Dalla Royal Albert Hall a Shackleton: l'arte mutevole di Ernesto Tomasini Intervista

08/09/2016 di

Immediatamente seguito da ottime recensioni, è da poco uscito “Devotional Songs” del producer inglese Shackleton che vede la partecipazione speciale di Ernesto Tomasini.
Attore e cantante palermitano espatriato anni fa a Londra, Tomasini è uno di quei personaggi che solo il nostro paese poteva prima partorire e poi allontanare. La rivista statunitense Frontiers lo ha descritto come "la personalità più stravagante ed eccitante che sia arrivata a scuotere il mondo della lirica dai tempi di Klaus Nomi". Da noi in pochi lo conoscono, ma lui nella vita ha lavorato con tutti e ha fatto di tutto, dal cabaret al musical, dalla performance art al teatro.
La nostra intervista, passeggiando sulle sponde del Tamigi.

 

Ernesto, hai lavorato con artisti che hanno avuto un'influenza importante sull'evoluzione della musica elettronica: Peter Christopherson [Throbbing Gristle, Coil] e Nurse With Wound. Come è nata invece la recente collaborazione con Shackleton?
Nella maniera meno romantica possibile, nel senso che la sua manager ha chiamato la mia perché lui mi voleva per il suo nuovo progetto. Stava cercando una voce che non fosse pop-rock classica, perché detesta il canto vero e proprio: infatti in questo album la mia voce è piuttosto sottomessa.

Anche nel mix secondo me...
Sì, in tutto! Anche nella mia interpretazione, perché io di solito mi scateno se uno mi dà spazio, invece lui ha voluto una cosa contenuta, senza istrionate di sorta. Mi aveva anche chiesto di collaborare sui testi ma io ho preferito starne fuori perché vedevo che aveva una sua idea ben distinta. In qualche punto sono intervenuto perché lui non ha nozioni di canto, quindi ho lavorato io sull'emissione vocale, ma per il resto lo ho lasciato fare.

Sei contento del risultato?
Molto, e ancora di più di lavorare con lui: siamo grandi amici e ci troviamo bene insieme. Ti dirò che ad un certo punto a me importa quasi solo questo, nel senso che sono arrivato ad un punto in cui non me ne frega del lavoro e preferisco divertirmi mentre faccio quello che faccio. 

Come trovi l'approccio all'elettronica di Shackleton rispetto a quella di altri musicisti con cui hai lavorato?
Non ti saprei dire, io privatamente fuggo dalla musica perché ne sono circondato per lavoro. Non sono uno che dice “Bene, adesso mettiamo su un bel disco e ce lo ascoltiamo”, per cui faccio fatica a risponderti. La musica che ascolto solitamente è quella che fanno persone che conosco o che qualcuno mi ha passato per qualche motivo. Posso dirti che mi piace lavorare con chi ha un approccio inconsueto all'uso della voce, perché su esempio di Carmelo Bene a me piace martoriarla, camuffarla. La tecnologia che abbiamo a disposizione permette di fare cose fantastiche.

C'è sempre una componente teatrale nel tuo approccio alla voce e alla musica in generale.
Eh, e come faccio sennò? Considera che io ho cantato la mia prima canzone al di fuori di un contesto puramente teatrale soltanto nove anni fa, che per uno della mia età è tardissimo. Come cantante sono un tardone! Anche se cantavo negli spettacoli, come si diceva.

Ti infastidisce quando si usa l'etichetta di “artista queer” per identificarti?
No, mi fa solo sorridere quando trovo in alcune interviste o articoli certe parole chiave o espressioni che lasciano intendere senza dire, appositamente per evitare di parlare di “queer” o “gay” o “bisessuale”: che ne so, “l'eccentrico artista palermitano” ...come se non si volesse dire una parolaccia! Poi ormai non si capisce neanche più che cosa significhi “queer”, da quando se ne sono impossessate le accademie per parlare di qualsiasi cosa che non sia mainstream. E poi diciamo che c'è anche tutta questa preoccupazione, questo interesse a conoscere o dare per scontata la vita sessuale di una persona, quando invece io conosco così tanti che non finirebbero solo nella categoria “omosessuale” o “eterosessuale” o quant'altro... Bisognerebbe davvero smettere di preoccuparsi di chi va a letto con chi. Mi sembra una fatica sprecata questa catalogazione vittoriana, con l'homunculus nella formaldeide e l'etichettina sopra. Ci sono tante sessualità quanti sono gli esseri umani.

