Giardini di Miro' - email, 12-01-2007 Intervista

27/02/2007 di

(I Giardini di Mirò - Foto da internet)

Sembra un’eternità, eppure per i Giardini di Mirò è ‘solo’ il terzo disco ufficiale. Pubblicato, come sempre, da Homesleep. Un disco che li vede all’apice della loro poetica e dimensione artistica, completi come visione musicale d’insieme e compatti come band. Un album violento pieno di impegno e d’amore. Siamo andati a capire che cosa li avesse portati a scegliere di dividersi dal vecchio cantante Alessandro Raina, come interpretassero i loro dieci anni di storia e come ci si sentisse ad essere la band indie più importante d’Italia. Jukka Reverberi, mestiere punk guitar hero, e Corrado Nuccini, artista con senso di colpa, rispondono. “Dividing Opinions is all we are”.



Aprire dichiarando gli intenti. I Giardini hanno sempre iniziato con un brano particolarmente significativo per l’album. “A New Start” per “Rise and Fall”. La stessa “Too Much Static”. Ma questa volta sembra decisamente più un manifesto. E’ un disco politico?
Corrado: Il primo pezzo è quello che rompe il silenzio, gli indugi, i mesi d'attesa. Sono note che hanno un peso doppio. Sono iniziatiche. Ti introducono nelle trame dell'album, nella sua poetica. Nel modo di sentire le cose. E' pertanto giusto fare scelte accurate. Per il resto non saprei dirti se quel pezzo sia un manifesto. Non è nato con quella intenzione. E’ venuto fuori per caso. Inserito all’ultimo. Però ha subito catturato l’attenzione. Ha preso forza tanto da sembrare rappresentativo del nuovo corso. Anche se non parlerei di manifesto politico ma di nuova poetica musicale. Più diretta e meno arzigogolata.

Disco politico? Innazitutto chiariamo cosa significa l'aggettivo. Non vorrei far confusione con retorica politica. Mi segui? In questa accezione, la risposta alla tua domanda è certamente no. Non ci sono slogan nè messaggi. Chi ascolta il disco troverà solo canzoni d'amore. Anzi mi spingo più in là, più si cercano slogan e più si trovano solo banalissime canzoni d'amore. Ma se ci fermiamo un attimo e consideriamo una prospettiva più complessa allora le cose cambiano. “Dividing Opinions” propone contenuti reali, e questo, di per sè, ha risvolti politici. Capisci? Significa "prender parte", "esserci". E' il contrario del qualunquismo, dello "spalmarsi" sulle opinioni comunemente accettate. Allora in questo caso si può parlare di impegno politico. Ma non ci sono risposte, ma solo dubbi.

La prima impressione è che “Dividing Opinions” sia il disco più Giardini di Mirò che abbiate fatto. Incatalogabile con i vecchi riferimenti: non più scuola-Mogwai e nemmeno smaccatamente diverso, nè shoegaze nè indietronico, è semplicemente l’espressione più definita del vostro songwriting. Chitarre che si interfacciano, attitudine emotiva nella costruzione delle dinamiche, spirito punk nel ricercare la grazia. E’ questo il vostro suono?
Jukka: Ci sono voluti 10 anni per calibrare tutti gli elementi del nostro suono. Forse ci siamo. Una strada lunga a differenza di molte band che gia' con il primo album sbancano la critica trovando un loro suono, una loro identita'... Oops, scusami. Questo non succede piu' da almeno una decina d'anni circa.

Il suono dei Giardini e' sempre stato lì, nelle nostre teste. E’ che siamo stati pigri, ci abbiamo messo un sacco di tempo per tirarlo fuori. Forse non dovevamo essere l'espressione del suono di adolescenti in fiamme, ma quello di una generazione che vive con difficolta' il passaggio all'età adulta ed il distacco dall vita famigliare. "Today the puberty, tomorrow the world" dicevano alcuni. L’originalità sta in tutta la nostra storia. Devi leggerla tutta quanta assieme per capire quello che siamo oggi. E se uno ci conoscesse bene potrebbe vedere che ogni nostro disco e' una polaroid perfetta della fasi di crescita e maturazione come ragazzi/uomini. Cazzo, piu' originali di cosi si muore.

