Hogwash - email, 04-01-2007 Intervista

22/01/2007 di

(Gli Hogwash - Foto da Internet)

Gli Hogwash sono usciti con "Half Untruths" (Urtovox) a inizio settembre dello scorso anno e Rockit ha subito assegnato il primascelta. Fastiko Murizzi li ha intervistati, gli ha chiesto della collaborazione con Alberto Ferrari dei Verdena - produttore del disco - del perchè non cantare in italiano, della scena indie italiana e molto altro ancora. Tra nostalgia e sguardi al futuro, eccovi un ottimo ritratto della band.



Sul vostro sito scrivete, a proposito del nuovo disco, che si tratta di “13 nuove canzoni che rappresentano la perfetta sintesi di ciò che abbiamo prodotto negli ultimi 12 anni”. A voler fare i pignoli, di quanto prodotto fino al 2000 si percepisce poco, molto poco… a cosa fate riferimento quindi?
Enrico: Quella frase l'ho scritta io e me ne devo assumere la responsabilità. In questo disco non troverai il fuzz e le distorsioni pese che c'erano in "Fungus Fantasia", né le lunghe suites di "Tailoring". In questo disco innanzitutto trovi continuità con l’opera precedente (cosa piuttosto inedita per noi) e poi secondo me puoi trovare canzoni come “Fools Do Pay” o “Bike Ride” che se solo avessero le chitarre passate attraverso un bigmuff sarebbero potute entrare sui primi 2 lavori. Oppure un pezzo come “Me And The Half Untruths” che, per via della sua struttura atipica su "Tailoing", ci sarebbe stata altrettanto bene. Poi magari sono cose che sento solo io, però durante la fase compositiva in me c'è stata questa voglia di ritrovare le radici e penso abbia influenzato non poco il mood del disco.

È il primo disco in cui il vostro amico Alberto Ferrari (Verdena, NdR) “ci mette le mani”, dopo diverse apparizioni avvenute in precedenza. E’ stato lui a proporsi oppure la decisione è maturata in comune?
Enrico: Una decisione maturata nell'ambito di un rapporto che interseca amicizia e stima artistica. Ci conosciamo da tanti anni ormai, abbiamo condiviso palchi e non solo. Ad esempio il nostro bassista è amico d'infanzia di Luca ed Alberto. Comunque, al di la di tutto, quello che ci ha avvicinati è la stima reciproca (in questo caso artistica) e quindi è stato abbastanza naturale che arrivassimo a questa situazione che vede Alberto in veste di fonico, produttore, etc. etc. Nel momento in cui abbiamo deciso che questo disco non ce lo saremmo registrati da soli, la prima idea è stata Alberto - che nel frattempo si era già proposto per ricoprire il ruolo. Dunque una coincidenza di intenti che ha dato i suoi frutti.

Vi ostinate a cantare in inglese, eppure in queste canzoni ci sentirei tanto le liriche in lingua madre. Proprio non vi passa per la testa di sfruttare quest’opportunità?
Edoardo: Per rispondere in modo semplice direi che ne parliamo ormai da cinque anni, ed abbiamo opinioni discordanti; io penso che varrebbe la pena di provarci perché sono più passionale ed approssimativo, mentre Enrico è più consapevole e perfezionista e non pensa di riuscire a rendere dal punto di vista musicale allo stesso modo cantando in italiano, e, pur riconoscendolo come un limite, preferisce cercare la miglior resa possibile con le cose che gli riescono meglio, tra cui appunto la lingua inglese.

