Ex Otago: il giro del mondo per tornare a Marassi Intervista

Foto di Cosimo Nesca - ex otagoFoto di Cosimo Nesca - ex otago
24/10/2016 di Francesca Ceccarelli e Pietro Raimondi

Dopo essere andati "in capo al mondo" gli Ex-Otago sono tornati in città, anzi nel quartiere. "Marassi" è il titolo del nuovo album della band, ma anche il nome del quartiere di Genova in cui gli otaghi sono nati e cresciuti. Per un ritorno al pop(olare), con l'intenzione di lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato e vivere a pieno il presente. Della città, e della musica italiana.

 

Siete andati “in capo al mondo” per tornare a casa: cosa vuol dire avere Genova per casa, soprattutto musicalmente?
Maurizio: In effetti dopo “In capo al mondo” sentivamo il bisogno di tornare a casa, anche perché questo capo al mondo chissà dov'è... invece Marassi la conosciamo benissimo, avevamo proprio bisogno di raccontare cosa succedeva a pochi metri dal nostro zerbino. Abbiamo vissuto Marassi molto intensamente e ci siamo resi conto che nasconde delle facce molto interessanti, delle persone che in qualche modo vivono in maniera molto forte il presente, una cosa che in altri quartieri di Genova non accade. E poi ci piaceva l'idea di raccontare quella Genova che non racconta nessuno.
La storia del cantautorato per la nostra città è un gran monumento, ma anche una croce: quando si parla di Genova si parla sempre di De André e dei grandi artisti del passato, con i quali noi del resto siamo cresciuti, però è anche ora di andare oltre e costruire qualcosa di nuovo. Così ci sembrava anche un po' provocatorio scegliere Marassi come il luogo migliore per ripartire. Si poteva andare nei vicoli di Bocca di Rosa, invece ci siam detti: proviamo ad andare a Marassi per trovare qualcos'altro. 

Avete appunto dato al disco il nome del quartiere. Perché è importante per voi?
Francesco: Marassi oltre ad essere il posto dove siamo nati e che conosciamo è anche un bello spaccato non solo di Genova ma di tutte le città, perché a Marassi c'è lo stadio, c'è il carcere, ci sono i quartieroni popolari, c'è il Biscione, che è quell'edificio gigante che avvolge come un nastro tutta la collina, ci sono le palestre di zumba, i circoli, c'è una bella fetta di città, è un punto abbastanza privilegiato. Come molti quartieri di grandi città, rimane abbastanza fuori dalle cronache, però spesso sono proprio quelli i quartieri in cui la vita quotidiana accade.

Raccontateci un aneddoto di Marassi, qualcosa di divertente.
F: Una storia bella che ci è capitata di recente mentre giravamo il secondo video, “Quando sono con te”. Siamo andati a girare una scena al Club Marassi, che è stata veramente epica, consiglio a tutti di andare in pellegrinaggio al Club Marassi. Al nostro regista, il mitico Lorino, dopo un'oretta lì gli hanno fatto la tessera di socio onorario. Perché c'erano questi bicchierini di bianco buonissimo, 80 centesimi al bicchiere...
M: Attenzione, non era bianco, erano solfiti con aggiunta di coloranti (ridono tutti)
F: Comunque Lorino ne ha comprati talmente tanti mentre filmavamo che gli hanno fatto la tessera.
Olmo: Adesso per le iniziative contattano lui.



Il disco si apre parlando dei "giovani d'oggi". Ma chi sono, di preciso, questi giovani d'oggi?
M: Esattamente non lo sappiamo, noi siamo giovani. Il tema giovani è labile, chi sono i giovani? Io posso risultare giovane per i 60enni, infatti così risulto dalle mie parti, ma per un giovane giovanissimo noi siamo già vecchi. Però i giovani d'oggi sono soprattutto persone su cui gravano troppe responsabilità, bisognerebbe lasciarli un po' più liberi. La lotta non è solo quella degli anni '60; si attua in tanti modi, anche per esempio comprando qualcosa al posto di un'altra al supermercato. I giovani d'oggi sono gli stessi che c'erano 30 anni fa in un contesto diverso.

