Muzak - email, 10-01-2007 Intervista

20/02/2007 di

(I Muzak dal vivo)

I Muzak sono pugliesi. Hanno da poco inciso un disco, “In Case Of Loss, Please Return To:” (Lizard records), che è una specie di bignami che racchiude folk, post rock, elettronica, psichedelia. Come se fossero tre o quattro dischi – e che dischi – all’interno di un solo album. Perdonateci quindi se a parlarne ci ritroviamo felici e sorridenti come quando incontri una persona cara che non vedi da tanti anni. Il fatto è che siamo di fronte ad un gran bel gruppo con gran belle idee. E ciò che è bello ci regala sempre un sorriso. E un’emozione.



Muzak. Chi siete?
Enrico Russo (voce, piano, Pianet Hohner, synth, toy piano, Bontempi PK 33, nastri): Siamo quattro amici che hanno vissuto a lungo insieme in una terra felice. Al riparo dai temporali e dai terremoti.

Giuseppe Calignano (voce, basso, chitarra, banjo, melodica, glockenspiel, radio): Conosco Alberto ed Enrico da sempre e suonare insieme sin da giovanissimi è stato quasi inevitabile! Gigi è con noi dal 2003, la sua presenza nel gruppo è presto diventata fondamentale. I Muzak non sarebbero quello che sono senza di lui.

“In Case Of Loss, Please Return To:”. È inevitabile. Come nasce questo titolo?
E: Tempo fa comprai un Moleskine. Uno di quei taccuini che Chatwin e Van Gogh avevano sempre a portata di mano. Sulla prima pagina c’è scritto così: “nel caso si smarrisse vi prego di restituirlo a___”. E io pronto, a segnare il mio nome e il mio indirizzo. Per il nostro disco è un titolo che va benissimo: parla di casa nostra, delle nostre origini, delle persone che amiamo. È un lungo volo con una planata finale al sicuro, sul tetto di casa.

G: Per “The Black Holes Help Us To Understand Our Next Microscopical Life”, un brano dell’album, mi sono ispirato ad un libro del fisico inglese Paul Davis, il quale sostiene, rifacendosi alle ultime scoperte nel campo della fisica quantistica, che è possibile provare scientificamente l’esistenza di infiniti universi paralleli in cui ogni istante le nostre esistenze si diversificano e si biforcano. Ecco, per me “In Case Of Loss, Please Return To:” ha a che fare con questo, con il senso di smarrimento provocato dalla nostra stessa esistenza e la consolazione (sarebbe meglio dire la speranza) di ritrovarsi in un luogo diverso con le persone che abbiamo sempre amato. Quando il riconoscersi diventa più importante del conoscersi.

Con “In Case Of Loss…” avete trasgredito alla prima regola dell’industria discografica: mai incidere un disco d’esordio che superi i tre quarti d’ora. Voi superate di slancio i sessanta minuti.
E: Ad essere sinceri volevamo continuare un altro quarto d’ora! Abbiamo fatto finta che “In Case of Loss…” fosse l’unica opportunità che il caso ci concedeva per dire qualcosa a qualcuno. Abbiamo semplicemente “approfittato” della situazione!

G: Il fatto è che nel gruppo non esistono opinioni prevalenti. Le idee di uno valgono esattamente quanto quelle dell’altro. Abbiamo cercato di metterle insieme, cercando di dare al tutto una coerenza, senza curarci di quanto il disco sarebbe durato.

Con “In Case Of Loss” avete trasgredito alla seconda regola dell’industria discografica: mai incidere un disco d’esordio con una confezione che oltrepassi la comune concezione di esso (jewel box, quattro pagine di booklet, fotografia fashion della band). Voi avete demolito questo cliché.
E: Celebrare continuamente la Diversità è forse la più importante ragion d’essere dell’arte. Tutti i dischi sono diversi perché sono concepiti da persone diverse. Il loro vestito quindi dovrebbe sempre essere diverso: jewel box, booklet da quattro pagine e fotografia fashion sono una divisa, più che un vestito.

