Amor fou: gli eroi son tutti giovani e belli Intervista

Foto di Jacopo FarinaFoto di Jacopo Farina
20/05/2012 di

L'immagine del dandy era per molti versi rassicurante, chiara e diretta a un pubblico preciso, facile per chi ama il cinema d'autore e la cultura in genere. Perchè allora cambiare? Affidarsi ad un collettivo di artisti e imbastire un tumbler di sole gif animate, abbandonare il giacca e cravatta e abbracciare il ritmo. Le cose cambiano, a Milano si occupa un palazzo dietro l'altro, i ventenni lasciano la città per trasferirsi in provincia dopo aver capito che lo IED era una grossa presa per il culo, Scientology rimane dov'è da quindici anni. Il giorno dopo lo sgombero di Macao, Sandro Giorello ha intervistato gli Amor Fou.
 

Questo album, sotto molti punti di vista, è coerente con gli altri due. Tolto 3-4 pezzi maggiormente elettronici e “esotici”, gli altri potevano benissimo comparire nei dischi precedenti. Esagero a dire che il cambiamento più grande è stato nell'immagine (il look, il tumblr, il video...) e non nelle canzoni?
Alessandro Raina: Sono molto d'accordo. Avevamo fatto due dischi connotati in determinati periodi e “Cento giorni da oggi” si inserisce perfettamente in quel solco. Era giusto coprire l'ultima generazione, quella dei ventenni di oggi. Dei cambiamentici sono stati: abbiamo provato ad abbandonare una prospettiva cattedratica, un po' retrò, da nostalgici, e scelto un approccio più moderno.

A chi parla questo disco?
A.R.: Bella domanda. Nella nostra malsana idea, a chiunque. L'intento degli Amor Fou è sempre stato quello di essere una band pop. “I Moralisti”, dati alla mano, ha dato un risultato molto positivo, sia di vendite che di critica, ma era un'immaginario che iniziava a starmi stretto. Sicuramente l'essere inseriti in un filone ben preciso, l'immagine, le citazioni, il tenore dei video, era una specie di fiore all'occhiello. Eravamo diventati uno dei tanti gruppi bravi a fare quella cosa lì, immediatamente associati a quella cosa lì...

"Quella cosa lì"?
Fare i dandy funzionava. C'era un destinatario ben preciso: chi ama il cinema d'autore, il teatro, la letteratura. Per dirti, la figura che incarnavamo noi, in Francia, è super sdoganata. Noi un po' puntavamo a quel tipo di fascinazione, per me era una situazione rassicurante, mi trovavo a mio agio, ma c'era il rischio di chiudersi appunto in quella cosa lì: se avessimo fatto un “Moralisti 2” sarebbe stato un disco inattaccabile, con tantissimi elogi di critica ma probabilmente ai concerti avremmo avuto un quinto della gente che ci aspettavamo. Avremmo tagliato fuori tutta una serie di persone: chi non ha visto determinati film o, più semplicemente, i giovani. Per un ventenne non sembri un personaggio uscito da un film Petri, sembri un becchino.
Quindi, sì, per rispondere alla tua domanda, l'aspetto più lampante non è tanto riguardante la musica in sé, è cambiata l'attitudine o almeno abbiamo provato a ripensarla. E poi 
Il mio modo di scrivere è cambiato a 360 gradi, cambiamento che è ancora in atto, certamente mi ha portato verso un'immediatezza nuova.

Concedimelo: fa un po' ridere vedere dei quarantenni che passano dal giacca e cravatta alle t-shirt fluo.
AR: Devi vedere anche l'aspetto più giocoso, c'è della leggerezza. La forzatura c'è stata prima, non oggi. Al primo disco eravamo a tutti gli effetti  un progetto costruito a tavolino completamente incentrato su Cesare (Malfatti, già nei La Crus, NdR). Quando Cesare se n'è andato e siamo siamo diventati una band vera e propria, volevo che gli Amor Fou avessero un qualcosa di riconoscibile e comunicativo su più livelli, immagine compresa. Ho scelto quel tipo di immagine lì, colta, retrò, ecc. Con me funzionava ma in effetti per gli altri è stata una forzatura: è stato difficile far calare Giuliano e Paolo in una dimensione decadente-esistenzialista, per il tour dei "Moralisti" siamo davvero andati in giro a comprare i vestiti perchè nessuno, tranne me ovviamente, aveva camicie e cravatte. E' stata quella la vera forzatura, non certo far mettere oggi una maglietta colorata a Leziero.

