogni caso, il lavoro di arrangiamento era essenziale per dare ai brani la "personalità" giusta, visto che per lo più erano poco connotati dal punto di vista melodico. In effetti spesso il lavoro di composizione e di arrangiamento coincidevano, anche perché le linee vocali non erano vincolanti e venivano quasi sempre aggiunte dopo la stesura della base. Tutto sommato per molti brani era difficile stabilire una vera e propria "paternità" ed in fondo, almeno a me, non è mai importato molto.

ROCKIT: Nel dicembre del '99 Andrea Salvati decide però di abbandonare il gruppo. Perché?

FABRIZIO: Preferirei che rispondesse lui. Ad ogni modo, posso dire che è stata una scelta di vita, che va al di là del gruppo, e che lo ha portato nel novembre del 2000 a trasferirsi a Londra, dove vive attualmente.

ROCKIT:La band cerca di attutire il colpo, spostando Filippo alla chitarra di modo che gli strumenti più creativi e melodici restino appannaggio del nucleo storico, ed inserendo Gabriele Lazzarotti al basso... Cosa cambia dal punto di vista compositivo? Come nascono adesso le canzoni?

FABRIZIO: Dal punto di vista compositivo diventa ovviamente centrale il ruolo di Filippo, che inizia a scrivere i brani in modo più autonomo. Si lavora in sala a volte su "bozze" già ben definite e a volte, come in passato, improvvisando su tema. Io e Stefano abbiamo faticato, all'inizio, a capire la portata di tale cambiamento. Credo che, ingenuamente, pensassimo che sarebbe bastato inserire la nostra cifra stilistica per conservare intatto lo spirito, la coesione e l'attitudine del gruppo storico.

STEFANO: Con l'entrata di Gabriele abbiamo ottenuto senza dubbio una maggiore compattezza e qualità della sezione ritmica, mantenendo la coesione e l'impatto delle chitarre, come hanno evidenziato alcuni concerti tenuti all'inizio del 2000. Con queste buone premesse abbiamo iniziato le prove dalle quali far nascere le canzoni del nuovo disco, lavorando col solito metodo su temi proposti da Filippo. Il risultato di queste sessioni ci sembrava soddisfacente, i nostri guai sono iniziati una volta entrati in studio di registrazione...

ROCKIT: Scomparendo inizialmente la tastiera, la formazione sembrerebbe ancora "più rock". "Illumina", edito alla fine del duemila, concede invece maggiori ammiccamento alla tecnologia ("naturale evoluzione"?) ed appaiono limitati sia il drumming che la mitica Fender di Stefano...

STEFANO: Sicuramente rispetto al precedente album le mie chitarre sono meno irruenti e più pensate, inoltre ho usato spesso la Rickenbacker, che, rispetto alla Stratocaster, è più adatta per le parti arpeggiate. Non ho avuto alcun rifiuto ideologico nel fare un disco meno tirato (adoro gli Spain e i La Crus), il problema è stato nel "come" farlo...

FABRIZIO: Hai toccato un nervo scoperto... effettivamente sin dall'inizio eravamo tutti d'accordo che sarebbe stato un disco più "prodotto". In realtà quando suonavamo in sala i brani erano senza dubbio più "rock" di come appaiono sul disco; questo era dovuto senza dubbio al fatto che suonavamo "live", certo, ma in realtà anche ad un grosso equivoco di base. Durante le prove non sono mancate infatti discussioni su come interpretare i pezzi, discussioni che sono state senz'altro, almeno da me, sottovalutate. Inoltre la "tecnologia" ha fatto la sua comparsa solo in fase di registrazione...

ROCKIT: L'impatto energetico dell'album precedente sembra trasformarsi nel sommesso (ma sempre pregevole) sussurro di una persona sola. Quanto sentite vostro l'ultimo lavoro?

FABRIZIO: E' difficile rispondere... alcuni pezzi li sento più miei, altri meno. Sicuramente "sento" di più i pezzi che, nella stesura finale sul CD, rispecchiano più fedelmente il mio lavoro fatto in sala, come Atman, Raga, e, in misura minore, l'Evoluzione e Gynestra. In generale ho molte riserve sull'atmosfera generale e la tensione emotiva del disco.

STEFANO: A mio parere il disco soffre di una certa discontinuità qualitativa. Amo molto pezzi come Raga e Atman, mentre considero un mio fallimento personale il non essere riuscito ad impedire che un pezzo come Nebula fosse presente su un nostro album. Pensa che proprio Nebula è l'unico pezzo degli Elettrojoyce mai passato da Radio Dee Jay...

ROCKIT: Alla fine dei credits, l'annuncio dell'abbandono di Stefano Romiti e Fabrizio D'Armini. Quando nasce la decisione? Quali sono le reali motivazioni?

STEFANO: Semplificando una situazione piuttosto complessa, direi che una volta entrati in studio la tendenza di Filippo ad accentuare la componente "cantautorale" del progetto ha subito un'accelerazione inaspettata, che ha inizialmente messo in difficoltà soprattutto Fabrizio, al quale è stato praticamente chiesto di cambiare il proprio stile. Dopo un inutile tentativo di mediazione (del quale, ci tengo a dirlo, sono assolutamente pentito) e l'abbandono di Fabrizio, ho verificato l'instaurarsi di un clima sotterraneamente ostile nei miei confronti, ed essendo sempre più contrario alla nuova linea artistica, ho preferito chiudere.

FABRIZIO: La mia decisione è maturata durante le registrazioni del disco. Più o meno a metà del lavoro ho constatato che si era creato un "asse" tra Filippo e Walter Marchesoni, che condividevano in pieno la linea artistica da imprimere al prodotto, e dal quale mi sentivo via via sempre più estraneo. All'inizio ho cercato di capire e di adeguarmi, modificando l'interpretazione di alcuni brani rispetto a quanto preparato in sala nel tentativo di trovare una mediazione. Successivamente mi sono isolato. La conseguenza è stata che non ho volutamente partecipato a gran parte delle registrazioni finali e a tutti i missaggi, dove buona parte del mio lavoro è stato cambiato o cancellato del tutto.

ROCKIT: Se Andrea fosse rimasto, ci sarebbe potuto essere un epilogo diverso?

FABRIZIO: Forse sì, ma è del tutto inutile parlarne.

Inevitabile interrogarvi su cosa vi riserva il futuro. Continuerete a suonare? Insieme?

STEFANO: Non abbiamo mai smesso di suonare insieme, anche se i nostri progetti sono in una fase assolutamente embrionale.

ROCKIT: A questo punto, tutto comincia da zero oppure, esperienza a parte, partirete da una posizione leggermente avvantaggiata? Perderete i contatti che vi siete conquistati?

STEFANO: Il vantaggio principale consiste proprio nel sapere che ci sono persone, non importa quante, per le quali il nostro modo di essere musicisti negli Elettrojoyce ha significato qualcosa di positivo. Speriamo che si ricordino di noi quando saremo pronti con un nuovo progetto. Comunque andranno le cose, non ringrazieremo mai abbastanza queste persone per l'attenzione e l'affetto che hanno dimostrato nei nostri confronti.

ROCKIT:Un pronostico sui nuovi Elettrojoyce. Vi sentite defraudati di qualcosa?

STEFANO: Abbiamo liberamente scelto di lasciare il nome Elettrojoyce a Filippo, che lo utilizzerà come meglio crede. Ciò non toglie che per me gli Elettrojoyce saranno sempre e soltanto Filippo Andrea Stefano e Fabrizio.

FABRIZIO: E' difficile rispondere. In questo momento posso solo dire che ho avuto modo di ascoltare alcuni brani "vecchi" suonati dal vivo dalla nuova formazione, ed ho potuto apprezzare che, a parte alcuni pezzi "blindati" quali Balena e Girasole, c'è un generale tentativo di riarrangiare in modo differente l'esecuzione. Mi sembra che sia un'implicita rinuncia al confronto con l'esperienza passata e l'affermazione di una nuova autonomia stilistica. E' una scelta del tutto condivisibile. Penso che, dopo un po' di rodaggio, faranno un buon lavoro. Peraltro Mauro alla batteria è bravissimo.

ROCKIT: Negli ultimi anni abbiamo assistito ad altri scioglimenti illustri (Litfiba, CSI). Avete maturato un'opinione particolare? Esistono analogie con il vostro caso?

STEFANO: Non saprei. Nel nostro caso a complicare le cose sono intervenuti anche differenti stili e scelte di vita, divenuti via via sempre più divergenti. Inoltre, il fatto di essere amici sin dai tempi del liceo ha reso più acuti i conflitti invece di mitigarli.

FABRIZIO: Anzitutto parlerei di separazioni e non di scioglimenti, e tutto sommato penso di no. La differenza principale consiste nel fatto che in quei casi c'è sin troppa "ciccia" da dividere, mentre nel nostro c'è solo l'orgoglio dell'appartenenza ad un gruppo "unico" nel recente panorama musicale, con tutti i suoi pregi e difetti. Inoltre spesso queste scissioni sono frutto della stanchezza e del desiderio di cercare nuove strade, cosa che nel caso di un gruppo "giovane" evidentemente non è valida. Piuttosto mi sento di dire, avendo saputo che anche altri gruppi giovani e promettenti quali gli Scisma hanno avuto problemi simili, che queste situazioni sono anche il frutto di un mercato musicale italiano inconsistente e malato, che uccide i germogli migliori con i pesticidi con cui tiene in vita personaggi che non hanno più nulla da dire. Basta guardare le classifiche degli ultimi due anni per capire cosa intendo.

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