G: In realtà la foto fashion l’avremmo anche fatta, solo che non avevamo i vestiti adatti!

Con “In Case Of Loss”, soprattutto, avete trasgredito alla terza e più importante regola dell’industria discografica: mai fare un disco che non sia facilmente etichettabile. Voi fate praticamente tutto, dal folk all’elettronica. Non è curioso che ciò che dovrebbe essere normalità – sorprendere l’ascoltatore – venga considerato da etichette, giornalisti e fruitori come un pericolo da evitare?
G: Effettivamente lo è. Noi semplicemente non ci siamo posti il problema di come il disco potesse essere recepito all’esterno e abbiamo composto, suonato e registrato “In Case Of Loss” senza sentirci in dovere di soddisfare per forza nessuna delle categorie che hai citato. Certo, sapere adesso che il nostro lavoro significa qualcosa per qualcuno non può che farci piacere.

E: Le Etichette sono un errore, fin dall’etimo, ed un’aberrazione, e questo fatto più che essere curioso è davvero sconfortante: c’è un signore che preferisce ascoltare un solo tipo di musica e sponsorizza solo quella; un giornalista che ha gli stessi gusti del signore di sopra e scrive delle recensioni fantastiche su tutta la scuderia; e ci sono fruitori di musica che comprano solo dischi recensiti da quel giornalista. È come comprare sempre la stessa marca di pelati.

Ha ancora senso parlare – emozionarsi – di post rock?
G: Quando penso al “post rock” com’è generalmente inteso mi vengono in mente dei pezzi molto lunghi e convenzionali in cui non succede niente o quasi, con i crescendo, gli arpeggi di chitarra che s’intrecciano all’infinito, una voce svenevole o tutt’al più urlata, le deflagrazioni di Mogwai e derivati. Sarei portato a definirlo “rock da cartolina”. Ecco, questo genere di musica mi annoia molto. Al contrario adoro quei dischi in cui si respira libertà ed onestà ad ogni nota, quei gruppi che ti sorprendono con un’intuizione, anche quei cantautori capaci di scrivere melodie inarrivabili e di emozionarti in due minuti e trenta e con tre accordi.

E: Non ho mai capito cosa significhi esattamente “Post Rock” (è sempre una “etichetta”). Ascolto volentieri i Tortoise e i 90 Day Men ma non ci trovo niente che li accomuna. In generale penso che non abbia mai senso parlare di post rock, progressive, nu-metal, post punk, glitch-pop eccetera. Si vuole mettere per forza insieme delle persone che si sforzano tutti i giorni di creare qualcosa di nuovo e di diverso dagli altri.

Sicuramente ci saranno dei gruppi ai quali vi ispirate. I vostri brani hanno un dna piuttosto chiaro – benché caotico – ma allo stesso tempo suonano freschi, sinceri e soprattutto belli. Voi che siete dentro al processo compositivo, come vivete questa storia delle influenze? Una risorsa da sfruttare per fare cose belle o un fardello da cui non riuscite a liberarvi? V’incazzate quando vi paragonano a qualche gruppo?
G: In realtà ho trovato divertente il fatto che molti critici musicali ci abbiano paragonato ad artisti che non avevamo mai ascoltato prima. “In Case Of Loss” è semplicemente il disco che ci sarebbe piaciuto ascoltare se non fossimo stati noi a registrarlo.

E: Se il paragone è notevole non c’incazziamo mica! Ad ogni modo è difficile, spesso agli inizi, divincolarsi dalle sabbie mobili delle citazioni ma solo confrontandosi col passato, ascoltando la musica degli altri, si può essere sicuri di suonare qualcosa di nuovo.