Parlatemi del tumblr creato per il lancio del disco. E' obbiettivamente un qualcosa di innovativo per la promozione di un gruppo italiano.
A.R.
: Sterven Jonger è un collettivo stracazzuto, il suo ruolo è stato decisivo. Hanno deciso di curare il Tumblr utilizzando solo gif animate, che è una soluzione grafica super retrò, ma che sta diventando quasi d'avanguardia. Abbiamo deciso di parlare del disco, ma solo attraverso delle immagini, senza fonti, riferimenti, testi, senza musica e soprattutto senza spiegare che cos'erano. La figata è stato farlo su una piattaforma dove ogni cosa che postavi veniva immediatamente ricondivisa ed effettivamente certe immagini sono stati ribloggate in tutto il mondo, centinaia e centinaia di volte.

Quali sono le cose più divertenti da fare su internet?
A.R.: Escludendo il fatto che adesso ci sono i siti porno anche per iPad (ride, NdA). Come sempre arrivo in ritardo perché ogni cosa devo capirla e rielaborarla per bene prima di utilizzarla. Twitter in Italia è un giochino, fuori è certamente d'impatto, per i ragazzi arabi in rivolta ad esempio era davvero l'unico modo per dire “mi sta crollando la casa, guardate che la polizia sta massacrando e i telegiornali non lo dicono”, in Italia è più un giochino. Però c'è tutto un mondo parallelo di figure come Dio, i santi, ci sono cinque o sei profili del Papa che in 140 caratteri riescono a cogliere delle cose meglio che certi aforismi dei grandi del pensiero o dei baci Perugina.
Per me imparare ad essere sintetico è importante. Il problema dei cantautori è che sono sempre molto legati alla bellezza formale del contenuto dimenticando che il testo di una canzone che dura tre minuti è anche questione di ritmo, di suono, di parole, di forza che può avere anche una sola frase in un testo di dieci frasi e in questo senso Twitter è illuminante. Se uno ha del tempo per capire come funziona è utile, anche solo per constatare che gli artisti italiani passano più tempo a scrivere “non ho capito come funziona” mentre gli artisti stranieri di qualsiasi età sono già al livello successivo.

Frecciatina a Umberto Tozzi, che appena entrato in Twitter ha scritto che non sapevo come usarlo?
A.R.: Tozzi ma non solo... tolto Jovanotti o pochi altri un pochino di più sul pezzo, sembra che ogni artista italiano debba giustificarsi e ribadire una certa purezza delle cose... è come quando c'è stato il cellulare e tutti dicevano “no, figurati, lo utilizzo solo per lavoro” poi dopo sei mesi ce l'avevano tutti. Marracash è stato un grande, ha impedito a sua madre di crearsi un account su Facebook, quello mi è sembrato un gesto davvero d'impatto.

Da musicisti come vi siete messi in gioco in queste canzoni?
A.R.: Io e Leziero, siamo sempre stati degli ascoltatori eclettici ma paradossalmente questo non è mai emerso negli Amor Fou. Inizialmente era un disco alla Arcade Fire, poi abbiamo iniziato a lavorare sul ritmo. Provare a scrivere una canzone che facesse al contempo pensare e muovere il culo, per me era un'idea fortissima. Abbiamo capito che volevamo mettere insieme la musica italiana e tutta una serie di suggestioni diverse, come se Ivan Graziani suonasse con i Talking Heads o con i Local Natives. E poi volevo spostarmi su altre idee che avevo sempre tenuto fuori, in primis la celebrazione della vita e della voglia di vivere.
Leziero Rescigno: E' il disco più ritmico che abbiamo fatto. Io suonavo elettronica già quindici anni fa, ho vissuto tutta la cultura del rave nei novanta, quando nelle nuove canzoni degli Amor Fou sono spuntate determinate suggestioni mi venuto istintivo riattingere a determinati riferimenti. All'inizio c'era un pugno di canzoni senza una forma precisa, mi è venuto di “aprire” (flette le dita per indicare le virgolette, NdA), cercare altre strade, e siamo finiti nell'elettronica e nell'afrobeat. E' come se, capite certe istanze, avessi ritrovato i vestiti nell'armadio. Questo poi è coinciso con un cambio di scrittura di Ale, importante, profondissimo, è stata la spinta definitiva ma su un qualcosa che era già nell'aria.