Tu abiti a Londra da parecchio...
Sì, dal 1992 per esattezza: quello è l'anno in cui mi sono trasferito definitivamente, ma prima di allora l'avevo frequentata con una certa assiduità.

Come la trovi tu oggi, annus domini 2016?
Molto cambiata, specialmente negli ultimi cinque anni con l'impennata di europei che si sono trasferiti qui. Sono sparite le puttane e gli spacciatori agli angoli delle strade, la spazzatura lasciata un po' a casaccio, e sono comparsi questi palazzoni spersonalizzanti che non dicono nulla. Per i nostalgici, quelli che “Ah era così bella un tempo”, non è più la Londra di una volta. Manca quel brutto che fa parte della vita di una grande città e che in qualche modo agevola indirettamente le espressioni artistiche dell'underground di un luogo... C'è questo volersi uniformare, questa mancanza di un desiderio di rottura che però io trovo espressione del momento in cui viviamo, e non solo un problema di Londra in sé.

Se tu fossi arrivato oggi a Londra, credi che la tua carriera artistica avrebbe preso delle strade differenti?
È difficile dirlo, perché io nella vita ho fatto di tutto e quindi credo che alcune delle cose che ho fatto le avrei fatte ugualmente. Per esempio io ho fatto molto musical nel West End, e quella è una cosa che è uguale oggi come ieri. Quello è stato il mio training artistico, ed è anche una cosa dalla quale mi sono dissociato pur essendo una fonte di guadagno costante: per un anno e mezzo ho fatto parte del cast del musical "Chicago" che spopolava fino a pochissimi anni fa, ed era una vita monastica che mi impediva di fare alcunché, per la stanchezza e le tempistiche che imponeva... E poi c'è anche da dire che, a parte le grandi star, un cantante che lavora al musical non riesce ad esprimere la propria personalità perché sparisce dietro al trucco, ai costumi... La gente va a vedere un musical per applaudire il personaggio, non te. E questa mancanza di riscontro da parte del pubblico ad un certo punto ha cominciato a mancare. Mi sono quindi preso il rischio di intraprendere la strada dell'artista indipendente per poter fare le mie cose, lasciando un lavoro sicuro che all'inizio mi aveva anche riempito di entusiasmo.

Questa necessità di poter controllare un po' tutti gli aspetti del tuo lavoro mi sembra che fosse già in nuce nel periodo del tuo esordio palermitano
Sì, esatto. Io ho cominciato fin da subito a scrivere gli sketch che poi avrei portato sul palco, e questa esigenza è poi venuta fuori: essere il pupazzo di altri burattinai mi sta stretto, in generale. Ho iniziato negli Stati Uniti a sedici anni, dove frequentavo una accademia di arti visive: frequentando un corso per clown venni in contatto con questo docente che aveva bisogno di un sostituto per la sua compagnia, e così cominciai. Poi negli anni ho abbandonato il disegno, con il quale sono pure riuscito a lavorare sia negli Stati Uniti che in Italia, in favore del cabaret e del teatro. 

Hai mantenuto in qualche modo il contatto con le arti visive?
Sì, io disegno sempre, anche se come ti dicevo non più professionalmente da tanti anni. È una cosa che ho sfruttato anni dopo, sempre per fare soldi: nelle pause fra uno spettacolo e l'altro lavoravo per delle multinazionali americane, facevo lo sketch artist... Però è una cosa che non ho mai sfruttato come avrei fatto se non ci fosse stato il teatro. Comunque io dico sempre che io disegno le mie performance, gesti e pose sono pensate in un'ottica figurativa: alle volte letteralmente io disegno il mio personaggio, i movimenti...