La Puglia negli ultimi anni ha sfornato un bel po’ di progetti interessanti. Che cosa vuol dire, allora, essere un musicista indipendente pugliese?
E: Forse significa guardare i problemi da lontano. Con più lucidità di chi è coinvolto “nell’incendio”. Avere il tempo per rifletterci su. Forse significa dover aspettare un po’ di più.

G: Vedere il tutto da una prospettiva diversa, avere tempi e modi di azione e di fruizione differenti, fare più di 50 chilometri in macchina per comprare un disco. Sai, il Salento è una terra in fermento ma ci vorranno ancora molti anni per raccogliere qualche frutto, sempre che alla fine si raccolga poi effettivamente qualcosa. E non mi riferisco solo alla musica in questo momento. Ma quello che ti toglie da una parte questa terra te lo restituisce con gli interessi. Le case di tufo, le piante di fico d’india, i tramonti a Leuca ai piedi del faro, i ritmi lenti ed assonnati. “Il Sud del Sud”, è così che Vittorio Bodini, uno dei più grandi e sottovalutati poeti del novecento italiano, amava definire il Salento.

Facciamo un gioco: i Muzak sono un gruppo di Milano. Che cosa succede, a questo punto?
G: Di sicuro avremmo avuto un altro accento e magari suoneremmo un po’ di più in giro!

E: È veramente difficile rispondere a questo tipo di domanda perché la nostra musica ce la porta direttamente la brezza di mare dal lido di Leuca. Perciò non so nemmeno immaginare che ‘Muzak’ sarebbe. Forse prenderemmo subito l’espresso delle 20.40. Alle otto e mezzo saremmo a Lecce!

Proseguiamo: i Muzak sono un gruppo di Chicago. Che cosa succede?
E: Eh beh! Ci costerebbe un po’ di più tornare a casa tutti e quattro da là!

G: Chicago è una città meravigliosa! Ci vivono 9 milioni di persone e non è affatto caotica. E poi è famigliare, vuoi mettere gli autobus durante le feste? Sembra di stare ‘in’ un albero di Natale!

Vi faccio questa domanda perché in Italia c’è sempre una – neanche tanto – latente esterofilia che taglia le gambe a ciò che di buono viene proposto dai gruppi nostrani. Vi siete mai chiesti il perché?
E: È vero. Chi reputa la musica una merce fa spesso questa considerazione: l’auto la prendo tedesca. Lo champagne solo Francese… l’orologio dalla Svizzera… eh no! Il rock lo voglio inglese!

G: Sono d’accordo. Aggiungo, però, che in Italia ci sono gruppi eccellenti ed etichette attente a quanto di buono c’è in giro. Il livello sta nettamente crescendo, ne è dimostrazione il fatto che sempre più artisti italiani pubblicano i loro dischi per importanti etichette estere e che molti stranieri collaborano con i nostri. Insomma, se in Italia sono ancora in pochi ad accorgersene, quantomeno all’estero sembra stiano aprendo gli occhi.

Sinceramente: che prospettive avete? Quanto durerà la favola dei Muzak?
E: Fin qui non è stata una favola. Anzi fin troppo lineare: abbiamo lavorato per due anni a questo disco e adesso abbiamo ricevuto delle belle soddisfazioni. Siamo divisi tra l’urgenza di andare in giro a suonare il disco e il desiderio di ritornare in saletta a lavorare al seguito di “In Case Of Loss…”.

G: Vorremo solo continuare a registrare buoni dischi, ecco tutto.

Commenti (3)

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  • Giulio Pons 20/02/2007 ore 11:53 @pons

    stavo ascoltando il vostro disco in treno, in cuffia. ad un certo punto sento tanti telefonini squillare, un po' inenrvosito (ma anche incuriosito perchè andavano tutto sommato a tempo) ho tolto le cuffie per cercare di localizzare i disturbatori del mio ascolto... e ho capito che era tutto in cuffia. mi sono sorriso e mi son detto: pirla ci sei cascato. :)

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