C'era vita anche ne “I Moralisti”.
A.R.: Diciamo che celebrava altre cose, tentava di salvaguardare quello che per noi era a rischio di rimozione. Tiravi in mezzo Pasolini, il cinema, e dicevi all'ascoltatore “attento a rimuovere questa fetta di cultura, può insegnarti ancora tanto, anche se è pesante, complicata, intellettuale”. C'era dietro un messaggio etico, ma il rischio era di perdere di vista altre cose solo per andare dietro ai massimi sistemi.

Nelle canzoni si sente questa pulsione vitale ma anche un senso di galleggiamento che porta i protagonisti a non approdare mai. C'è una fascinazione per gli adolescenti ma, in fin dei conti, li critichi. Insomma, un quasi quarantenne che vorrebbe andare con le ventenni ma alla fine capisce che non è roba per lui. La chiamano crisi di mezza età.
A.R.: (Ride, NdA) No dai, a parte che non mi riferisco solo agli adolescenti, alcuni personaggi delle canzoni sono più grandi, under trenta, alcuni li considero miei coetanei... E poi io critico tutti, l'ho sempre fatto. Una delle cose che mi hanno spinto a scrivere certe cose è l'entusiasmo che ho trovato in alcune persone che ho conosciuto, di 20-22 anni. Avevamo un modo di gestire la vita opposto a tanti esempi della mia generazione, me per primo. Persone che sono state cinque anni a Milano, arrivate a 16-17 anni, inserite completamente nel circuito clubbing e a un certo punto autonomamente hanno detto “ok mi sono rotta le palle, questa roba qui mi sta distruggendo, mi trasferisco in un buco di culo d'Italia e magari mi creo una situazione lì, magari faccio lì i miei dj set”. Ne ho incontrati tanti, come ho incontrato persone che hanno capito che determinati percorsi, tipo lo IED, sono delle grandi prese per il culo e si sono costruite delle proprie alternative, anche rischiando molto. “Cento giorni...” è il nostro disco più cattivo nei confronti dell'Italia.

Il ritornello di Alì è il più facilone, è quasi un “Com'è bello far l'amore da Berlino in giù”. 

A.R.:
Secondo te è paraculo? Se è paraculo nel modo giusto, figata. Confronta due poli: dei ragazzi arabi che ho conosciuto a Berlino, di giorno erano dei perfetti musulmani e di notte si prostituivano quasi per eccitarsi;  dall'altra c'è Milano dove crediamo di essere così trasgressivi mentre invece siamo molto più ordinari di quanto pensiamo. Lo so, è un paragone facile, idem per il ritornello: si basa sulla metafora, prendo il sole in faccia o mi nascondo, voglia di vivere Vs. disagio, ma per me è un'idea forte che volevo esprimere.

Mi racconti “Goodbye Lenin”, mi spieghi quel “così, tanto per”?
A.R.: Molti pezzi vogliono evocare determinati mood, non hanno la pretesa di spiegare un qualcosa. I testi sono a-razionali e non mi interessa che siano perfettamente intelligibili. “Goodbye Lenin” è una delle più surreali, ci siamo immaginati questa festa in un bosco, non organizzata da dei freakkettoni ma da una generazione che ha Instagram, Twitter, ecc. Quel “tanto per” comunica una sorta d'incoscienza che vedi in molti giovani. E' chiaro che ci può essere una critica, un'esasperazione della leggerezza, ma se esprimi un giudizio diventi un Moralista, a vent'anni se fai così è un dato di fatto. Punto. L'aspetto interessante di una persona che fa le cose “così, tanto per”, è come riesca poi a coinvogliare la sua energia e la sua incoscienza in azioni potentissime, perché per smuovere determinate cose, oltre al coraggio, ci vuole un'incoscienza che noi adulti non abbiamo più.

Mi racconti “La primavera araba”?
A.R.: Una generazione è riuscita in meno di cento giorni a cambiare delle cose che in cent'anni non erano mai state scalfite. Molto banalmente, mentre nei paesi arabi dei ventenni si sacrificano in nome della vita, in Italia il massimo del dissenso è postare la telefonata di Berlusconi o l'intercettazione in cui Bertolaso parla dei pompini. Cazzate di questo tipo da noi diventano immediatamente dei trending topic. Dissentire in italia significa condividere su Facebook, inventarsi la parodia divertente, creare un meme, non c'è mai un passo successivo. Nei paesi arabi, in cui varie fasce della popolazione non hanno accesso alla cultura o lo hanno da poco, si è sviluppata immediatamente un'etica per cui se vuoi cambiare qualcosa che per te è importante, perchè credi che sia davvero il male assoluto della tua vita quotidiana, vai sul campo e magari ci muori.
L.R.: In Italia fa più casino il poster dell'Ikea che una serie di cose eclatanti e clamorose. Per dire, per sovvertire il governo c'è voluto un ultranovantenne come Napolitano.