Hai sempre avuto un canale privilegiato con il mondo anglosassone, mi pare di capire. Da dove viene questa passione?
Viene dai miei sogni di bambino: Hollywood, Broadway... Tutti luoghi della mia immaginazione che dipingevo chissà in che modo e che poi ho frequentato davvero: la mia scuola era a Hollywood, ho fatto il musical americano a Londra, abito fra i tetti degli spazzacamini che vedevo ballare in Mary Poppins. Avevo questa passione per quella Londra edwardiana e dickensiana un po' inventata, quegli Stati Uniti cinematografici forse mai esistiti e che però io mi sforzavo di trovare; a quattordici anni me ne andavo in giro per Londra facendo delle foto ai luoghi che avevo visto nei film. A Regent's Park ho ritrovato la panchina che i disegnatori avevano ritratto ne La carica dei 101

(Nel backstage di Ballarò, a Palermo nel '90)

Che rapporto avevi con Palermo allora? Riuscivi a ritrovare questa magia nella tua città?
No, assolutamente. Dentro di me io cercavo di tenere fuori dalla mia vita Palermo: ero fisicamente lì, ma io disegnavo e vedevo altro. Non riuscivo ad avere nessun trasporto o interesse in tutto ciò che era siciliano o italiano, non me ne fregava niente. A tutt'oggi non vado al mare e detesto stare al sole, anche se è vero che di recente sto riscoprendo Palermo e la Sicilia, soprattutto in virtù dei riconoscimenti che mi sono stati dati e che in qualche modo mi hanno costretto a vedere quei luoghi in modo diverso (nel 2013 Ernesto ha ricevuto il premio “Sicilian in the world” a Palermo, dove gli sono state anche consegnate le chiavi della città. Nel 2012 è stato anche inserito nel volume Eccellenza Italiana, con prefazione dell'allora presidente Giorgio Napoletano, ndr). Improvvisamente ho scoperto che avevo trascurato qualcosa che non andava trascurato.

Considerato che i tuoi spettacoli non sono esattamente “per tutti i palati”, ti hanno sorpreso questi riconoscimenti? Anche se è vero che nel nostro paese di cose strane ne sono successe in passato: penso a certe performance dei CCCP in televisione...
Ma c'era anche di peggio, altroché! Mi ricordo ad esempio di Stryx: io ero ragazzino e accendevo la televisione ritrovandomi di fronte a certe cose come Amanda Lear con le tette di fuori, o Patty Pravo che leccava un serpente... Mi ricordo che fece scalpore all'epoca!

Un repertorio inconsueto della musica italiana alla quale tu ti sei dedicato è quello dei castrati. In un'intervista dicevi che un po' ti pesa che si parli di te in relazione a quella musica, perché ti senti più vicino al castrato del periodo Romantico che a quello del periodo Barocco
Sì, io su quel repertorio ho fatto di tutto e di più. È stato qui in Inghilterra che i giornalisti hanno cominciato ad associare la mia vocalità a quella dei castrati, stimolandomi ad inventarmi uno spettacolo sulla storia dei castrati che ho poi portato in tutto il mondo, dal Messico alla Francia, alla Scozia. Ovviamente ho fatto molta ricerca e sono anche stato contattato da alcuni castrati endocrinologici. Insomma, è stata un'esperienza molto complessa. Io trovo più romantici i castrati dell'ultimo periodo, quando ormai in pieno Romanticismo rappresentavano delle reliquie di un'altra epoca.

Tornando invece alla musica, che progetti hai in cantiere?
Una cosa che mi fa molto piacere nominare è la collaborazione con Man Parrish, pioniere dell'electro che nel 1982 fece uscire un pezzo seminale, “Hip Hop, Be Bop (Don't Stop)”. Stiamo lavorando ad un album insieme e ci stiamo trovando benissimo, e non vedo l'ora di vedere che cosa salterà fuori.

 

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