Mi sembra che stia già tornando spesso nella nostra conversazione il tema della necessità di conoscere il passato per costruire qualcosa di nuovo.
F: Esatto, il passato è come quando giochi a nascondino e dici “Casa!”. È un luogo sicuro, un rifugio che difficilmente può essere denigrato o messo in un angolo, e quindi nessuno a Genova si sognerebbe di dire che De André o Tenco non fossero grandi artisti, però ormai quello è assodato, non possiamo continuare con la stessa zuppetta di sempre...
M: È anche una questione di approccio, perché il passato è immobile, e gente come noi è nata col gene del cambiamento, della curiosità. Per cui abbiamo un gran bisogno di presente più che di futuro, che poi non so neanche se esista come ambiente.

Da “Figli degli hamburger” a “Cinghiali incazzati”, la “generazione 2.0” che raccontavate in “Mezze stagioni” qualche anno fa com'è cambiata? 
F: Secondo me è tutto riassunto nel testo di “I giovani d'oggi”. Di generazione in generazione, sentire ripetere che i giovani d'oggi non valgono un cazzo è un po' una costante. È una di quelle cose che è sempre uguale. Quindi quando parli di queste generazioni, dei giovani d'oggi, dei figli degli hamburger, parli sempre delle stesse persone: siamo noi, il nostro pubblico, quelli che ci hanno visti nascere, ci hanno accompagnati, quelli che ci hanno abbandonati, quelli nuovi che sono arrivati.
M: Poi queste due canzoni in particolare parlano dello stesso tema ma da due angolazioni diverse. In "Figli degli Hamburger" ridiamo di noi stessi e di quanto siamo meschini, invece "I giovani d'oggi" è una difesa. Su YouTube ad esempio, questa cosa non è stata completamente compresa.



In “Non molto lontano” c'è voglia di fuggire dalla “gente che inganna e devasta”: una forma nemmeno troppo velata di protesta. A cosa pensate in particolare quando parlate di questo fastidio?
M: L'arte è uno strumento personale per lasciarsi un po' andare, urlare, dire delle cose che diversamente non potresti dire, quindi una canzone così è anche una canzone di liberazione, serve sempre. Io mi riferisco a quella condizione per la quale ti ritrovi a leggere un giornale o a guardare un tg e sei sommerso di notizie negative, e non puoi fare nulla. È una condizione che mi stressa molto, e secondo me è una condizione abbastanza nuova per l'essere umano, perché prima non si sapeva tutto di tutto il mondo, adesso sì e spesso sono cose negative, quindi mi viene da dire: ma porca miseria, ma lasciateci in pace, non ne possiamo niente, possiamo essere solidali con chi vogliamo. Pensiamo a chissà quale ambiente lontanissimo e poi sotto casa non si fa un tubo per cambiare la situazione.

Non pensate che l'idea di rivoluzione stia diventando soggettiva? Compro certe cose, faccio il mio per me, ma non ci sia più l'idea di allearsi per cambiare le cose?
O: Certo, la rivoluzione adesso è un comportamento del singolo, non è più la massa attiva come unicum, è un sistema di persone uniche, che semmai dopo confluiranno in un movimento con degli obiettivi.
F: È una cosa propria soprattutto dei più giovani. Parlavo con una ragazza di 18 anni che mi ha detto che le manifestazioni studentesche non esistono più, lei non è mai stata in un corteo. Penso che chiunque in questa stanza sia stato almeno una volta, anche solo per curiosità, in un corteo. Prima questa cosa aveva il valore di mettersi insieme e dire “non mi va”. Invece sempre più spesso capita che il “non mi va” venga pronunciato nella propria cameretta, e ognuno sceglie per sé.

Ci vuole molto coraggio per fermarsi un attimo, guardare profondo, votare Lega e guardare Sanremo”: versi chiari che lasciano poche interpretazioni. Siete di quelli che vanno sempre a votare?
F: Io sono altalenante. Davanti alla scheda elettorale mi capita quella cosa che dicevamo prima. Ovvero che vai al bar, apri il giornale, leggi le notizie e dici: belin, no, non ce la faccio, vabbè allora me la faccio per me.
M: Io ho perso la fiducia nel sistema nazionale, in una visione pubblica, mi sto facendo questa domanda da diverso tempo, se sia questa la maniera giusta di governare, e al momento non ho risposta.



E invece Sanremo?
F: L'ultimo Sanremo l'abbiamo visto tutti insieme con birrette, serate a casa di Olmo interminabili, che poi per arrivare a fine puntata ci vuole molto coraggio. Però l'abbiamo guardato, noi vediamo che si stanno fondendo le dimensioni della musica italiana tra l'indipendente e il mainstream, autori che scrivono per cantanti mainstream, eccetera eccetera. Sarebbe bellissimo se questo accadesse davvero nche a Sanremo: cioè che davvero la musica di qualità, la musica pop, arrivi alla gente attraverso un canale privilegiato come la televisione. Se ci fossero un Dente, un Brunori, un Vasco Brondi a Sanremo, sarebbe bellissimo. Per fortuna qualcosa si sta muovendo.

Da questo punto di vista "Marassi" ha le premesse per essere un simbolo di questa fusione di cui parlate, basti guardare alla produzione: Crowdfunding, Tempesta, INRI, Garrincha e Universal dietro all’ultimo disco di una band che ad ogni modo rappresenta una delle basi di questo alt-pop italiano anni 10. Sembra un tirare le somme, no?
O: Assolutamente sì.

Siamo abituati a sentirvi positivi, leggeri, sereni, invece in questo album mostrate un lato più introspettivo, disilluso, problematico: com'è nata la necessità di dare alle vostre canzoni un taglio più "impegnato"?
M: Questa è una cosa interessante perché me l'hanno già detto, ma io ho cercato di fare un lavoro preciso: mi sono tolto le pelli, purtroppo o per fortuna scrivo sempre con un po' di moralina, perché è lì che trovo il senso. Non mi sembra un disco più impegnato di altri, anzi forse lo è meno.
F: Noi pensavamo l'esatto contrario, penso a “In capo al mondo” ad esempio: visto da dentro era più introspettivo rispetto a questo. È strano perché ce l'hanno detto tutti, ma non è colpa nostra, è venuto così (ridono).

“Se cerco e non trovo io mi agito e non dirmi stai tranquillo”: "Marassi" parla molto di questa ricerca interiore, è una cosa che si portano inevitabilmente dietro gli anni che passano o ci appartiene da sempre?
M: Io mi auguro di sì, l'inquietudine è una fortuna, una dote non semplice da gestire, c'è gente a cui vengono le dermatiti. Ovviamente l'adolescenza è quell'età in cui si è più inquieti, ma vivere a 30 anni con un po' di inquietudine adolescenziale è una cosa saggia.



“A volte vorrei lasciarmi ma non saprei da chi altro andare/ a volte mi innamoro di me...”: c'è molto amore per se stessi e autostima in questi versi. Per una carriera duratura come la vostra la carta vincente è “Non tradirsi mai”?
F: No, anzi, è anche bello tradirsi. È vero che la canzone dice così, ma si può leggere in tanti modi. Non è un dato negativo tradirsi, o meglio, contraddirsi. Tradirsi è come fare caporetto, basta, ricomincio, ho sbagliato tutto, e non è positivo. Contraddirsi invece può vuole dire tracciare una linea in avanti, fare in modo che le cose non girino solo in una rotonda sempre uguale.
M: In quel verso lì l'intenzione più chiara è quella di non tradire sé stessi. Alla fine noi siamo a questo mondo per fare qualcosa, ci serve un motivo per starci. Se perdi quel qualcosa perché starci? Perché è una consuetudine? Un'abitudine? Io intendevo quello: meno male che non mi tradisco, ma mi contraddico, e allora cambio e mi permetto di migliorarmi. Il tradimento è una roba orribile perché poi non credi più, e senza fede dove vai?