Se invece posso dilungarmi un po’ vorrei aggiungere alcune cose. Cantare in italiano musica rock è molto difficile e solo in pochi ci sono riusciti: il primo è stato Piero Pelù usando una lingua magniloquente e caricando la voce fino all’eccesso, poi Ferretti che per farlo ha rinunciato a cantare, poi Godano che usa un linguaggio arzigogolato e colto e diventa perciò - volente o nolente - un poeta ermetico. Ci sono altri esempi ma pochi, pochissimi… e comunque tutte persone dotate di una voce particolare che gli permette la teatralità del verso. Se si vuole cantare e basta, e se la propria voce non ha caratteristiche particolari, devi arrampicarti sui vetri, almeno secondo me. Tutti gli altri scadono nelle solite rime, sfruttando all’inverosimile le poche parole tronche della lingua italiana, e, con tutti gli ascolti che ho alle spalle, non potrei accettare le solite liriche noiose e ripetitive fatte anche da me.

Ti cito un esempio: in questi giorni ho comprato il disco di Kama, e sono stregato dalla canzone “Principessa alle sei”: mi piace la melodia, mi piace come la canta, mi piace come è arrangiata, ma non riesco a togliermi dalla testa che la principessa sia alle sei solo perché fa rima con lei e con tutti i condizionali, ovvero aspetterei, converserei, scivolerei.

I nostri preferiti rimangono comunque i Perturbazione e Paolo Benvegnù, che non fanno rock ma sono molto più melodici e pop, e, nonostante l’italiano, non hanno neanche minimamente il successo che si meritano, come anche Cristina Donà. Perché, io mi chiedo, in testa alla classifica ci devono essere Elisa e la Pausini e Cristina Donà non ci va neanche vicino?

Basta spostare anche solo leggermente la qualità o anche solo la complessità degli arrangiamenti un po’ più verso l’alto che rimani in una piccola nicchia che non ti lascia vivere della tua passione. E qui sto parlando di grandi e conosciuti artisti pop, figurati se parliamo di noi; per cui forse è meglio sperare che ci siano quattro gatti sparsi in tutta il mondo che abbiamo voglia della nostra musica e continuare a cantare in inglese.

Mi risulta che qualcuno di voi abbia già figliato. Per cui mi chiedo: come ci si sente ancora fortissimamente rocker con della prole a cui stare dietro?
Edoardo: Spero che a mia figlia faccia piacere avere un padre che ha una passione fortissima di cui non riesce a fare a meno, che gli da voglia di vivere, che gli permetta di avere sempre sfide con sé stesso - e quindi di migliorarsi - e che non sia fatta per bisogni materiali ma per qualcosa di diverso e probabilmente più elevato, come il bisogno di esprimersi verso il mondo esterno. Insomma… qualcosa meglio di un padre chiuso nella propria casetta, che va al circolo del tennis, che pensa a cambiare macchina, guardare la televisione e stare zitti quando si mangia, e ceffoni se non si fa come dico io… come è successo a me con mio padre.

Le foto del libretto ritraggono particolari di ragazzi senza però ritrarre il volto. Come mai la scelta è caduta proprio su questi scatti?
Enrico: Sono foto di una ragazza inglese di nome Rose Gotto, l'ho conosciuta su Deviant Art (una web-community dedicata all'arte, NdR) 3 anni orsono e fin da subito i suoi scatti mi hanno impressionato parecchio. Non c'è un motivo preciso per la scelta degli scatti, semplicemente mi piacevano ed ho pensato potessero dare una immagine efficace da abbinare alle canzoni. Sono immagini delicate e fragili ma al tempo stesso penetranti ed emozionanti, almeno questa è la sensazione che danno a me. Potete vedere sue immagini qui: falseimagery.deviantart.com. Tra l'altro una delle sue foto piu belle mi ha ispirato il titolo di "My Dear December".