Inevitabile soffermarsi sui cambiamenti. All’inizio era senza voce, poi fu Alessandro Raina in “Punk... Not Diet!”. Ora siete Jukka e Corrado: certamente non due cantanti, certamente l’espressione più vicina all’intenzione di “canto” che serve ai Giardini di Mirò. Come vi siete confrontati con il microfono?
J: Jukka per quanto gli compete continua ad essere un non-cantante cosi come e' un non-chitarrista. Del resto, per vezzo, mi considero un punk puro. Ci siamo arrangiati, abbiamo fatto quello che dovevamo fare pur di continuare ad essere coerentemente Giardini di Mirò. Non potevamo sostituire Alessandro come se nulla fosse. Ci siamo caricati questo peso sulle spalle per proseguire un percorso iniziato a cui eravamo legati. Potevamo ancora fare musica strumentale. Io paradossalmente ne ascolto piu' ora che prima, ma come band non ci interessava più. Era un capitolo chiuso. Con Alessandro ci siamo avvicinati al pop e alle canzoni. Abbiamo preso appunti ed abbiamo finito il compito a casa. Detto questo devo ammetter di essere agitatissimo prima di ogni concerto. Penso sempre di non riuscire a controllare tutto. Ci abitueremo.

Altrettanto inevitabile soffermarsi sugli ospiti. Nomi importanti come Glen Johnson, voce dei Piano Magic, o Jonathan Clancy dei Settlefish, compaiono come ospiti nel disco. Per non parlare di precedenti collaborazioni con Hood e Apparat. Ormai, si direbbe, siete una band importante. Vi ritrovate in questo ruolo?
C: Domanda difficile. L’importanza come l’intendi tu significa forse “riconoscimento”? Premesso che il riconoscimento si valuta dall'esterno e non dall'interno del gruppo posso garantirti il nostro distacco da tutte le versioni stereotipate di successo. Viviamo le cose con quel leggero "fuorisincrono" con cui si vive la dimensione di provincia. Non siamo usciti di testa quando ci aspettavamo un successo maggiore non prenotiamo champagne e caviale oggi. Potrebbe sembrarti banale ma noi andiamo avanti per la nostra strada e questo ci rende solidi. Estremamente solidi.

“Dividing Opinions” non è certamente il disco più facile che abbiate fatto (sempre che abbiate mai fatto un disco facile). Eppure nasce in un periodo che vede l’Italia mutare, almeno a livello governativo, situazione socio-politica. Senza scadere nell’agiografia partitica-elettorale, quanto c’è dell’Italia post-aprile 2006 dentro questo disco e quanto manca all’Italia che vorreste?
J: Preferisco e di molto la tristezza e la pochezza di argomentazioni nelle importanti discussioni dell'Italia del gennaio 2007 che l'aria che si respirava nell'Italia 2005... cosi' ti abbiamo liquidato subito il giudizio su questo periodo attuale e questo governo sostenuto nel nostro piccolo, da ogni membro del gruppo, ognuno con le proprie motivazioni e convinzioni. Questo disco ha respirato sicuramente l'aria greve ed ignorante dell'era Berlusconi. Un'eredita' pesantissima in primo luogo per la cultura “altra” di questo paese. Musica e politica in Italia suonano sempre malissimo assieme, perche' sono viste come o totalmente legate o totalmente distanti. Difficilmente trovi l'artista che fa musica pop e si esprime pubblicamente, nel suo piccolo, rispetto ad altre questioni. Credo che nessuno in Inghilterra si sia mai scandalizzato perche' i Blur chiamarono un loro album "Modern Life Is Rubbish" e cantando “Girls And Boys” Damon Albarn faceva dichiarazioni di voto pro Ken "il rosso" Livingstone (so che si tratta di pesi e misure diverse).