Rispetto ai lavori passati, "Marassi" è molto più elettronico, ci sono dei suoni più sintetizzati. Perché avete deciso di prendere questa direzione?
M: Premettiamo che il nostro non è un disco originale. È una frase un po' provocatoria per spiegare il concetto. Riconosciamo che volendo fare un disco contemporaneo per forza di cose ti devi allacciare a qualcosa che già c'è, e noi abbiamo ricercato questa cosa qui. Non è che non sia originale, certamente lo è perché lo sono le parole e le note pure, però non è un disco sperimentale. Avevamo questo gran bisogno di attaccarci alla realtà, e la realtà già c'è. Se tu sperimenti vai in posti dove non c'è nessuno, noi invece volevamo stare proprio dove c'era la gente. Abbiamo raccontato di Marassi perché è piena di gente, è la cosa più comune che si possa immaginare. Per cui i synth credo siano la cosa più pop e contemporanea in questo momento, anche immediata.
F: La frase che più si dice in studio quando si finisce un disco è “Chi è che in Italia fa questa roba qua?” e ci si riempie sempre d'orgoglio dicendo “guarda cos'ho inventato”. Invece non abbiamo questa pretesa, anzi, se facciamo pop ci piace l'idea che possa esistere una scena pop, anche riconducibile ad altri artisti e altri lavori.

Una grossa parte l'ha avuta il vostro produttore Matteo Cantaluppi, e non vi nascondiamo che la sua firma si sente molto, come si sente molto un'uniformità di suoni con altre produzioni curate da lui. Che bisogno aveva di una simile operazione una band come voi, che comunque ha una palese consapevolezza sonora, un preciso suono che vi identifica?
M: Faremo un post su FB per spiegare questa cosa perché molta gente ora sente tutti sti synth e ci dice: gli anni '80, avete scoperto gli anni '80. Noi invece nel 2003, primo disco, abbiamo fatto la cover dei Duran Duran, gli anni '80 ce li siamo già limonati abbondantemente. Ognuno ha i suoi limiti e noi ne siamo pieni, e uno di questi è quella di avere una produzione forte. Inizialmente eravamo più concentrati su quello che volevamo dire, alla nota più che al suono, e anche questo è un limite perché lo strumento, il suono, concorrono anche loro a esprimere ciò che vuoi dire. E Matteo Cantaluppi l'abbiamo scelto non a caso, perché è riuscito a fare questa equazione: ha preso il nostro mondo di Marassi, le nostre capacità canore, sonore e di scrittura, e ha tirato fuori questa cosa qui. Premettiamo però che i provini erano già tutti elettronici, anche più del disco. Cantaluppi ha avuto il grande talento di rendere questa cosa armonica, fruibile e potenzialmente radiofonica. Sicuramente Santo Matteo da Alessandria ci ha aiutato tantissimo, le canzoni ovviamente hanno dato il loro contributo e ne siamo orgogliosi. Per esempio il provino de "I giovani d'oggi" era iperminimale, cassa dritta, synth sincopato e voce con un sacco di riverbero, e a me piaceva tantissimo. Per cui era già così, cassa dritta, synthone, vocione, e Matteo poi ha fatto insieme a tutti noi una forma canzone più easy e più ampia. Forse a noi manca quell'anima leggera, ma ci stiamo lavorando. In ogni cosa che scrivo c'è sempre qualcosa che va più in fondo, mentre Matteo ha quell'anima pop, figlia degli anni '80, che in questo caso ci ha dato una mano gigantesca.

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