Chi sono i protagonisti di “Vero”?
A.R.: Sono due che parlano con un linguaggio che potrebbe assomigliare a quello di un sms, hanno duemila dubbi, o duemila certezze che il giorno dopo cadono. Così come in “Forse Italia”, “Andremo a combattere in centro anche senza un nemico” è un po' una fotografia di un estremo slancio movimentista a fare delle robe e poi non sapere bene contro chi vuoi andare. Perchè, nonostante quanto detto finora, per me era importante anche ricordare che siamo esseri umani, per cui se anche tu sei di fronte a qualcosa che vorresti cambiare, resti sempre influenzato dai tuoi scazzi amorosi. E ti assicuro che cantare una cosa del genere per me è molto più liberatorio, trasgressivo se vuoi, che spiegare ad esempio in una canzone le differenze tra la generazione repubblicana e il fallimento dei rapporti genitori-figli. Sono cose nobili, ma puoi anche arrivarci in altri modi, vedi “Padre davvero”.

Perchè citare Scientology in una canzone?
A.R: E' stata una delle prime cose che mi hanno stupito questa città. Quando da ragazzo venivo a Milano per andare alla fiera di Senigallia, finivo in via Torino e trovavo sempre questo mio vicino di casa, che a Voghera diceva di essere un bancario e invece lavorava per Scientology, distribuendo volantini. E tuttora ci lavora, non è mai invecchiato e probabilmente quelli di Scientology hanno anche un segreto anti invecchiamento (ride, NdA). "I Volantini di Scientology" è una rappresentazione impietosa di Milano, ma è anche un atto d'amore. Se un domani andassi in via Torino e non trovassi più Scientology sarebbe la fine di un'era.

Perchè mettere a tutti i costi un pezzo degli Altro nel disco?
A.R.: Era un vezzo romantico. Io ho sempre desiderato fare un pezzo con gli Altro e in realtà il sogno si era già anche avverato, dal vivo mi hanno invitato più di una volta a cantare con loro. Lo spirito dei testi di Alessandro per me è stato importante come pochissime altre cose per cercare di scrivere in un certo modo. Nonostante non mi sia mai piaciuto il punk, come musica intendo, gli Altro sono uno di quei gruppi che ho consumato, insieme ai Cosmetic e ai Verdena. Ho scritto il pezzo e ho invitato Ale a cantarlo.

Gli Amor Fou copiano ancora i Baustelle?
A.R.: (ride, NdA) No dai, dei Baustelle non c'è manco più una virgola. Forse c'è ancora una eco nel ritornello di “Goodbye Lenin” che, tra l'altro, è un ritornello vecchio, scritto tempo fa. Musicalmente non c'è più un cazzo. Io sono stato assolutamente debitore di Bianconi, sopratutto su “I Moralisti”, e per me resta uno dei manici della canzone italiana recente. Il limite che oggi vedo nei Baustelle è un eccessivo distacco dalla realtà, c'è questa sfiducia tale nel genere umano che li rende capaci di generare degli spacccati bellissimi, ma profondamente decadenti e distanti. Forse lui è proprio così, una persona schiva, più portata alla contemplazione. Io al momento mi sento più di andare verso le persone.

Vi lascio il microfono aperto per piangervi addosso: gli Amor fou e i sacrifici del musicista.
A.R.: Evitando di dire che si guadagna poco, in Germania ti pagano un decimo e non hai tutte una serie di cortesie quando vieni accolto al locale. Partiamo dal presupposto che in Italia c'è la miglior qualità di vita del mondo, se vuoi mantenere quel tenore di vita facendo il musicista è normale che ti sembri una roba devastante.
La fatica per me è l'essere credibile, capire se c'è davvero bisogno che io scriva altre canzoni. Sinceramente io non mi sono mai sentito all'altezza: so di avere una cultura, di essere capace di scrivere dei testi colti, intelligenti, ho un immagine che può piacere, sono cose che mi rassicurano, una sorta di autoprotezione per compensare tutte le mie altre debolezze. Di fondo c'è una grande insicurezza. Per dirti, in questi giorni ho avuto degli attacchi d'ansia che non avevo da quindici anni perchè mi sento nuovamente sovraccaricato di reponsabilità. La fatica è quella.