I vostri ultimi due dischi, oltre ad essere stampati su un supporto fisico, vengono distribuiti sotto forma di file tramite la piattaforma I-Tunes. Questa inedita modalità “vi fa strano” oppure siete già dei consumatori in questo senso?
Edoardo: Credo che ormai la musica che viaggia su supporto digitale sia molte volte più di quella su supporto fisico e tutti noi quattro siamo consumatori voraci che viaggiano veloce in rete. L’unica questione è se questa modalità tolga fattori preziosi ed importanti alla musica o meno. Io ho una grande collezione di vinili con copertine stupende ed ho amato questi dischi consumandoli in tutti i loro centimetri quadrati, imparando ogni parola e considerandoli oggetti preziosi. In un ipotetico gioco a premi, sarei un avversario temibile non solo nel ricordare tutti i titoli ma anche nel citare l’ordine esatto della sequenza di canzoni dei miei dischi in vinile; mentre adesso nel mio ipod ho mille canzoni, nessuna immagine e non mi ricordo più i titoli di tutte le canzoni che ascolto.

Ma non penso che sia solo un problema di supporto… in realtà c’è anche il fatto che un tempo la musica incarnava mondi e vite stupefacenti (la “Summer of love” di San Francisco, la Londra del punk, il folk di Canterbury) di cui poco si sapeva, come poco si sapeva del mondo da cui provenivano. Oggi, invece, ogni gruppo musicale rappresenta solo sé stesso ed ogni luogo del mondo non ci è più sconosciuto, c’è un’overdose di informazioni che toglie magia, perché si può sognare se si hanno contorni indefiniti ma non se l’immagine è nitida e perfettamente definita.

Comunque, in fondo, non credo abbia così importanza che la musica non riesca più ad essere sacra o misteriosa come un tempo, perchè comunque ci sono ancora artisti grandi ed importanti e belle canzoni che ci sanno tenere compagnia ed ora come allora c’è qualcuno che sa dire le cose che sentiamo o le cose che vorremmo dire meglio di noi.

Il matrimonio con la Urtovox sembra duraturo e ci fa molto piacere. Pensate sia un’isola felice nel panorama nazionale o - semplicemente - vi trovate bene a livello umano?
Enrico: Innanzitutto dal punto di vista umano, Paolo ci tiene molto a questo aspetto ed è un uomo dal cuore d'oro. Poi ovviamente viene il lato professionale e non possiamo lamentarci di nulla; Urtovox è stata e resta una delle migliori etichette indie italiane che continua a sfornare dischi di ottima fattura e continua a crederci come il primo giorno. Non a caso è stata premiata al M.E.I. come migliore etichetta indipendente, so già che qualcuno storcerà il naso sentendo nominare il M.E.I. ma... insomma ritengo sia un riconoscimento più che meritato!

Una curiosità: comprate dischi di altre realtà dell’universo indipendente italiano? Perché in giro si sente dire spesso che si pretende di passare esclusivamente per musicisti e mai come ascoltatori. Che titoli “sponsorizzereste” ad esempio?
Edoardo: La mia politica personale è che grazie alle meravigliose offerte delle rete spendo i miei soldi preferibilmente per la scena indipendente italiana perché ha bisogna di essere supportata e di crescere. Quest’anno mi sono preso: Marta sui Tubi, Kraal, Non Voglio che Clara, Cesare Basile, Fiub, Deep End, Caboto, Amari, Les Fauves, Appaloosa, Marco Parente, Super Elastic Plastic Bubble, Mersenne, Coffee Orchestra e Kama. E non bisogna solo comprare i cd, bisogna anche andare ai concerti perché si impara suonando ma anche sentendo gli altri suonare, senza steccati di genere, per capire cosa funziona e cosa no. Se i locali vedranno che i concerti sono frequentati saranno invogliati a farne altri, se vedranno il deserto la scena indipendente italiana sarà sempre meno considerata perché l’unica cosa in cui i gruppi italiani sono ancora inferiori ai gruppi inglesi o americani è proprio la resa live. Il fatto è che loro fanno come minimo cento concerti, noi peniamo per farne dieci.

Spendo un’ultima parola per consigliare vivamente i Coffee Orchestra, una scoperta recente di un gruppo nostro concittadino, di una bravura strepitosa e su cui, se potessi, investirei il mio denaro in qualità di produttore.

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