Questo non è il disco politico dei Giardini, questo e' semplicemente un disco dei Giardini di Mirò, e che vi piaccia o no odiamo il disimpegno a tutti i costi. Nella copertina dell'album vedi la partecipazione la ricerca di un mondo migliore, la consapevolezza che la politica era una cosa realmente seria e che necessitava un impegno forte e costante da parte delle giovani generazioni. Oggi le nostre generazioni sono totalmente assenti anche per loro incapacità e volontà nell'esprimersi riguardo ai problemi che ci toccano direttamente: diritti civili, nuovo modo di affrontare le tossicodipendenze - oltre la festa per il raccolto? il nulla! -, lavoro - siamo tutti contenti della precarizzazione del nostro futuro -, cultura - non siamo certo contenti che proponiamo. Muovere il culo, gioventù. Non solo in discoteca.

Quali sono i suoi valori? Quale l’orizzonte estetico di riferimento?
J: “Dividing opinions” è il disco che più degli altri parla di noi. Con voci/mani/teste/scritture diverse all’interno dello stesso disco. Le potete sentire tutte. Ogni canzone potrebbe essere un capitolo a sè. Eppure stanno nello stesso disco e si incastrano bene tra loro. Siamo riusciti a dare un corpo unico alle nostre differenze. Siamo riusciti ad andare oltre le nostre visioni piu' personali senza perdere nessuna delle nostre peculiarita' personali. Diciamo che è un disco partecipato... ma che cazzo dico: è un disco sentito e fortemente voluto. Tutto qua.

Questa potrebbe essere una domanda banale. Ma non lo è. Quanto cuore e quanta testa ci sono dentro “Dividing Opinions”?
C: ll contrasto tra l'anima razione e irrazionale è alla base di tutto. Testa e cuore solitamente creano conflitti. Qualche volta generano tregue e raramente stipulano accordi a lungo termine. Questo disco è solo uno dei tanti resoconti esistenti.

Giardini di Mirò: “Dividing Opinions”. Che Guevara: “Noi che abbiamo voluto essere duri senza perdere la tenerezza”. In che cosa siete duri? E in che cosa serve tenerezza?
C: Ma chi è quel "Che" che tutti portano sulle magliette? Ha detto anche frasi del genere? Wow! Che dire? Forse sarebbe stato più facile commentare Giovanni Paolo II. Fammi pensare. Be’, mi sembra una frase ad effetto che nella bocca di un rivoluzionario ci sta benissimo. Nella vita reale ci siano tantissime sfumature tra dolcezza e violenza. C’è l’intera scala cromatica. La musica però valorizza aspetti emotivi dell'esistenza quindi fa parlare i punti estremi. Ad esempio "Petit Treason" è un pezzo catartico e violento. Messo in chiusura d'album appunto perchè liberatorio. E' tutto molto spinto. A partire dalla tensione emotiva, per arrivare alle tematiche trattate, fino al finale dove escono i Giardini di Mirò più duri di sempre. Ma si sa. Gli estremi si congiungono. In qualche punto. Per cui alla fine dai gdm più hardcore di sempre si torna a qualcosa di tenero. Che è il senso di liberazione da un peso, una verità rivelata. Perchè la tenerezza, come l'acqua è invincibile. Questa frase non l'ho detta io. Ma non mi ricordo assolutamente chi l'ha detta. Se lo sapete fatemelo sapere.