Dieci giorni fa, a Milano, un gruppo di (più o meno) giovani ha occupato un palazzo di trenta piani, le forze dell'ordine l'hanno sgomberato ieri. Cosa ne pensi di Macao?
A.R.: Macao è stata una bellissima trasmissione della Parietti, con degli interventi di Carmelo Bene geniali, come tutte le cose che ha fatto Boncompagni, o quasi (ride, NdA). A parte questo... sono stato alla torre Galfa tre volte, non mi è piaciuto il linguaggio che ho sentito utilizzare perchè ci ho trovato i limiti storici dell'antagonismo milanese. Penso che le istanze con cui è nato questo progetto siano ottime, propongo, e spero che lo facciano, visto che il sindaco è andato in prima persona a parlare con loro, non ha mandato De Corato (Riccardo De Corato, vice presidente del Consiglio comunale e a lungo vice sindaco delle giunte di centrodestra, NdR) o la polizia... propongo di concentrarsi meno sugli slogan che sembrano presi dai libri di Moccia e più su azioni concrete. Creare dei progetti, ad esempio: individuare tot palazzi abbandonati da più dieci anni e riconvertirli.
E' la politica che viene fatta in tutte le città dove c'è una storia di occupazione, in primis Berlino ma anche in est Europa, la Polonia, ecc. Per farlo servono dei tecnici: per riconvertire uno spazio servono architetti, urbanisti, ingegneri, persone che invece di pensare alla repressione poliziesca o al blocco capitalistico, che sono termini che oggi senti a Macao, progettano, pensano, inventano, magari dialogano anche con il comune. Tutte cose che questi, ovviamente, dovranno fare nel loro tempo libero, nei ritagli dal lavoro, ma sono quelle le cose da fare, non i presidi con i bonghi. Il messaggio deve essere “è una vergona che a Milano ci siano 200 caseggiati sfitti, li riconvertiamo noi: ne facciamo tot come ostello, tot come laboratorio...”. A Baggio c'è l'Istituto Marchiondi, che è una struttura importantissima di cui è conservato il plastico al MOMA di New York, è anche più piccola della Torre Galfa e quindi più facilmente gestibile. Sono quarant'anni che rimane inutilizzata diventando così un dormitorio di spacciatori e extracommnitari. L'unico che si è messo in campo per riconvertirla è stato Sgarbi e ovviamente l'hanno cazziato.
Gli M83 nell'ultimo disco dicono “The city is my church”, per me ha una valenza sociale fortissima. L'idea che la comunità si raccolga anche spiritualmente in uno spazio aperto e vivo, anche ambiguo e contraddittorio.... potrebbe averla scritta Banksy e Banksy per me é uno dei piú grandi filosofi di tutti i tempi.

 

Commenti (8)

Carica commenti più vecchi
  • babalot 22/05/2012 ore 10:09 @babalot

    ero molto diffidente ma il disco mi sta piacendo (quelli vecchi non mi piacevano). e poi se alessandro è fan degli altro e dei cosmetic guadagna tipo mille punti e santo subito :D

  • gibbone 22/05/2012 ore 11:55 @gibbone

    grande intervista.

  • Barbara Gambini 22/05/2012 ore 14:08 @BarbaraGambini

    A me le t-shirt non sembrano fluo. Sono gli stessi colori della cover dell'album

  • alia 22/05/2012 ore 15:09 @alia76

    a me questo Raina di adesso piace molto di più. mi fa meno soggezione :-). il disco lo sto ascoltando. è diverso dalle loro produzioni. non è affatto un brutto disco. ma mi ci vorrà un po' per capirlo. penso che arriverà al cuore in maniera diversa rispetto a "i moralisti". del tipo di come mi arrivò al cuore il ghiaccio di Bjork di "homogenic" eoni fa. vedremo. Dottori per me è uno dei migliori chitarristi sulla piazza. Riff dell'anno in "padre, davvero"

  • lost84 22/05/2012 ore 15:27 @lost84

    àlia che vuoi dire con:" mi fa meno soggezione " ? (il video di feed e' un opera d'arte :D )

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati