Reflue - email, 11-02-2007 Intervista

28/02/2007 di

(I Reflue sul ring - Foto da internet)

I Reflue hanno mantenuto le promesse: se con "Slo-mo", disco autoprodotto del 2002, avevano ottenuto ottimi giudizi da tutta la stampa musicale, con “A collective dream”, pubblicato da Shyrec nel 2006, hanno confermato le aspettative e si sono guadagnati il primascelta Rockit. La band emiliana ci racconta dei cambiamenti - non solo in ambito musicale - avvenuti in questi quattro anni, di cosa c'è dietro questo ultimo disco e di Parma, la loro città.



“A collective dream” arriva quattro anni dopo “Slo-mo” e sembra che qualcosa sia cambiato: meno lentezze e anche meno sperimentalismi. È solo un’impressione?
Michele: Dopo quattro anni i cambiamenti erano inevitabili. Il suono si è fatto più rock e più live, poiché siamo diventati una band molto più rodata e affiatata avendo suonato tanto dal vivo. I nostri ascolti si sono invece concentrati sui classici del rock e del blues riportandoci indietro nel tempo agli anni ’60 e ’70, in un consapevole rifiuto delle proposte inutili che saturano il mercato musicale contemporaneo. Penso che in “A collective dream” il nostro suono sia più maturo e più a fuoco.

Max: Musicalmente, a un certo punto ci siamo accorti che stavamo confezionando uno “Slo-mo 2”, e la cosa non ci piaceva. Abbiamo deciso di prendere il rischio e svoltare iniziando a sperimentare una scrittura più rock accanto alla quale hanno iniziato a pesare le nostre influenze culturali, jazz ed elettronica soprattutto, e tanto tanto blues, di quello “vecchio”. Per chi suona assieme da anni è una decisione forte, ogni meccanismo acquisito doveva essere rimesso in discussione, persino gli equilibri interni, i “pesi compositivi” e i ruoli di ognuno di noi. È un processo lungo che richiede necessariamente fratture. Fratture da risanare e fratture da creare e da risanare in un nuovo equilibrio… Insomma, bene o male che sia, ci siamo cambiati.

Cosa avete combinato dall’epoca di “Slo-mo” a oggi?
Michele: Un ep di culto (“Future days”, del 2004) che è stato così di culto da passare del tutto inosservato… Abbiamo inserito in organico un secondo chitarrista (Carlo), abbiamo suonato all’Heinken Jammin’ Festival nel 2005, abbiamo trovato un’etichetta discografica e rinnovato il nostro sito (www.reflue.it), abbiamo tutti “messo su casa”, ci siamo fidanzati, sposati e ora arrivano i primi figli. Mi sorprendo da solo ad elencare tutte queste cose…

C’è stato di mezzo anche l’apertura di un concerti di Piero Pelù… Ma cosa c’entravate? E come è andata?
Fede: È capitato in quanto chi organizza il concerto annuale del 25 aprile a Parma, fa aprire la serata alla band che ha vinto l’edizione di Rock targato Italia dell’anno precedente. All’epoca era successo a noi, e quell’anno l’artista scelto per l’evento fu appunto Piero Pelù. È stata comunque una bella esperienza, probabilmente unica, quella di suonare davanti a circa 2-3000 persone. Tra l’altro suonammo decisamente bene….

Tornando a “A collective dream”, da dove esce fuori quel sax?
Fede: Direttamente da casa Del Santo, da mio padre, che ha davvero stupito tutti. I brani in cui ha suonato, visto il mood particolarmente notturno, ci hanno ispirato l’idea di un fiato, e l’intuizione si è rivelata azzeccata, o perlomeno siamo rimasti molto soddisfatti per il risultato. Aggiungi pure che abbiamo più o meno tutti una certa passione per il jazz, e il cerchio si chiude.

E comunque la vostra inclinazione pop è rimasta intatta, pur se il vostro suono continua a essere trasversale…
Fede: Continuiamo a divertirci all’idea di inserire le influenze più disparate, all’interno di una struttura pop, che si basi quindi su melodie ed armonie se non sempre immediate, comunque assimilabili e cantabili con un paio di ascolti.

Avete del tutto abbandonato la lingua italiana per quella inglese: cos’è successo?
Michele: Il cantato completamente in inglese è arrivato spontaneamente. Approcciando le nuove canzoni ho avvertito da subito che esse “volevano” essere cantate così, in lingua madre. Non escludo per il futuro un ritorno all’italiano, ma anche in questo caso sarà la musica a dircelo, noi ci fidiamo di lei.

“A collective dream”, è un titolo che sa tanto di freakkettone, oppure, vedendola da un’altra angolatura, di socialismo reale. Qual è la chiave di lettura giusta? C’è n’è una terza, suppongo…
Michele: Il titolo si riferisce prima di tutto allo sforzo comune che i sei Reflue hanno compiuto per comporre un album sofferto che mai come prima è stato frutto di un lavoro di gruppo. In realtà c’è anche molta ironia nel titolo, poiché visti i conflitti interni che ci accompagnano, avremmo tranquillamente potuto chiamare questo disco “A collective war”… C’è poi un chiaro riferimento musicale/omaggio alla Summer of Love della West Coast americana di fine anni ’60, in particolare a bands quali Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service, Big Brother and the Holding Company che abbiamo molto apprezzato negli ultimi anni.

Soddisfatti del risultato finale o con il senno di poi avreste cambiato qualcosa?
Max: Dopo ogni disco, e più passa il tempo, io cambierei tutto, ogni nota, non sono mai contento di niente e più o meno siamo tutti un po’ così credo. “A Collective dream” è stato, in quel periodo, il miglior compromesso possibile rispetto alla visuale di sei musicisti diversissimi quali noi siamo. Maurice Andiloro (il produttore, NdR) ha messo la sua esperienza e la sua sensibilità musicale superiore al servizio della ricerca di un equilibrio in positivo, dando alla musica un taglio “noir” inaspettato…

Il disco è uscito per la Shyrec: com’è avvenuto il contatto e come è andata?
Fede: Ci furono segnalati da un’amica che ben conosce l’ambiente indie; abbiamo mandato loro il promo del disco e ci hanno risposto con l’entusiasmo che non abbiamo trovato da altre parti. Il lavoro con loro è ancora in via di sviluppo, soprattutto per quel che riguarda gli appuntamenti estivi. Il rapporto in generale è ottimo, soprattutto dal punto di vista umano, consci di come sia difficile spingere un prodotto artigianale come il nostro in un ambito per forza di cose ristretto come quello dell’indie italiano.

Come sta andando l’attività live?
Michele: Di date ne abbiamo già fatte diverse, in particolare in Veneto, grazie all’aiuto di Shyrec, e in Emilia Romagna. Ora siamo in attesa di ulteriori impegni e approfittiamo per comporre nuovo materiale.

Come state presentando i pezzi di “A collective dream” sul palco?
Max: Con intenzioni più “acustiche”. Suoniamo quasi sempre in posti piccoli o in teatri, abbiamo dovuto fare di necessità virtù, scaldare i suoni, abbassandoli. Batteria minimale, basso pulito (un precision anni ’70, non ha bisogno di nient’altro), chitarre ora sature ora pulite ma senza tante sfumature, e un bel Rhodes ad accompagnare Michele, che deve stare un po’ più raccolto e attento alle sfumature. All’interno di questa necessità abbiamo scoperto uno stile adattissimo ai pezzi, spesso stravolti in chiave “pop” (con tutte le ambiguità che questa definizione comporta).

Nell’intervista concessa a Rockit nel 2003, Max diceva che a Parma, la vostra città, una vera e propria scena musicale non c’era. Com’è la situazione oggi?
Max: Se pensiamo che il passare del tempo sia sufficiente a creare evoluzione ci sbagliamo, sempre. È passato del tempo, sono cambiati alcuni nomi, altri si sono “riciclati”, qualcuno ha smesso, qualcuno (come noi) si ostina a suonare. Quanto le scene musicali siano solo creazioni “intellettuali” non si può ben sapere: un giornalista accomuna due o tre gruppi simili, per provenienza o per genere o per coincidenze, e gli appiccica un bel nome suggestivo: e la scena è fatta. Spesso “battezzare” delle scene è utile per portare a conoscenza fenomeni interessanti che inquadrati possono essere seguiti con maggior interesse e approfondimento. Si crea un “senso”. Altre volte il contenitore della “scena” è soffocante e staccarsi l’etichetta dopo è dura. Sta nella bravura di chi scrive e parla di musica coglierne davvero gli elementi comuni e valorizzarli inserendoli nel giusto contesto e culturale e del momento (o del luogo semplicemente). Quando l’operazione è fondata serve, quando strumentale al lancio dell’ennesimo pseudo-fenomeno no, nemmeno allo stesso pseudo-fenomeno. Aggiungerei, per finire, che una scena musicale è composta all’ottanta percento o forse più dal pubblico che la segue, esiste una scena quando ne esiste un interesse manifestato. Altrimenti è solo un giochino mentale di pochi addetti ai lavori, noi musicisti compresi.

Commenti (7)

Carica commenti più vecchi
  • Elisa Orlandotti 03/03/2007 ore 00:00 @elisa

    anch'io vi ricordo...
    :)

  • max 03/03/2007 ore 10:30 @max

    immagino storie di balere di liscio-uffici del direttore della balera-autogrills...pastiere napoletane-stradine della bassa...
    :)

  • Elisa Orlandotti 03/03/2007 ore 13:39 @elisa

    e babà col rabbocco di rhum! :[
    ma quando venite a suonare a milano??? ci tocca venire ancora fino al calamita???


    (Messaggio editato da Elisa il 03/03/2007 13:40:07)

  • max 05/03/2007 ore 10:28 @max

    abbiamo un sacco di materiale per il terzo ciddì e ci chiuderemo in sala prove per finirlo entro la fine del 2008...titolo provvisorio "jazz for indies"...speriamo...ma se ci invitate al MIAMI veniamo di corsa! :[

  • max 16/03/2007 ore 14:13 @max

    segnalerei che anche con A Collective Dream ce l'abbiamo fatta a rientrare nei Best del Mucchio di fine anno...
    ciao
    max

    http://www.reflue.it/

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


LEGGI ANCHE:

Wilma De Angelis canta "Non è per sempre" degli Afterhours