Ancora una volta avete scelto Homesleep per pubblicare in Italia i vostri dischi. Pareva che qualcosa si fosse interrotto, poi invece il legame si è dimostrato solido. Che sta succedendo con la discografia indie?
C: Homesleep qualche anno fa ha attraversato un momento critico. Il crollo del mercato discografico ha provocato forti ripercussioni su tutte le strutture coinvolte. Tra queste anche loro. Lo sbaglio reciproco è stato di interrompere la comunicazione proprio nei momenti di difficoltà. Così hanno serpreggiato i dubbi. Tanto che avevamo pensato seriamente di prendere altre strade. Siamo stati vicinissimi a cambiare rotta. Un bel giorno però ci siamo messi al tavolo e ne abbiamo discusso. Oggi credo che il rapporto si sia solidificato proprio perchè ha seriamente rischiato di interrompersi.

La discografia in senso tradizionale è messa malissimo. Non si vendono più i dischi ed è difficile trovare una logica di mercato che possa regolare il commercio di musica. Parallelamente stanno nascendo fenomeni dal basso di una potenza incredibile. Vedi MySpace, criticabile finche vuoi, ma rivoluzionario in quanto ha cambiato le abitudini della gente. Poche balle. Direi quasi che mutato il modo di concepire la distribuzione e la promozione della musica. Ma anche nel piccolo esperimenti come Qoob con il quale abbiamo fatto il primo video dell’album, sono degni di nota e mi affascinano tantissimo.

Inevitabile, confrontandosi con le voci, dover scrivere dei testi. Di cosa cantano i Giardini di Mirò?
C: Si parte con donne spettrali, cuori sleali, per finire con segni premonitori ed eresie caridache. E si ricomincia. Tutto filtrato attraverso quel leggero "fuorisincrono" di cui si parlava prima.

“Broken By” ha un testo scritto da Alessandro Raina e cantato da te. E’ l’unico pezzo in cui compare, anche solo come autore, il vostro cantante di “Punk... Not Diet!”. Non avevate più niente da dirvi?
J: "...la distanza ci dividerà...", cantavano i Ritmo Tribale. Dopo due anni vissuti assieme in modo molto stretto ed intenso si sono definite alcune diversità che non erano più sormontabili. Dovevamo confrontarci con quelle. Altre distanze sono venute a sommarsi, altri modi di vivere la vita sono arrivati ad allontanarci. Avevamo troppa stima gli uni degli altri per continuare a raccontarci delle balle e quindi abbiamo scelto di interrompere la nostra collaborazione. Non è stato certo facile ma intimamente credo che sia ancora la stessa stima e l'affetto di prima tra tutti noi. Questo non è un lieto fine, c’è stata una rottura, una svolta, ma ognuno è libero di scegliere il ritmo che ritiene opportuno nell'affrontare le salite. Noi ed Alessandro stiamo ancora sfidando l'alpe d'huez, come Bugno ed Indurain, in quel pomeriggio glorioso, avevano tattica e rapporti diversi nei piedi, nella testa. Vinsero tutti e due una gara dove c’è chi arriva primo e chi secondo , ma vinsero tutti e due in modo evidente.

Cantare “Broken By” è difficile perchè parla di un momento della vita di Alessandro molto privato, ho avuto parecchi dubbi se cambiare il testo oppure no. Ma quel pezzo e' l'ultima cosa, in campo musicale, che abbiamo fatto davvero assieme in armonia. Credo che sia giusto onorare quel momento ogni volta che si sale sul palco e si suona quel pezzo.

Sempre per “Broken By”, primo singolo, avete tentato insieme a QooB.tv l’esperimento del video realizzato grazie ad un contest per utenti. Il vincitore ha riadattato un corto preesistente secondo la vostra musica. Siete soddisfatti?
J: Con tutta onestà? Bah. Che non è una risposta. Quello era il video realizzato tecnicamente - e parlo di qualita' delle immagini, fotografia, luci - in modo migliore, con grande professionalità. E vi era pure un immaginario dietro, molto forte, un'idea precisa e sviluppata nel video. Risponde al mio personale gusto? Non voglio parlare per gli altri: no, io non avrei mai sviluppato una storia come quella. E questo discorso lo applico anche ad altri video che sono stati realizzati per noi. Insomma abbiamo anche un altro video in cui il ruolo della donna e' abbastanza criticabile e discutibile. Tutto questo è da mettere nella cartella del: quanto è difficile fare un video, soprattutto in funzione di una musica ben precisa. Rimane il fatto che questo e' un video girato davvero bene e come "prodotto" può funzionare. Io non ero sicuro del fatto che il concorso portasse alla produzione di un video con queste qualità.

In “Embers” traspare lo spettro affascinante dei Blonde Redhead. Cosa è rimasto di quegli anni ’90, dei Sonic Youth, del noise, nei Giardini di Mirò?
C: Tantissimo. Dai Sonic Youth ho imparato tutto. La prima volta che ho ascoltato "Goo" mi sono detto “Questa è la musica che voglio fare. Che cazzo ho ascoltato fino ad oggi?”. Hanno caratterizzato un’epoca con un suono veramente particolare da cui tutti abbiamo copiato qualcosa. I Blonde Redhead sono un gruppo molto raffinato. Dalle sfumature malinconice ed europee. Sono una rilettura ricercata del suono dei Sonic Youth. Ovviamente, viste le premesse, non possono che piacerci e ritornare più o meno cicilicamente nelle nostre produzioni.

In copertina campeggiano scontri di piazza. Nelle foto promozionali, invece, sembrate una band synth pop allo sbaraglio. Non si esce vivi dagli anni ’80?
J: No, no... se non fossimo usciti vivi non saremmo qui a scrivere. Quasi tutti noi gli ‘80 li abbiamo vissuti guardando indietro e con il dovuto distacco culturale. Non corriamo affatto il rischio di rimanerne vittime. Per quanto riguarda le fotografie promozionali siamo sempre stati in grande difficoltà, perche' non riusciamo a vederci in modo unitario. Quelle foto sono uno dei nostri tentavi di darci forma visiva.

Commenti (21)

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  • Rob 27/02/2007 ore 17:44 @rob

    ah! l'hanno scop...erta anche loro? [:

  • alez 28/02/2007 ore 09:29 @alez

    ti dirò di più...
    nemmeno l'isola sarebbe andata da bugno.
    un pò come la storia della montagna e di maometto.
    ma chi ci crede a quella panzana...?
    tu ci credi?

  • Rob 28/02/2007 ore 13:35 @rob

    No, dai... questa visione del Chiappucci "indie" non regge proprio.
    Chiappucci semmai era estremamente rock, ai limiti del punk (anche stilisticamente). Era la combattività fatta persona. Semmai poteva essere un Giorgino Canali in bicicletta, ma un indie proprio no.
    Chiappucci ed il piangina indierocker sono due cose agli antipodi:
    un indie-rocker non avrebbe mai attaccato sul Turchino per vincere una Sanremo in solitaria (semmai l'indie-rocker avrebbe aspettato via Roma per poi piangere perchè, mentre lui si faceva le pippe in coda al gruppo, qualcun altro se n'era andato sul Poggio o sulla Cipressa).

    Un ciclista "indie" semmai poteva essere... che so... un Davide Rebellin. Al massimo un Cecco Casagrande o un Wladimir Belli (decisamente un Petacchi fra i contemporanei).

    Bugno invece era la poesia pura ed incostante di un grande cantautore: un Piero Ciampi o un Francesco De Gregori.

  • Faustiko Murizzi 28/02/2007 ore 14:18 @faustiko

    oh ragazzi... queste discussioni sul ciclismo e i parallelismi con l'indie-rock mi fan morire! :]
    quasi quasi vi presento mio padre, un patito come pochi: quando son nato ha aspettato che finisse la tappa del giro d'italia prima di venire in ospedale!! :]

  • alez 28/02/2007 ore 14:23 @alez

    siete una manica di pervertiti.
    :|

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